Qui, mi sento una straniera…

27 novembre 2013, 12:55

Giovedì 14 novembre

Questo è il racconto del viaggio svolto questo novembre con Un ponte per…  in Serbia. E in Kosovo. E in Metohija… Partenza alle 18 circa del pomeriggio. Viaggio in compagnia di Alberto, un amico che torna in Serbia per la seconda volta, con la passione per la fotografia e con tanta voglia di raccontare cose attraverso la macchina da presa… e Miloš Šarković, ragazzo che sta frequentando  in Italia il corso di laurea in Fisioterapia presso l’università di Roma “Tor Vergata”, grazie alle agevolazioni volute dal precedente rettore, prof. Alessandro Finazzi Agrò, a seguito dell’iniziativa “C’è un bambino che…” (ospitalità di ragazzini profughi o in difficili condizioni di vita provenienti dalla Serbia del dopo bombardamento Nato) per un decennio patrocinata dall’ateneo stesso. Non c’è freddo, si viaggia bene anche se a rilento causa pioggia e camion incontrati. Di notte è sempre così. Ma ho programmato incontri per domani mattina e non si poteva fare diversamente.

 

Venerdì 15 novembre

Si arriva a Belgrado intorno alle ore 12, troppo tardi per gli incontri programmati con l’ex ambasciatrice in Italia, sig.ra Sanda Rasković Ivić, attualmente deputata al Parlamento Serbo nel Partito Democratico guidato dall’ex presidente Vojislav Koštunica. Per telefono ci si accorda per il 20 prossimo. Gli incontri sono necessari per stabilire contatti con la rappresentanza della Serbia presso l’Unesco e con il gruppo Mnemosyne, che si occupa della memoria storica e artistica della Serbia e, in particolare, del Kosovo e Metohija.
Si arriva a Kraljevo in serata, molto stanchi e, dopo aver fatto sosta presso “la Libreria”, una kafana di Kragujevac, ci si sistema in hotel (non senza aver fatto visita alla famiglia di Marko Milanović, ragazzo già ricoverato in Italia dal novembre 2002, operato nel dicembre 2003, trapiantato con midollo osseo da donatore non consanguineo nel febbraio del 2004 e tornato a vivere in Serbia dal marzo 2005).

 

Sabato 16 novembre

Partenza per il Kosovo e Metohija in tarda mattinata. Con noi viene Beba Vuković, ex ragazzina più volte ospitata in Italia. Di lei, della sua famiglia, della sua storia ho raccontato nei miei libri e anche nel documentario “L’urlo del Kosovo” dove, insieme alla mamma, ritrova le sue radici in una struggente, quanto straziante visita alla sua casa distrutta. Arriviamo a Vidanje, villaggio presso Klina (Kline in albanese), in serata. Sostiamo presso la famiglia di Miloš e, a sera, facciamo una breve passeggiata a Klina, attenti a parlare solo italiano (qui il serbo è meglio usarlo sottovoce…). In giro pochi negozi aperti, sono appena le sei di pomeriggio. Molte banche, fra le più potenti al mondo. E poi i monumenti del nuovo Kosovo: il municipio, realizzato a immagine e somiglianza, in proporzioni ridotte, della casa Bianca statunitense… la statua a madre Teresa di Calcutta… l’immancabile monumento all’Uck e all’eroe di turno (questo è dedicato a Adem Jashari)… una moschea.
Beba mi sussurra che si sente una straniera in questo posto e che se pensa a tutti quelli che dicono “il Kosovo è Serbia!”, diventa triste perché si rende conto che non è vero… “Sono triste, anche se non mi ricordo tanto di quando vivevamo qui, ero piccola a quel tempo… ma se fossi fuggita all’età di adesso, 16 anni e fossi tornata, nel vedere tutto questo soffrirei davvero tanto”.

 

Domenica 17 novembre

Si arriva al monastero di Dečani intorno alle 10, dove ci attende padre Isaja. Siamo d’accordo nel visitare insieme le famiglie beneficiarie del progetto “H2O, acqua per Zvezdan”, scavo di pozzi artesiani per famiglie serbe residenti nei villaggi serbi del Kosovo e Metohija che Un ponte per… ha realizzato in collaborazione con i monaci del monastero di Dečani. Ne sono stati realizzati 21, oltre a un altro, gratis.

