Sparare sulla croce rossa

3 maggio 2017, 17:54

Nel mese di aprile è cresciuta una polemica assurda basata su dichiarazioni senza prove di un magistrato di Frontex (la polizia europea delle frontiere) e del solito gruppo di politici malmostosi e di destra con l’aggiunta di alcuni leader del Movimento 5 stelle. Da più parti, anche di rilevo istituzionale, sono arrivati attacchi alle organizzazioni non governative che svolgono operazioni di soccorso in mare al largo della Libia, operazioni attraverso cui vengono salvate migliaia di vite umane. Come ben ricostruito da Annalisa Camilli su “Internazionale” le ong lavorano a stretto contatto con la Marina italiana e le capitanerie di porto, nonché con la missione della Guardia di Finanza. Il 53% dei salvataggi sono fatti da organismi militari, il 9% da navi commerciali, il resto da ong (37%) in sostegno alle missioni istituzionali.

I salvataggi sono coordinati dalla centrale operativa della guardia costiera a Roma, non dal miliardario Soros o dagli Ufo come sembra di intendere dalle urla di alcuni politici. La centrale riceve gli sos e li smista alla nave più vicina. Bisognerebbe quindi casomai prendersela con la Marina e le capitanerie di porto imponendogli di non rispondere alle richieste di aiuto provenienti dal mare, violando una delle regole di base della navigazione, l’obbligo di soccorrere i naufraghi.

Stabilito questo punto di partenza possiamo analizzare il perché le ong si debbano occupare di compiti che spetterebbero alle istituzioni. Fino al 2015 una serie di stragi in mare ci avevano fatto assistere impotenti al continuo, e mai interrotto, flusso di persone che cercano di raggiungere l’Europa attraverso l’Italia. Alcuni naufragi toccarono più di altri la sensibilità dell’opinione pubblica e il governo creò l’operazione Mare Nostrum. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha stimato in più di 20.000 le persone morte nel Mediterraneo dal 2000.

Ma il vento di destra in Europa dopo il 2015 si è alzato prepotentemente e la missione fu ridimensionata. Milioni di siriani erano alle porte d’Europa e l’epoca dell’accoglienza ha avuto un tempo breve. Ma le persone sono continuate a venire. In qualsiasi condizione. Nel 2015 ci fu l’ennesima strage nel Mediterraneo, forse più di 800 persone affogate durante il mese di aprile. Fu creata una nuova missione militare, di scopo ridotto e con navi di diversi paesi europei, ed entrarono in gioco anche alcune ong che avevano fondi a sufficienza per iniziare missioni di ricerca e salvataggio in mare. Missioni costosissime che solo poche organizzazioni con ampi mezzi hanno la possibilità di realizzare.

Ci si è chiesti nelle recenti polemiche, pretestuosamente, da dove vengano i soldi per condurre queste operazioni. Basta andare sui siti delle ong stesse per vederne i bilanci certificati e basterebbe chiamarle per chiedere chi siano i donatori che sostengono queste operazioni. Ci sono migliaia di persone che ogni giorno fanno donazioni ed è tutto alla luce del sole. Non dimentichiamo che la carità, come lo zakat (elemosina rituale) nell’Islam, sono pilastri delle nostre culture. Se “Medici senza frontiere” apre una clinica in Italia per sopperire alle mancanze della sanità pubblica va tutto bene. In questo caso non si chiede da dove provengano i soldi per i servizi a cui accedono anche moltissimi italiani. Mentre ci si insospettisce se la stessa organizzazione allestisce una nave per salvare vite umane. La solidarietà va bene solo se è strumentale al discorso del potere e a coprire i vuoti lasciati nella gestione della cosa pubblica dopo aver selvaggiamente saccheggiato e tagliato il welfare.

A più riprese si sentono illazioni ignoranti sul fatto che la presenza delle ong sia un fattore di attrazione per chi fugge. Si sentono voci di politici che mai si sono espressi sulla dittatura in Etiopia, sul traffico di migranti in Libia, sulle speculazioni petrolifere nel Delta del Niger, sulle guerre in Siria ed Iraq. Ovvero su alcuni dei fattori reali che spingono migliaia di persone a lasciare le loro case e a intraprendere un difficilissimo viaggio verso l’Europa, rischiando la vita nei deserti o facendosi schiavizzare in Libia pur di intravedere un luogo dove un giorno tentare di costruirsi una vita normale.

