A Lesbo per costruire Ponti tra Europa, Iraq e Siria

Sono circa 350.000 le persone che, nel 2015, si sono imbarcate dalla Turchia alla volta di Lesbo. Quell’isola greca famosa per la bellezza delle sue spiagge e meta del più classico dei turismi estivi si è trasformata, in appena un anno, in una zona di attracco per centinaia di migliaia di persone.

Siriani, iracheni, afghani, pakistani. Uomini e donne in fuga dalle atrocità nei propri paesi e dalla reclusione dei campi profughi turchi. 350.000 rifugiati, richiedenti asilo, profughi, migranti. Esseri umani.

Lesbo non è la destinazione finale del percorso di queste persone, ma una tappa intermedia, una sosta obbligata: all’interno dell’isola sono infatti presenti degli Hot Spot istituiti da Governo greco e UNHCR che, dopo la registrazione, consentono loro di ottenere lo status di rifugiato nell’Unione Europea ed il diritto alla libera circolazione al suo interno.

Siriani, iracheni, afghani, pakistani, si è detto. Provenienze diverse, direzione comune: l’Europa.

Iniziati a gennaio ed aumentati in estate, negli ultimi mesi gli barchi di gommoni e barconi precari hanno raggiunto numeri molto grandi. Da settembre, sono in media 1500 le persone che stanno arrivando ogni giorno sull’isola.

L’aumento degli sbarchi, la disorganizzazione delle autorità locali, l’arrivo del freddo invernale e le condizioni di vita precarie dei campi provvisori – basti pensare che Moria e Kara Tepe, due tra i campi più grandi dell’isola, hanno una capienza massima di 800 persone – stanno rendendo sempre più complicata la gestione dell’emergenza.

Un’emergenza ulteriormente aggravata dalle lunghe file necessarie per la registrazione (una media di 48 ore di attesa) e dalle tensioni venutesi a creare all’interno delle diverse comunità di rifugiati e tra queste ultime e la polizia greca.

In questo contesto di disperazione, tensioni e violenze, è emersa la vera Europa.

Non quella di Stati, trattati e istituzioni, e neanche quella di chi ha promosso una maggiore collaborazione con la Turchia per l’allargamento dei suoi campi e la maggiore sorveglianza dei confini.

È emersa l’Europa delle persone. Quella dei donatori, che senza sosta inviano a Lesbo vestiti, coperte e cibo. Quella dei volontari, partiti in modo autonomo per andare a dare una mano laddove serve. Quella delle piccole ONG, accorse sul luogo per cercare di organizzare una divisione dei compiti.

Un fenomeno in espansione, quello del volontariato indipendente. Una novità che sta attirando sull’isola migliaia di attivisti da tutta Europa e che sta producendo grandi risultati, primo tra tutti il campo profughi “Afghan Hill”, istituito e gestito esclusivamente da volontari.

Il 2 gennaio, una delegazione di 9 volontari/e di Un ponte per.. partirà per Lesbo per costruire insieme a loro – ancora una volta – ponti. E non muri.