L’idea è nata durante una mia visita con padre Petar alle famiglie sostenute a distanza, nel giugno 2011. Vedere l’idea realizzata restituisce energia per iniziative future. Questa è solidarietà vera, non elemosina. Queste famiglie hanno bisogno di tutto, ma avere l’acqua in casa è solidarietà che si trasforma in dignità per chi è dimenticato, per chi è ghettizzato, per chi si vorrebbe cancellato, dalla memoria e dalla terra. Questo sono i Serbi in Kosovo e Metohija, oggi. E noi siamo con loro, viviamo le loro difficoltà cercando di renderle meno pesanti. Se un giorno vinceranno la loro guerra contro la damnatio memoriae, un piccolo contributo lo avremo dato anche noi. Una damnatio memoriae che si fa beffe di storia, di cultura, di persone, di bambini, schiava della propaganda che si è scatenata nel riscrivere le vicende di questi luoghi a immagine e somiglianza della attuale classe dirigente albanese kosovara, invischiata nella melma malavitosa, ma che non riesce ancora a vincere sulla realtà dei fatti. A Orahovac (Rahovec in albanese), città nel centro della Metohija, la maggioranza albanese parla ancora serbo (ci si scherza su, dicendo che lo si parli meglio dei serbi…). Ma Hashim Thaci, attuale premier kosovaro già a capo dell’esercito terrorista dell’Uck, ha recentemente invitato (eufemismo…), i suoi concittadini a smetterla con l’uso di quella lingua e ad usare l’albanese. La cosa da fastidio alla propaganda, evidentemente, che vuole queste terre da sempre abitate dai soli albanesi e che considera i serbi come usurpatori. Mentre culturalmente ci si ritrova nell’invasore turco-ottomano (anche Erdogan in una visita recente ha rivendicato il Kosovo come turco!!!), si nega la precedente cultura del regno di Serbia. Bizzarrie normali da queste parti…

Andiamo a Velika Hoča, località famosa per la produzione del vino dove c’è anche la vineria del monastero stesso. Qui sono stati realizzati undici pozzi, alcuni dei quali servono più famiglie. Ne visitiamo sette, oltre a due che fotografiamo da lontano, sulla via del ritorno. Ad alcuni lasciamo le targhe con le dediche volute dai donatori. Purtroppo non è stato possibile applicarle alle pareti del pozzo, nonostante tutta l’attrezzatura portata al seguito dall’Italia, in quanto gli stessi dovranno essere rivestiti con pietra o in mattoni. Ma lasciamo stop per il fissaggio, scattiamo foto e spieghiamo il perché delle targhe, ricevendo assicurazione che le stesse verranno applicate non appena terminato il lavoro.

L’atmosfera è sempre molto cordiale e ci ringraziano molto, i pozzi sono essenziali e molti hanno già installata la pompa che permette di portare l’acqua in casa. Isaja ci dice che sono rimasti circa trecento euri (290 per l’esattezza) che ci accordiamo verranno usati per saldare un conto con degli operai, mentre faremo uno sforzo in più (810 euro) per garantire le ultime tre pompe per gli ultimi pozzi realizzati.