Sono note le speculazioni avvenute in questi anni sulla pelle dei migranti, tra cui le inchieste sul Cara di Mineo o “Mafia capitale”. Per citare solo le più famose. C’è un’intera industria dell’accoglienza (che coinvolge aziende, cooperative, ong, associazioni laiche e religiose di vario ordine e grado) che spesso crea disastri e alimenta xenofobia. Ed è evidente che in una gestione spesso miope vengono riversati su piccole comunità della provincia italiana problemi globali. Accade, ad esempio, che decine di pakistani arrivino in piccoli comuni della provincia veneta senza che ci sia stata alcuna mediazione sociale. La gente si innervosisce, pensa di trovarsi di fronte a dei privilegiati. Misura i tagli al welfare che tutti subiamo e li paragona alle presunte prebende riservate ai migranti. Solo una politica saggia e un sociale attento e preparato potrebbe gestire questi evidenti, a volte scontati, conflitti, senza far percepire alle persone un senso di invasione. Senza scatenare guerre tra poveri e diseredati.

Ma è anche vero che il mondo delle ong e del sociale in generale è fatto in gran parte di persone coraggiose e volenterose che non si arricchiscono. Che sono come i giovani  operatori di “Un ponte per…” alle porte di Raqqa e di Mosul, intenti ad aiutare le vittime di Daesh, o come quelli di “Medici senza frontiere” impegnati a salvare le migliaia di persone che rischiano di “morire per acqua”. Chi parla a vanvera delle operazioni nel Mediterraneo dovrebbe farsi una settimana con il mare grosso, alla ricerca spasmodica di barche e naufraghi o dovrebbe vedere con i propri occhi un gommone pieno di persone che affonda. O dovrebbe fare due passi in un villaggio raso al suolo dalla furia omicida e dalla pulizia etnica di Daesh.

Le colpe e i limiti delle ong sono tanti ma non è certo attaccando un’operazione come quella dei salvataggi in mare che si affronta il problema delle migrazioni dal Mediterraneo, né le contraddizioni del privato sociale che gestisce l’accoglienza. Soprattutto se tale operazione si svolge a supporto di un lavoro che le istituzioni non sanno e né possono fare più da sole.

Sembra che la colpa del fenomeno globale delle migrazioni forzate sia di chi soccorre i fuggitivi, non delle cause reali che li spingono alla fuga. Questi attacchi implicano due pericoli ancora maggiori. Il primo è quello di sparare sulla croce rossa e di non riconoscere il valore della solidarietà, dell’aiuto indistinto a chi sta sprofondando. Cioè fare di tutta un’erba un fascio e tagliare le gambe a quel poco di spirito solidale che ancora sopravvive, quel poco di slancio e curiosità verso l’altro, di apertura e di lotta per la giustizia sociale.

Il secondo è il “fascismo” che questo discorso porta con sé. Il valore simbolico della solidarietà, delle mani tese, dell’accoglienza (ben gestita) è altissimo. Depotenzia tutti i fanatismi e il peggior radicalismo, anche quello di Daesh. Al contrario, l’erezione di muri e gli attacchi polemici alimentati da politici sconsiderati nutrono i peggiori istinti di intolleranza e la costruzione di fortini da gestire sulle spalle dei più poveri.

Negli ultimi venti anni i migranti sono stati sempre il banco di prova su cui sperimentare le peggiori politiche securitarie. Attaccare ora la solidarietà verso di loro, sgomberando anche luoghi di accoglienza come avviene a Roma, significa compiere un ulteriore passaggio pratico e simbolico. Che unito alle previsioni da prima rivoluzione industriale del decreto Minniti (contro l’accattonaggio) definiscono il quadro fosco della società che ci attende, fatta da un sempre più esteso esercito di esclusi.

Intorno a questi passaggi si consolida un consenso già molto diffuso. Lo si avverte nei commenti delle persone, per non parlare di quello sversatoio virtuale che sono diventati i social network. La nostra maggiore responsabilità in questo senso è non sapere più declinare la solidarietà nelle sue diverse e possibili forme, compresa, quando necessario, quella della disobbedienza. Una solidarietà capace di rappresentare un’alternativa reale e non la stampella di un sistema malato a tutti i livelli.

Domenico Chirico
Direttore dei programmi di Un ponte per…

Tratto dal numero 40 de “Gli Asini