Emergenza Mosul: 3 mesi di lavoro a fianco di chi fugge

14 aprile 2017, 15:19

Secondo i dati delle Nazioni Unite, dall’inizio dell’offensiva per la liberazione di Mosul nell’ottobre 2016, oltre 1.000 civili sono stati uccisi e più di 260mila persone sono state costrette ad abbandonare le loro case. Sono oltre 195mila gli sfollati interni che vivono nei 21 campi costruiti per far fronte all’ennesima emergenza che il paese si trova a vivere. Intanto, il conflitto per liberare la città dalla presenza di Daesh prosegue, e ancora migliaia sono le famiglie che necessitano assistenza all’interno di Mosul, e che avranno bisogno di sostegno in futuro.

E’ in questo contesto che si è inserito il nostro intervento emergenziale “Darna” (La nostra casa), lanciato a gennaio 2017 grazie al sostegno dell’Ufficio Otto per Mille della Chiesa Valdese, della Provincia Autonoma di Bolzano e di CCFD – Terre Solidaire, con cui in 3 mesi siamo riusciti raggiungere oltre 1.000 famiglie (pari ad oltre 5mila persone) con distribuzioni di kit igienico-sanitari, cucine da campo e stufe invernali. Le distribuzioni si sono svolte nei villaggi liberati nei dintorni di Mosul.

Inoltre, i nostri programmi di più lungo periodo attivi nell’area, destinati alle famiglie sfollate in seguito all’avanzata di Daesh nell’estate 2014, sono stati riadattati per includere anche le nuove persone in fuga.

Tra questi “Zhyan” (Vita), il progetto dedicato alle donne irachene e siriane, giunto alla sua terza fase, con cui da 3 anni garantiamo servizi di salute riproduttiva attraverso la costruzione di 4 cliniche a loro dedicate e di un’Unità sanitaria mobile che si sposta a seconda delle esigenze nei campi di accoglienza. Anche nel quadro di questa emergenza l’Unità si è attivata, fornendo assistenza alle donne fuggite da Mosul e arrivate nel nuovo campo profughi di Dibaga (Ebril), nel Kurdistan iracheno.

Ma siamo anche stati tra i primi a tornare nelle aree recentemente liberate dalla presenza di Daesh, non appena completate le operazioni di sminamento. E in particolare a Qaraqosh, dove prima del 2014 avevamo lavorato per anni, ristrutturando alcune scuole che poi sono state occupate e distrutte dall’Isis.

Qui abbiamo appena avviato i lavori di ricostruzione di una scuola e stiamo sostenendo un gruppo di artisti locali che ogni settimana si reca in città per coprire con graffiti colorati le scritte di morte lasciate da Daesh sui muri.

Un fronte spesso dimenticato è poi quello del confine tra Iraq e Siria, dove tante famiglie irachene in fuga da Mosul si sono dirette nei mesi passati cercando rifugio. Nel vicino campo di Al Hol, insieme agli operatori della Mezzaluna Rossa Curda, con cui da tempo operiamo nella regione del Rojava (Siria del nord-est), ci siamo attivati con un progetto emergenziale sostenuto da UNHCR ed abbiamo allestito una clinica medica di base.

Si tratta dell’unico presidio sanitario per i 20mila rifugiati da Mosul che sono fuggiti nel campo. Interveniamo poi quotidianamente presso il check point di Rajm Slebi con un sistema di ambulanze che prestano assistenza ai casi più vulnerabili, trasportandoli nei vicini ospedali.

Infine nel piccolo villaggio di Bozan, che ha accolto sfollati interni iracheni sin dall’inizio dell’emergenza del 2014, continuiamo a sostenere la scuola gestita da Padre Jibraeel, con cui collaboriamo da anni. Qui nei mesi scorsi abbiamo portato zaini e vestiti invernali per 100 bambini, e fornito la scuola di cancelleria e riscaldamento.