Terminato il giro a Velika Hoča, siamo ospiti della giovane famiglia di Mladen Lukić, che ci ha accompagnato nel giro. Mladen vive a Velika Hoča con la moglie Jelena, 23 anni, le figlie Radmila, 4 anni e Teodora, 2 anni. Ci sono anche i genitori Jasminka, 45 anni e Miroslav, 49. Il pozzo realizzato è profondo 24 metri, ma ce ne sono di meno profondi. Qui la zona è collinosa e a volte è stato necessario scavare di più. Nella casa dei vicini, la signora Nataša Putnik vive con la figlia Aleksandra, 18 anni, con l’anziana mamma Mitra e i figli Daliborka, 22 anni e Dobrosav, 25. Il pozzo è di 22 metri. Fanno effetto le sue parole: “Abbiamo vissuto dodici anni senza l’acqua in casa!”. Suo marito, 47 anni, è stato ucciso da estremisti assassini a Zrze, vicino Orahovac, qualche anno fa.
Rientriamo al monastero dove ci attende la quiete consueta. Ci riposiamo, mangiamo e concludiamo la serata con una bella conversazione con padre Petar e padre Nifont, entrambi molto a conoscenza delle nostre attività. Domenica al monastero ci sarà la Slava del santo fondatore, Stefano di Dečani (Stefan Dečanski). Sono attese centinaia di persone, ci sarà anche il patriarca Irinej. Verrà anche inaugurato il Konak, la nuova ala del monastero dove alloggeranno i monaci. Si tratta di una nuova costruzione che lascerà molto più spazio agli ospiti futuri. Scherzano Petar e Nifont, temendo che da monaci si trasformeranno in cuochi e camerieri! Ci invitano a restare per la Slava, ma non possiamo.

 

 

 

Lunedì 18 novembre

Di mattina presto andiamo con Isaja a Goraždevac, villaggio serbo vicino Peć (Peja in albanese), che non è mai stato completamente abbandonato, protetto nel giugno del ‘99 e, soprattutto, nel marzo del 2004, dalla Kfor italiana (acronimo di Kosovo Force, forza militare della Nato presente in Kosovo dalla fine dei bombardamenti Nato), dove sono stai realizzati altri 4 pozzi, oltre a uno realizzato gratuitamente dalla ditta. Anche qui solito giro, ogni famiglia un caso unico, ogni famiglia profondamente grata della realizzazione. Ci salutiamo con Isaja, noi proseguiamo per il villaggio di Osojane, distretto di Klina, dove ci attende Sonja Vuković, già accompagnatrice varie volte di gruppi di minori in Italia. Quest’anno è stata a Marina di Pisa con un gruppo di 15 ragazzi. C’è pure Nenad, anche lui in Italia a settembre, anche lui docente nella scuola “Rados Tošić”, di Osojane. Insieme visitiamo il monastero di Budisavci, piccolo gioiello d’arte e architettura lasciato a se stesso, con a guardia un poliziotto albanese che parla un po’ di italiano. L’accento tradisce la sua permanenza in Toscana. Nel monastero, della stessa epoca di quello di Dečani (prima metà del XIV secolo), voluto dalla sorella di Stefan Dečanski ma realizzato in tono minore, vivono tre vecchie suore e un custode serbo, che ci apre volentieri la chiesa che visitiamo.
Andiamo a mangiare in un ristorante albanese, a Zlokučane, parte cattolica, vicino la nuova e maestosa chiesa appena costruita vicino la sede della Caritas. Qui i serbi sembrano ben tollerati. Visitiamo Suvo Grlo dove incontriamo Tanja e Jovana, in Italia a Pisa a settembre, che ci fanno dono di rakija e ajvar (sorta di patè di peperoni in barattolo che quasi tutte le famiglie realizzano per l’inverno).
Mi chiedo sempre come facciano a vivere tanti ragazzi e ragazze in queste condizioni, così isolati, così segregati, in case certo non comode come quelle alle quali siamo abituati… ma poi guardo i loro occhi, i loro sorrisi e ottengo risposta. La vita, a volte, è molto più semplice di come la immaginiamo.
Saliamo, al buio dell’inverno che avanza, a Banja dove, in un piccolo e fumoso locale, incontriamo gente del posto. Prendiamo una cosa da bere e conosco la storia della campana della chiesa di Studenica di Hvosno, che viene datata al tempo dei Nemanijć (primo medioevo). La campana, il cui suono la leggenda vuole si sentisse in tutta la Metohija, dopo vicissitudini varie è ora a Parigi, in un museo.
Ci salutiamo con Nenad e Sonja. Noi proseguiamo per Novo Brdo (Novoberde in albanese), dove sorgeva il più antico centro minerario d’Europa. Durante il primo regno di Serbia, nel primo medioevo, esperti minatori provenienti dalla Sassonia furono impiegati nell’estrazione dei metalli della miniera. Oggi, vi si ricordano i Sassoni, gli Illiri, i Dardani, i Turchi, gli Albanesi… i Serbi, no!

