La Gaza Freedom March si è conclusa senza che gli oltre mille attivisti giunti da tutto il mondo, tra cui i rappresentati di Un ponte per…, siano riusciti a entrare nella Striscia. Pubblichiamo un report del presidente Loretta Mussi.
Per la Gaza Freedom March sono arrivate al Cairo, in Egitto, ben due delegazioni italiane, una composta da circa 60 attivisti di Action fo Peace, che assieme alle delegazioni provenienti da altri Paesi hanno costituito l’ECCP - European Coordination of Committees for Palestine -, e l’altra di 70 persone mobilitate dal Forum Palestina, per un totale di oltre 400 presenze. All’interno della delegazione europea, Un ponte per... era rappresentato da dieci attivisti provenienti da Roma, Salerno, Pisa e Torino.
Arrivati il 28 dicembre, parte di noi ha trovato alloggio negli ostelli del centro del Cairo, mentre un altro gruppo è stato costretto a soggiornare nell’hotel di Giza, molto distante dal centro della città e quindi dalle altre delegazioni. Situazione che ha provocato inevitabilmente un certo scollamento rispetto alla partecipazione ai processi decisionali e qualche difficoltà per prendere parte alle diverse iniziative che si sono svolte in sostituzione della marcia in programma a Gaza il 31 dicembre.
E’ stato subito chiaro che gli attivisti difficilmente avrebbero potuto raggiungere la Striscia: già il 27 dicembre un gruppo di europei che era partito per Al Arish (ultima cittadina prima del confine di Rafa) era stato bloccato nell’albergo in cui erano alloggiato.
Anche al Cairo vi è stato uno stretto e permanente controllo per impedire alle delegazioni di lasciare la città. Si è riusciti tuttavia a programmare e organizzare diverse iniziative e manifestazioni che si sono tenute in alcuni punti nevralgici della capitale egiziana dal 28 dicembre al 2 gennaio.
Tra le più importanti segnalo:
- la manifestazione organizzata il 28 dicembre davanti al World Trade Center a sostegno della delegazione alle Nazioni Unite: nel corso di questa manifestazione un gruppo di manifestanti, tra cui alcuni di origina ebraica, hanno iniziato uno sciopero della fame;
- la manifestazione che si è svolta sulla scalinata del palazzo sede dell’Unione dei giornalisti egiziani, che ha visto la partecipazione di numerosi attivisti egiziani;
- la manifestazione del 31 dicembre tenutasi nella grande piazza davanti al Museo egizio, forse la più grande, nell’ambito della quale si è riusciti a tenere un sitin di circa dieci minuti su una delle vie di scorrimento principali, cui è seguita una piccola fiaccolata notturna;
- la manifestazione organizzata davanti all’ambasciata israeliana il 1 gennaio.
Nel corso di tutte queste iniziative la polizia egiziana è intervenuta con forze antisommossa che hanno sistematicamente chiuso gli attivisti in spazi delimitati, senza che peraltro si siano avuti incidenti importanti, salvo quanto accaduto nel corso della manifestazione del 31 dicembre, durante la quale alcuni poliziotti hanno risposto duramente, provocando alcuni feriti lievi.
A questo proposito bisogna rilevare che polizia e soldati si sono comportati quasi sempre molto civilmente con i manifestanti, anche se sottoposti a un costante controllo, diversamente da quanto invece avviene nei confronti dei propri oppositori, cui è vietata duramente ogni forma di dissenso e diversamente da quanto avvenuto ieri al confine di Rafa, dove le forze egiziane hanno sparato ai palestinesi che manifestavano.
Inoltre, nel corso di tutte le manifestazioni la popolazione del Cairo ha espresso la propria solidarietà, mentre nei colloqui avvenuti singolarmente è emersa sempre una dura critica nei confronti del Governo egiziano, sia per l’appoggio dato alla politica americana e israeliana, sia per lo stato di povertà e di illibertà in cui è tenuta la maggioranza della popolazione.
Una piccola delegazione, formata da circa 100 persone, tra cui attivisti di origine palestinese e giornalisti, è riuscita comunque a partire ed entrare a Gaza, al fine di convogliare gli aiuti umanitari, sotto l’egida della croce rossa e a seguito dell’intervento di Suzanne Mubarak, moglie del presidente.
L’accettazione di questa proposta, considerata da alcuni come una “polpetta avvelenata”, non è stata di semplice approvazione, in quanto la maggioranza dei delegati era contraria al fatto che partisse solo una piccola delegazione.
In un primo momento la delegazione italiana di Action for Peace aveva scelto di inviare come propria rappresentante la nostra Martina Pignatti Morano, che poi però si è ritirata, dopo essersi consultata con il resto della delegazione, nel momento in cui, anche altre organizzazioni, compresa quella principale di Code Pink, sotto la pressione dei propri delegati, hanno ritenuto che l’invio di una piccola rappresentanza fosse in contrasto con l’unitarietà del movimento. A questo proposito bisogna dire che la scelta è stata gestita male e in modo poco democratico, dal momento che in questo, come in altri casi, si è verificato uno scollamento dei processi decisionali, assunti da pochi, e con scarso coinvolgimento delle diverse delegazioni.
La delegazione partita il giorno 30 è poi rientrata nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, non essendo stata consentita dall’autorità locale di Hamas una ulteriore permanenza.
