Mesopotamia, il gruppo di giovani che vuole salvare i popoli dei due fiumi

22 May 2020, 11:26

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Medio Oriente. Organizzata da attivisti e tecnici da Iraq, Iran, Turchia, Libano, Siria e Giordania, al via la seconda edizione del Forum dell’Acqua. Una battaglia per tutelare le risorse idriche messe a repentaglio da cambiamenti climatici e iper-sfruttamento da parte degli Stati. Perché l’acqua diventi, dicono, fonte di pace e non più di conflitto

L’anno scorso è finita con una travolgente versione di ‘Bella Ciao’ cantata in arabo. Le aule del politecnico di Suleymania, nel Kurdistan iracheno, facevano da cassa di risonanza, dopo aver ospitato il primo Mesopotamian Water Forum. Sembra passato molto più di un anno e a causa della pandemia la seconda edizione del Forum si terrà sabato e domenica prossimi in forma di assemblea online per i problemi sanitari e logistici che ormai tutti conoscono.

Non per questo il forum si annuncia meno interessante. Nel 2019 si è tenuta un’assemblea che – per tanti motivi – ha avuto un valore storico: riunire allo stesso tavolo attivisti e tecnici che si occupano dei temi legati alle risorse idriche è stata un’impresa eccezionale il cui merito va ai ragazzi iracheni della Save The Tigris and Iraqi Marshes Campaign.

Nata nel marzo 2012, la campagna di advocacy riunisce realtà della società civile irachena, organizzazioni non governative locali, supportate da realtà internazionali che da anni (come nel caso dell’italiana Un Ponte Per) li sostiene e li supporta. Obiettivo salvare quel patrimonio mondiale che sono i fiumi iracheni, la loro storia, la vita delle comunità che da quei fiumi – per secoli – hanno tratto il loro sostentamento.

Fin dall’inizio della loro battaglia, caratterizzata da subito dal rifiuto del settarismo che avvelena il paese dall’invasione della coalizione militare internazionale del 2003, la campagna ha coinvolto anche attori regionali. I progetti idro elettrici della Turchia, con l’enorme bacino della diga di Ilisu che sommergerà intere aree del Kurdistan turco, finisce per avere riflessi gravissimi anche sugli stati confinari, come l’Iran, l’Iraq appunto e la Siria. Vicini che Ankara ha sempre ignorato.

Allo stesso tempo, le autorità di quegli stessi paesi – come l’Iran con la diga di Daryan – hanno messo in campo la loro strategia energetica che, ancora una volta, impatta in maniera devastante su ambiente e comunità interessate. Lo stesso governo curdo-iracheno continua a sviluppare progetti in questo senso: la diga di Mosul negli anni passati è diventata un obiettivo bellico.

Nel contesto di una delle regioni con più gravi problemi di scarsità d’acqua, queste dinamiche sono ancora più pericolose: in Medio Oriente vive circa il 6% della popolazione mondiale che dispone però solo del 2% dell’acqua potabile a livello globale, secondo i dati delle Nazioni unite. Dodici dei paesi con meno risorse idriche al mondo si trovano in questa regione, in gran parte desertica, con clima arido che prevede estati lunghe e asciutte.

Al contempo la regione comprende bacini idrici capienti e fondamentali per le popolazioni residenti. Basti pensare a fiumi della portata del Nilo in Egitto, Tigri e Eufrate in Turchia, Siria e Iraq, del Giordano tra Israele e Giordania. Il problema principale risiede nello sfruttamento eccessivo di queste fonti, insieme alle falde acquifere sotterranee. Il cosiddetto water stress, discrepanza tra un’alta domanda e una bassa disponibilità di acqua, che spesso indica una carenza anche in termini di qualità.

A livello di water stress, il Medio Oriente è tra le aree più vulnerabili al mondo. Già nel 2010, uno studio del MEnara (Middle East and North Africa Regional Architecture) evidenziava come il bacino del Tigri e dell’Eufrate avesse perso 144 chilometri cubici di acqua dal 2003 a causa di attività di pompaggio sproporzionate. Le attività umane pesano sulle riserve d’acqua sia con la costruzione di dighe e sistemi d’irrigazione invasivi, sia attraverso consumi non sostenibili. L’inefficienza nella gestione dell’acqua in molti paesi della regione, poi, è tale che oltre l’80% delle acque reflue riutilizzabili in campo agricolo e industriale non viene recuperato.

Nonostante l’adozione di alcune strategie ambisca a ridurre notevolmente queste problematiche, i costi e le infrastrutture collegati sono spesso proibitivi. In questo scenario, il cambiamento climatico potrebbe portare a un ulteriore inasprimento della scarsità d’acqua, causando la riduzione delle precipitazioni e l’aumento del livello del mare.

