Il Governo non mandi armi in Iraq

La responsabilità di proteggere le popolazioni minacciate del Nord dell’Iraq non si esercita fornendo armi alle forze armate curde o irachene, ma semmai inviando una forza di interposizione militare a difesa delle popolazioni e creando le condizioni per interventi di pace.

Rete Italiana per il Disarmo chiede pertanto al Governo di promuovere iniziative efficaci affinché il nostro paese eserciti, in accordo con gli organismi internazionali, il suo dovere alla responsabilità di proteggere e al Parlamento di svolgere un ruolo propositivo e di controllo delle iniziative dell’esecutivo in particolar modo sull’invio di armi e sistemi militari nella regione.

 

“Conferma della posizione già espressa verso un no all’invio di armi in Iraq, in particolare se derivanti da depositi segreti” è la posizione espressa da Rete Italiana per il Disarmo in vista del dibattito previsto per domani, mercoledì 20 agosto, nelle Commissioni riunite Affari Esteri e Difesa di Camera e Senato, durante il quale i Ministri degli Esteri, Federica Mogherini, e della Difesa, Roberta Pinotti, svolgeranno le comunicazioni del Governo sui recenti sviluppi della situazione in Iraq con riferimento anche agli esiti del Consiglio straordinario dei Ministri degli esteri della Unione europea del 15 agosto 2014.

Rete Disarmo sottolinea, come già evidenziato in precedenti comunicati, che la “responsabilità nella protezione” (responsibility while protecting) delle popolazioni dal pericolo di massacri non ricade solamente sul governo iracheno, ma sull’intera comunità internazionale.

Per questo il nostro Paese deve rispondere con prontezza ed efficacia valutando anche la possibilità, insieme ad altri paesi dell’Unione europea, di inviare una forza di interposizione con mandato ONU e funzioni di “peace enforcement” che si attenga strettamente alle regole del diritto internazionale, senza alimentare il conflitto. Le forze armate irachene e curde hanno purtroppo dimostrato di non essere in grado di proteggere da sole le popolazioni e non solo perché non sono fornite degli armamenti necessari.

Di fronte ad una crisi che viene definita dagli organismi dell’Onu di ‘pulizia culturale’, la risposta dell’Unione europea non può limitarsi all’invio – pur drammaticamente necessario – di aiuti umanitari ed è per questo che la Rete italiana per il Disarmo chiede al governo Renzi di astenersi dall’invio di sistemi militari nella regione. “Ogni invio di armi nella regione va assolutamente impedito – afferma Giorgio Beretta dell’Osservatorio OPAL di Brescia – ancor più se il governo intende inviare ai militari curdi delle armi in disuso per svuotare i magazzini delle nostre aziende armiere o peggio ancora quelle armi di fabbricazione sovietica sequestrate al trafficante Zhukov e detenute per anni nelle riservette dell’isola sarda della Maddalena. Quelle armi, come prevede una sentenza del Tribunale di Torino del 2006 mai resa operativa, vanno distrutte: chiediamo perciò che venga subito aperta un’inchiesta parlamentare considerato che una parte di quelle armi pare sia stata inviata nel 2011 agli insorti di Bengasi apponendo da parte dell’allora governo in carica (Berlusconi IV) il segreto di stato”.

Rete Italiana per il Disarmo chiede inoltre a tutte le organizzazioni umanitarie e Ong impegnate nei soccorsi in Iraq di valutare attentamente quale sarà l’iniziativa promossa dal governo e di astenersi dall’effettuare distribuzioni di aiuti governativi italiani giunti tramite canali militari, con un coinvolgimento del Ministero della Difesa che non era assolutamente necessario per far giungere a Erbil beni alimentari facilmente acquistabili localmente.

“Dopo l’invio di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e la persistente emergenza dei profughi siriani – afferma Martina Pignatti dell’associazione Un ponte per… – questa è la terza urgenza umanitaria che il Governo italiano affronta quest’anno nella regione mediorientale, ma con stanziamenti insufficienti e senza nemmeno valutare l’opportunità di sospendere l’invio di armi e sistemi militari verso tutte le parti in conflitto. Lo consideriamo molto grave: il messaggio che la Farnesina sembra voler inviare è che nel nuovo modello di cooperazione le armi e gli aiuti umanitari possono andare a braccetto senza scomodare nessuno”.

