Un anno di lavoro per l’emergenza Siria

30 luglio 2015, 16:39

Dal 2011 il conflitto in Siria ha reso sfollate oltre 10 milioni di persone, che dalle loro città sono fuggite in altre aree del paese. I continui combattimenti, l’avanzata di Daesh e i bombardamenti del regime siriano hanno raso al suolo il paese determinando una catastrofe umanitaria. Chi ha potuto è fuggito all’estero: i rifugiati siriani in Giordania, Iraq, Libano e Turchia sono almeno 4 milioni. In migliaia stanno cercando di raggiungere l’Europa.

Dalla fine del 2011, Un ponte per… porta avanti il suo impegno per rispondere alla crisi, lavorando nei paesi che hanno accolto i rifugiati siriani con distribuzioni di prima emergenza e progetti di più lungo periodo incentrati sul sostegno psico-sociale e sulla protezione, in particolare di donne e bambini.

Dal 2015 operiamo anche direttamente in Siria, nell’area del Rojava, in cooperazione con la Mezzaluna Rossa Curda.

Questi sono i risultati del nostro lavoro dell’ultimo anno. Contiamo ancora sul tuo sostegno: dona ora.

Per il sostegno al Rojava

Nel Kurdistan iracheno c’è un piccolo punto di passaggio che conduce nel Rojava, la regione a maggioranza curda della Siria in cui ormai da mesi la popolazione resiste agli attacchi di Daesh. E’ qui che nel 2015 abbiamo iniziato a costruire un nuovo ponte, consegnando due carichi di aiuti umanitari nell’area composti da medicinali e materiale sanitario destinati a circa 26.000 persone, che sono stati distribuiti dalla Mezzaluna Rossa Curda grazie alla collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri italiano e allo straordinario contributo dell’Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.

Per i rifugiati siriani in Iraq

Salute mentale e supporto psicosociale

Ai tanti bambini sfollati iracheni e rifugiati siriani sono rivolti i nostri programmi di supporto psico-sociale, avviati nel 2013 per promuovere salute mentale e prevenzione. Grazie alla collaborazione con Paolo Feo, psichiatra e responsabile scientifico dei nostri interventi, lavoriamo nella formazione di medici, operatori sociali, volontari, educatori e psicologi che lavorano nei centri di salute mentale in Iraq e nei campi che a partire dall’estate scorsa hanno accolto migliaia di sfollati e rifugiati, puntando sulla prevenzione e sull’integrazione tra settore sanitario, educativo e sociale.

“Ibtisam” (Sorriso) è un progetto con il quale operiamo nel distretto di Erbil all’interno di 5 scuole, dove organizziamo i “gruppi di resilienza”, momenti collettivi dedicati alla salute mentale dei bambini iracheni sfollati e siriani rifugiati, sensibilizzando allo stesso tempo le famiglie sui temi della prevenzione e della violenza.

Per i rifugiati siriani in Giordania

Orientamento e informazione

Sa’a Suryia (L’ora della Siria) è il progetto di “radio-emergenza” pensato da Un ponte per…in collaborazione con alcune emittenti locali, per rispondere alle esigenze di orientamento e comunicazione dei tanti rifugiati siriani in Giordania attraverso la creazione di un programma radio gestito da loro e a loro rivolto, per condividere informazioni centrali sui servizi umanitari erogati.

“Ahlain!” (Benvenuti!) è invece il programma dedicato alla protezione dei bambini siriani rifugiati, giordani e palestinesi, per i quali sono stati creati spazi protetti nei 16 centri per l’infanzia gestiti dalla JWU. Ogni giorno si svolgono attività ludico-ricreative ed educative per rispondere alle necessità dei minori, cui è stata garantita anche assistenza psicologica e sociale insieme alle loro famiglie.

Per i rifugiati siriani in Libano

“Family Happiness” è il programma di sostegni a distanza che da anni portiamo avanti con il nostro partner Assomoud nei campi in cui in Libano vivono i bambini rifugiati palestinesi. In un contesto caratterizzato da fortissime limitazioni nell’accesso ai diritti basilari dei minori, garantiamo loro diritto alla salute e all’istruzione grazie a un impegno condiviso con altre associazioni e sostenuto da tante famiglie che hanno scelto di sostenere a distanza i percorsi dei bambini. Dal 2013 il programma è stato esteso anche ai bambini palestinesi che sono fuggiti con le loro famiglie dalla Siria, trovando rifugio nei campi del Libano.