Al ritorno gli attivisti hanno riportato la situazione di disperazione mista a rassegnazione in cui versa la maggioranza della popolazione di Gaza, in cui ogni famiglia è stata colpita dall’offensiva israeliana con morti e feriti. Al dramma umano si associano le poche opportunità di lavoro, le difficoltà dei bambini a frequentare la scuola e le case ancora da ricostruire (molti sono costretti a vivere nelle tende). Tutto ciò ha provocato una palpabile e generalizzata recrudescenza della violenza.
Nell’ultimo periodo anche la condizione delle donne è molto regredita, come attesta l’aumento dei matrimoni delle donne bambine, una sempre maggiore riduzione della scolarità e l’incremento della violenza domestica.
Forte è anche la regressione in termini di libertà, mentre la gestione del potere da parte di Hamas è fortemente antidemocratica.
Dinnanzi a tanta disperazione è impossibile non notare alcune forti contraddizioni: il quartiere dove ha sede Hamas è fornito regolarmente di acqua ed elettricità, le delegazioni straniere sono ospitate in alberghi di lusso, i beni circolano ma a prezzi altissimi, dal momento che entrano a Gaza quasi esclusivamente attraverso i tunnel che collegano l’Egitto alla Striscia.
A questo proposito vi è una forte critica nei confronti del muro di acciaio che le autorità del Cairo stanno costruendo per combattere illegalità e contrabbando, visto che ha l’effetto di ridurre ancora di più la popolazione alla fame. Soprattutto se si considera che la strada più semplice sarebbe porre fine all’embargo.
Da parte sua Israele continua la sua guerra a ‘bassa intensità’, con bombardamenti quotidiani delle zone di confine con l’Egitto che provocano diverse vittime.
Quasi tutti i delegati rientrati dall’Egitto sono stati testimoni di quanto sia forte il bisogno tra gli abitanti di Gaza del contatto e della vicinanza con persone che vengono da fuori, anche se nel contempo serpeggia una comprensibile diffidenza nei confronti di un mondo che ha permesso e permette la perpetuazione della tragedia di cui sono vittime.
Ancora non vi è un documento ufficiale e possibilmente unitario di valutazione e conclusione dell’iniziativa della Gaza Freedom March, salvo una dichiarazione, proposta dalla delegazione sudafricana e assunta il 2 gennaio alla presenza di una minoranza dei delegati, detta anche “Dichiarazione del Cairo”, con la quale, gli aderenti dichiarano la necessità di rilanciare con forza la campagna BDS (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni). Tale dichiarazione è comunque ispirata e sostenuta anche da Omar Barghuti, che è tra i primi palestinesi promotori, nel 2005, della campagna BDS.
Rispetto a tale presa di posizione la delegazione europea di ECCP, comprendente anche Action for Peace, ha deciso di rimandare la sottoscrizione della stessa, dopo la discussione in ciascun paese, a cui seguirà un incontro finale in programma a Bruxelles ai primi di febbraio. Prima di rinunciare definitivamente alla possibilità di entrare nella Striscia, Martina Pignatti Morano ha presentato a nome di un gruppo di delegati europei una nuova richiesta di autorizzazione per entrare a Gaza al ministero degli Esteri egiziano. Inoltre è stato richiesto un supporto a questa iniziativa all’ambasciatore dell’Unione Europea, che si è infatti adoperato presso le autorità egiziane, ma la risposta del governo è stata ancora una volta negativa.
Rispetto a quanto accaduto e all’esperienza complessiva di questa marcia, bisognerà discutere tra tutte le delegazioni e con tutti i delegati, una volta che ognuno di loro sarà rientrato. A caldo, i commenti e le valutazioni che mi sento di poter esprimere, in attesa che possano essere discussi anche con altri partecipanti, sono in parte positivi e in parte negativi.
Innanzitutto, è positivo che le delegazioni, dopo il rifiuto a entrare, abbiano complessivamente tenuto e continuato a manifestare unitariamente, anche se con qualche difetto di collegamento e di democrazia, riuscendo il tal modo ad aprire uno spiraglio sul dramma di Gaza e sul feroce embargo cui sono sottoposti i suoi abitanti, dopo il silenzio che era calato con la fine della aggressione israeliana di un anno fa.
E’ molto positivo che le nostre azioni abbiano suscitato l’interesse e la solidarietà della popolazione egiziana, nei nostri confronti, ma soprattutto nei confronti della popolazione di Gaza.
Tutti i componenti europei hanno manifestato l’esigenza di un coordinamento reale e più efficace tra i diversi paesi, anche per poter essere in grado di esprimere in autonomia una propria posizione rispetto alla delegazione di Code Pink, ai cui organizzatori va il merito di aver dato il via alla mobilitazione e di essere riusciti a portare la delegazione più numerosa, ma le cui modalità di azione sono state poco condivise e partecipate, con una scarsa volontà, a parere di molti di noi, di coinvolgimento nei confronti delle delegazioni europee.
Per parte nostra vi è stato senz’altro un deficit di comunicazione e di informazione nei confronti delle organizzazioni italiane a anche dei media, non solo per la infelice collocazione logistica e la mancanza di connessioni internet, ma soprattutto per non aver curato e organizzato strumenti e persone per garantire una regolare comunicazione esterna.
Per il futuro, le prime proposte sono:
a) intensificare la cura delle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nei confronti del governo israeliano;
b) mantenere alta l’attenzione sul dramma di Gaza, cercando di aprire il più possibile canali di comunicazione;
c) promuovere altre e più delegazioni sia a scopo umanitario che per pura solidarietà alla popolazione.
Un’integrazione di questo primo report verrà fatta al ritorno della delegazione di Martina Pignatti Morano e del suo gruppo.
Loretta Mussi Presidente di Un ponte per...
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