Ma eccoci al monastero di Draganac, dal nostro caro amico padre Ilarion. C’è molta gente, alla funzione della sera nella chiesa del monastero. E’ una cosa insolita, il lavoro di Ilarion da i suoi frutti. Ma anche quello degli altri monaci, Predrag, Justine, Marko. Quando mi vede, lascia la funzione per venire ad abbracciarmi e a darmi il benvenuto. Lo farà anche Justine. La cosa mi fa un enorme piacere…

 

Martedì 19 novembre

Alberto rimane con Ilarion, io e Beba facciamo ritorno a Kraljevo. Passiamo per Bostane (in albanese Bostan), dove salutiamo Nada Ferković, già in Italia lo scorso anno e in Grecia la scorsa estate, anche grazie al contributo di Un ponte per… Visitiamo la chiesa di Sveta Bogorodica (il padre, Emir, è il parroco della chiesa e vive qui con la sua famiglia) e proseguiamo per Gračanica (Gracanice in albanese), dove facciamo tappa, obbligata, per una visita a uno dei maggiori esempi dell’architettura medioevale serba del trecento. Beba è emozionata… per lei è una visita davvero speciale e tanto desiderata!

Dopo circa tre ore siamo a Kraljevo. Lascio la macchina al “Club du France” per porre rimedio a un rumore preoccupante che ci ha accompagnato per tutto il viaggio. Stavolta sono stato fortunato, non sono rimasto a piedi solo per un caso, mi dice Dejan, il boss dell’autofficina…

 

Mercoledì 20 novembre

Prendo il pullman per Belgrado la mattina alle 8, mentre alle sette faccio visita alla Croce Rossa, dove lascio un pacco per una famiglia sostenuta a distanza e scambio qualche impressione sulle nostre attività.
A Belgrado, in Kneza Miloša, al MAE, mi incontro con Jasna Zrnović, responsabile serba per l’Unesco. Parliamo della tutela di beni culturali, del difficile rapporto con molti paesi, della complicata situazione che vive il Kosovo.

Vado poi in Parlamento, soffermandomi davanti agli edifici bombardati del Ministero della Difesa e dell’Esercito Federale, costruiti nel 1963 su progetto di Nikola Dobrovič, da molti considerato il più importante architetto moderno serbo. Gli edifici sono rimasti così da quel 7 maggio del 1999, quando la Nato li distrusse con le sue bombe intelligenti e umanitarie. C’è chi li considera i monumenti alla retorica del nazionalismo serbo, chi ne fa il simbolo della persecuzione antiserba e c’è chi li definisce “memoria involontaria” di un popolo in quanto, volenti o nolenti, sono lì e le persone li collocano in un loro spazio storico e simbolico che non può essere cancellato.
Io li colloco semplicemente nel centro storico di una fra le più importanti capitali europee che, pochi anni fa, fu bombardata in modo criminale da una coalizione di stati che, contro il parere dell’Onu, contro la propria Costituzione (Italiana in primis), contro la Costituzione della stessa Nato, si è resa responsabile di una ingiustizia per la quale nessuno pagherà, se non il popolo che quelle bombe le ha subite. Questa non è “propaganda nazionalista serba”, questo non è “vittimismo serbo”, questa è la realtà storica dei fatti. E i tanti militari impegnati in quell’aggressione, entrati poi, come Kfor, nel Kosovo e nella Metohija da invasori, insieme alle tante Ong che, come avvoltoi, si avventavano sulla preda dei fondi che sarebbero da li a poco stati distribuiti per la “ricostruzione e la riconciliazione”… questi militari, in particolare quelli italiani che, oggi, si stracciano le vesti per la devastazione e la distruzione di una Cultura che, finalmente e bontà loro, scoprono molto vicina alla nostra, avrebbero dovuto, prima di dar vita alle tante e apprezzabili gare di “generosa elemosina e protezione”, battersi davvero il petto in quei monasteri che oggi frequentano da “Amici”, fare grande mea culpa e gridare l’enorme ingiustizia della quale si sono resi complici. Così, per correttezza storica, direi…