La diminuzione delle piogge potrebbe assestarsi nel tempo – secondo l’Onu– sul 25% in meno rispetto al decennio appena concluso, anche a causa dell’aumento della temperatura media della superficie. Alcuni studi prevedono un innalzamento fino a 4.5°C nel Mediterraneo orientale, con una conseguente estensione del deficit d’acqua nel bacino del Giordano e un abbassamento del 50% dei livelli di acqua potabile in Siria. Il continuo aumento delle temperature, inoltre, potrebbe portare a una diminuzione dei flussi dell’Eufrate e del Giordano rispettivamente del 30 e dell’80% entro fine secolo.

I ragazzi della Save the Tigris Campaign, poco a poco, son diventati un punto di riferimento regionale con le loro battaglie in difesa dei popoli delle paludi, nel delta del Tigri e dell’Eufrate, con la difesa della cultura tradizionale delle comunità cresciute attorno ai due fiumi e per il riconoscimento del diritto all’accesso all’acqua per gli iracheni. Attorno a loro, anno dopo anno, si è creata una comunità, con attivisti da Turchia, Iran, Siria, Giordania, Libano.

A loro, come nel caso del britannico John Croofot, del russo Eugene Simonov, del sudanese Alì Askouri, del cileno Alexander Pinto, si sono uniti attivisti internazionali e ricercatori che si occupano di acqua, da tutti i punti di vista. Le battaglie, per altro, nella regione, sono tante. Oltre alle già citate situazioni della diga di Ilisu, di quella di Daryan e di Mosul, le storia di lotta sono molte.

Un esempio su tutti: in Libano è viva la questione della Bisri Valley: una mega diga che, sulla carta, dovrebbe risolvere i problemi di approvvigionamento dell’area della cosiddetta ‘grande Beirut’. Ma devasterebbe una zona agricola fondamentale e archeologica straordinaria.
Dal forum dello scorso anno è uscita una dichiarazione finale, prodotto di un’assemblea alla quale hanno partecipato anche realtà internazionali come Un Ponte Per, il Forum Italiano per l’Acqua e WaterGrabbing Observatory dall’Italia, la britannica CornerHouse, gli americani di International Rivers, gli svedesi di Dam Removal e tanti altri. Quel documento è un testo che offre una visione globale di quello che è un problema solo relativamente regionale. Attorno alla difesa di Tigri ed Eufrate si combatte una battaglia di diritti e civiltà.

Mai come adesso è chiaro come tanti fattori siano connessi e per chi vive queste situazioni sulla propria pelle, dal Libano all’Iran, è palese. Il documento dello scorso anno denunciava i gravi impatti delle dighe e di altre infrastrutture idriche sulle strutture sociali, sugli ecosistemi fluviali, sul patrimonio culturale e sulle economie locali. Si sottolineava come la mancanza di meccanismi democratici e decisionali sia inaccettabile e come l’uso delle dighe come armi di egemonia da parte degli Stati a monte contro le comunità a valle diventi uno strumento di diseguaglianza e di potenziali conflitti, anche armati. Contribuendo in maniera devastante all’inquinamento dei territori e delle risorse.

Non di sole denunce, però, ha vissuto il forum in questo anno. Dalle pratiche comunitarie del Rojava, nel Kurdistan siriano, allo sviluppo di pratiche sostenibili, democratiche e non conflittuali, si è lavorato a un sistema alternativo. «Sosteniamo politiche che garantiscano un uso sostenibile ed equo dell’acqua per tutti coloro che vivono nella regione. La nostra campagna chiede un cambiamento di paradigma: invece di essere fonte di rivalità, l’acqua potrebbe essere una forza per la pace e la cooperazione tra tutti i paesi e i popoli del bacino del Tigri-Eufrate. Le nostre attività di advocacy e di sensibilizzazione coinvolgono tutti gli attori rilevanti: comunità locali, organizzazioni della società civile, media, istituzioni nazionali e locali, società di esperti e intellettuali, centri di ricerca, università e altri», recita il comunicato del forum.

E chi ha avuto la fortuna di partecipare, lo scorso anno, ha potuto vedere il livello di coinvolgimento delle singole realtà, in un confronto costante, che arriva dopo i lavori preparatori del forum, tenutisi nei giorni precedenti con le varie assemblee regionali.

Discussing Water at the time of Corona, recita il titolo del secondo Mesopotamian Water Forum, che si terrà sabato e domenica, in due sessioni dalle 14 alle 16 italiane. Il tema della pandemia, infatti, impatta ancora di più sull’agibilità politica degli attivisti in regioni complesse per le realtà della società civile.

«Poiché il virus continua a penetrare nella regione, le conseguenze umane e politiche potrebbero essere elevate. Resta da vedere quale sarà limpatto sull’approvvigionamento idrico, sulle infrastrutture idriche. Poiché la crisi è transnazionale, riteniamo che la solidarietà internazionale e il dibattito siano importanti. Confinati nelle nostre case, questa è un’opportunità per connettersi digitalmente e convocare la prima assemblea virtuale del Mesopotamian Water Forum», annunciano gli organizzatori. E in fondo parliamo dei diritti di tutti noi.

Di Christian Elia, tratto da Il Manifesto del 15.05.2020