Civili tra due fuochi in Siria e Iraq, e il difficile lavoro di protezione

4 maggio 2017, 16:38

I nostri operatori locali in Siria con quelli della Mezzzaluna Rossa Curda (Heyva Sor a Kurd) hanno soccorso ieri i feriti di un gravissimo attacco di Daesh contro sfollati siriani e rifugiati iracheni. 

 

4 maggio 2017 – Nella notte tra lunedì e martedì 2 maggio una nuova tragedia si è consumata nel’area di Rajm Slebi, al confine tra Iraq e Siria, dove 300 sfollati siriani e iracheni aspettavano di essere identificati per entrare nel territorio controllato dalle Syrian Democratic Forces (SDF).

Miliziani di Daesh (IS) provenienti dall’Iraq hanno attaccato postazioni militari delle forze curde nell’area, hanno ucciso a sangue freddo 37 civili, tra cui molte donne e bambini, e rapito decine di uomini che sono stati deportati verso l’Iraq.

Gli operatori locali di Un ponte per… e della Mezzaluna Rossa Curda erano nell’area e hanno soccorso i feriti e i traumatizzati, rischiando di subire altri attacchi.

Rimangono ad oggi nel vicino campo di Al Hol, dove ormai da tempo forniamo assistenza medica, sanitaria e psicologica a sfollati siriani e profughi iracheni che fuggono dalla violenza di Daesh e dai bombardamenti della coalizione internazionale.

Siamo arrivati a novembre 2016, dopo che due bambini erano appena morti di freddo e stenti in attesa di poter entrare in Siria, salvandone altri.

Non li abbandoneremo dopo questo attacco gravissimo, che condanniamo con fermezza, ma sappiamo che ora molte famiglie avranno paura di fuggire in questa direzione e attenderanno nelle loro case la fine della guerra, rischiando di morire sotto i bombardamenti massici che stanno radendo al suolo Mosul e altre città.

E’ importante ricordare che in questi giorni la Turchia ha bombardato un campo di sfollati in Rojava, il Nord-Est siriano, uccidendo 4 persone. Sono quindi tante le forze in campo, oltre a Daesh, che attaccano deliberatamente chi fugge dalla guerra, e un solo bombardamento americano su Mosul il 17 marzo ha causato circa 200 vittime civili.

Secondo l’Ong indipendente Air Wars, da marzo 2017 ad oggi sono almeno 1.400 i civili uccisi principalmente tra Mosul e Raqqa dai bombardamenti della coalizione e l’ONU grida a gran voce che servono misure per evitare queste perdite.

Il disegno strategico dell’Iran ha voluto che i confini della città irachena venissero chiusi per non consentire la fuga dei miliziani, quindi combattenti e civili sono destinati a morire assieme in città finché l’ultima casa non sarà stata liberata. O distrutta.

Gli attacchi improvvisi come quello al campo di Rajm Slebi al confine continueranno finché l’unica risposta alla presenza di Daesh in questi territori sarà militare, e finchè non verranno individuate misure per consentire ai combattenti e ai loro collaboratori di arrendersi, alle loro famiglie di salvarsi.

La sofferenza dei rifugiati e sfollati in Iraq e Siria continuerà finché la comunità internazionale non si impegnerà maggiormente per fornire aiuti umanitari nelle aree appena liberate da Daesh, dove solo le Ong locali operano, con pochissimo sostegno e con risorse proprie.

L’odio e i pregiudizi tra le comunità che dovranno convivere in quei territori cresceranno se non verranno attuati ampi programmi di peacebuilding e coesione sociale.

Gli operatori di Un ponte per… lavorano in questa direzione, controcorrente, grati a tutti coloro che in Italia e in Medio Oriente comprendono e sostengono il loro difficile e rischioso lavoro di protezione dei civili.

 

 

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