Incontro Sanda Rasković, che mi parla di come non si sarebbe mai aspettata che il Kosovo fosse lasciato a se stesso e in questo modo. Amareggiata dalle recenti scelte del governo serbo, a suo parere più preoccupato di entrare in Unione Europea che di salvaguardare la propria Storia, la propria Cultura, la propria Identità e, aggiungo io, il proprio Popolo, pensa che sarà facile per il governo di Priština cambiare le regole. Oggi, dopo gli accordi fra Serbia e Republika e Kosoves e dopo le recenti elezioni alle quali i serbi del Kosovo e Metohija sono stati invitati a partecipare in modo pressante da Belgrado, è prevista la concessione di autonomia ai serbi dei villaggi in quanto maggioritari. Ma basterà “allargare i distretti” e gli stessi serbi diverranno minoritari, costretti quindi a sottostare alla Giustizia kosovara, alla polizia kosovara, alle leggi kosovare. Un po’ come col problema del diritto all’uso del cirillico a Vukovar, città dell’ex Slavonia a maggioranza serba, oggi solo Croazia, con i serbi ammazzati ed espulsi in massa nel ’95. Aumentando la percentuale minima necessaria per ottenere tale diritto riconosciuto, si è passati alla negazione… ma a norma di legge!
Sanda mi accompagna in strada fino all’Etnografski Muzej, dove mi ha fissato un appuntamento con la d.ssa Mirjana Menković del museo di Priština (Prishtine in albanese), a Belgrado. La Menković, è anche una delle fondatrici, insieme al dott. Branko Jokić che assiste all’incontro, dell’associazione Mnemosyne.
La Menković tarda un pochino, ma quando arriva è molto cordiale e interessata alle idee proposte per uno studio sui monasteri del Kosovo e Metohija. Mi parla del lavoro svolto in questi anni, in particolare prima del pogrom antiserbo del marzo del 2004 (il decennale ricorrerà a breve), segnalandomi e facendomi dono di molto materiale sull’argomento. Siamo d’accordo di restare in contatto per il futuro.
In tarda serata mi ricongiungo con Alberto che, nel frattempo, è arrivato a Belgrado da Gnjilane, passando per Niš. E’ soddisfatto della giornata passata con Ilarion, nella scuola elementare dove insegna religione ai bambini dei villaggi di Novo Brdo. Potrebbe essere questa l’idea che cercava, per un racconto fotografico di una realtà nascosta e dimenticata.
Torniamo a Kraljevo in pullman e ci prepariamo per il rientro che, però, non avverrà domattina presto, come preventivato. Siamo stanchi, meglio fare le cose con calma.

 

Giovedì 21 novembre

Ci svegliamo con comodo. Viaggeremo di notte, la pioggia ci accompagnerà da Trieste fino a Bologna, arriveremo domani mattina. Il freddo ci correrà dietro ma non ci raggiungerà, se non dopo il nostro arrivo.
Oggi è Arandjelovdan, il giorno dell’Arcangelo Michele. Dopo aver ritirato la mia auto dal meccanico partecipiamo, brevemente, alla Slava della fondatrice della Croce Rossa serba nella sede di Cara Lazara. Qui ci riuniamo anche con Miloš, arrivato ieri da Vidanje con i genitori. Le sue valigie, molto pesanti, sono cariche di famiglia e di luogo natio. Verrebbe voglia di disfarle e svuotarle di tutto il ben di Dio che c’è dentro.
Forse, ci troveremmo anche tanto del nostro passato, un passato non così lontano, quando a cercare futuro erano i nostri padri. Miloš le disferà con i suoi nuovi amici, quelli della sua avventura italiana che ne attendono, curiosi, il rientro.
Lui non ha aria da emigrante, con le valigie tenute dallo spago, le scarpe rotte e così via. Lui viene da un posto fiero e carico di dignità. Vidanje, poche case di serbi nei pressi di Klina. Dove, adesso, vanno raccontando che tutto lì, era albanese e che, dall’albanese, tutto deriva. Le città, i nomi dei luoghi, le chiese, i monasteri, i fiumi, i laghi, le montagne. Forse, pure lo stesso Miloš…

 

di Alessandro Di Meo, volontario di Un ponte per…