Rete Disarmo evidenzia infine la necessità di evitare l’escalation del conflitto e di creare le condizioni perché si possa giungere ad una convivenza pacifica tra le popolazioni della regione.

“Papa Francesco, sull’aereo di ritorno a Roma, è stato molto chiaro – sottolinea don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi – Ha detto che quando c’è un’aggressione ingiusta è lecito fermare l’aggressore, non  bombardare o fare la guerra, ma fermarlo. Papa Francesco ha inoltre ricordato che ‘Una sola nazione non può giudicare come si ferma l’aggressione, questo compito è delle Nazioni Unite. Dobbiamo avere memoria di quante volte con questa scusa di fermare un’aggressione ingiusta le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto vere guerre di conquista’; noi dobbiamo evitare l’escalation del conflitto e creare le condizioni perché si possa giungere ad una convivenza pacifica, anche per le minoranze, in quella regione”, conclude don Renato Sacco.

 

Rete Italiana per il Disarmo chiede di

Al Governo

1.     Attivarsi prontamente con i competenti organi delle Nazioni Unite per l’invio di un contingente di “peace enforcement” sostenuto dall’Unione europea che si attenga strettamente alle regole del diritto internazionale e non alimenti il conflitto.
2.     Astenersi dall’inviare armi e sistemi militari alle parti in conflitto in particolar modo le armi confiscate (come il cosiddetto “arsenale Zhukov”) o non utilizzabili dalle nostre forze armate e bloccare23 l’invio di armi e sistemi militari verso tutti i paesi in conflitto.
3.     Predisporre, in dialogo con le organizzazioni umanitarie internazioni e le Ong nazionali, tutti gli aiuti necessari per un invio di materiali idonei all’effettivo soccorso delle popolazioni ed evitare l’invio di materiali non necessari e/o di fondi di magazzino, senza ricorrere alla cooperazione civile-militare nelle attività umanitarie.
4.     Facilitare, in dialogo con le associazioni nazionali e internazionali, misure di protezione delle popolazioni di tipo non militare e di lungo periodo, che prevedano anche quote di ingresso in Italia per minoranze a rischio di genocidio e difensori dei diritti umani minacciati nelle zone di conflitto
5.     Sottoporre, prima di attuare iniziative governative, tutte le proprie proposte al confronto nelle Camere, richiederne il parere con voto consultivo e attenersi al voto espresso dal parlamento

Al Parlamento

1.     Promuovere e sostenere le iniziative sopra esposte.
2.     Richiedere, qualora il Governo intenda inviare armi e sistemi militari in Iraq, un resoconto preventivo dettagliato di tutti i sistemi militari e di armi che si intende inviare e sottoporre al parere consultivo delle Camere ogni invio di armi.
3.     Porre all’esame, nelle competenti commissioni parlamentari di Camera e Senato, le recenti Relazioni sulle esportazioni di sistemi militari italiani, valutare attentamente le autorizzazioni rilasciate dagli ultimi governi e il grado di trasparenza della Relazioni governativa in confronto anche con le associazioni impegnate da anni nel controllo del commercio degli armamenti.
4.     Favorire un’inchiesta parlamentare su tutte le armi confiscate e detenute nei vari arsenali militari e predisporre tutte le misure necessarie per la loro pronta distruzione

Alle associazioni

1.     Sostenere tutte le iniziative governative e parlamentari sopra esposte
2.     Rifiutare, qualora il governo decida di inviare armi e sistemi militari in Iraq senza aver tenuto conto del parere espresso dalla Camere o in aperto contrasto con esso, di effettuare distribuzioni di aiuti umanitari governativi, soprattutto se giunti in loco tramite canali militari.
3.     Collaborare per predisporre misure di assistenza umanitaria e interventi civili di pace, non armati e nonviolenti, di tutela delle popolazioni locali nel nord dell’Iraq, rafforzando la società civile locale nella denuncia delle violazioni e nella costruzione di percorsi di dialogo tra etnie e comunità.