Niente paura: la street art che arriva in Iraq

22 marzo 2016, 15:18

Un artista e un videomaker sono venuti a trovarci in Iraq per realizzare uno dei primi interventi di street art nel paese. E’ il progetto “Niente paura”: ecco il loro racconto.

Erbil, Kurdistan Iracheno, febbraio 2016. Lo staff di Un ponte per… accoglie l’artista Mattia Campo Dall’Orto per realizzare delle azioni artistiche e documentative per il progetto “Niente Paura”.

Insieme ai giovani volontari del progetto Youth Spring Across Ethnicities sono stati realizzati due interventi di street art, uno nel centro giovanile di Erbil e l’altro nella scuola elementare del campo per sfollati di Ashti, costruita con il sostegno della Cooperazione Italiana.

Questo è uno dei primi progetti di arte urbana sviluppati in Iraq utilizzando metodi compartecipati che coinvolgono giovani ragazze e ragazzi che a Erbil vivono o hanno trovato rifugio.

Ecco la testimonianze di questa esperienza nelle parole di Mattia.

A Erbil ho lasciato un pezzo di cuore

Lo dico per i ragazzi e le ragazze con cui ho collaborato, per i sorrisi genuini di bambine e bambini del campo sfollati di Ashti, per i colleghi italiani e iracheni con cui ho lavorato in modo appassionato.

Primo giorno, tempesta di sabbia. Sono giunto a Erbil senza un’idea precisa di cosa dipingere: saranno le persone che incontro, le situazioni, i racconti a ispirarmi. Cerco indizi anche nel vento.

Workshop al centro giovani Youth Spring Across Ethnicities: a “lezione” di integrazione. Incontro ragazzi e ragazze, molti dei quali hanno una preparazione accademica e che sono entusiasti di decorare il cortile e le stanze della struttura.

Nei primi giorni, propongo un metodo di lavoro che sembra distante dall’arte: si parla di pace, libertà, convivenza, pari opportunità.

Si ascolta e si commenta l’opinione di ognuno, indipendentemente da età, genere, professione… Chi si chiedeva “perché non disegniamo subito” inizia a capire che si sta creando un dialogo interessante, tanto appassionante quanto la pittura. Riorganizziamo concetti e parole chiave.

Dopo due giorni di dibattiti sono emerse speranze e paure, entusiasmo e disillusione. Ecco la vera voglia di raccontarsi e di comprendere, la linfa per iniziare a dipingere. Ora progettare i murales è la cosa più naturale: i soggetti si combinano in opere collettive che restituiscono il senso del team working.

Vedo giovani ragazzi con trascorsi e origini diverse, collaborare e divertirsi. Dipingono assieme per mandare un messaggio ai propri coetanei, al quartiere, a chi frequenterà il centro in futuro.

Le opere dei partecipanti raccontano di muri da abbattere, gabbie da aprire, porte della conoscenza da superare e comunità che si mescolano come i colori sulla tavolozza. Poi non mancano gli azzardi cromatici e le sperimentazioni tecniche.

Io propongo un’opera figurativa che ritrae due ragazze ed un ragazzo iracheni: i tre volti s’intersecano e si completano a vicenda. Al contrario, ogni soggetto, preso singolarmente, manca d’identità.

Le opere dei partecipanti raccontano di muri da abbattere, gabbie da aprire, porte della conoscenza da superare e comunità che si mescolano come i colori sulla tavolozza. Poi non mancano gli azzardi cromatici e le sperimentazioni tecniche.

Le difficoltà tecniche e logistiche non sono trascurabili quando il tempo è poco, il clima è instabile e le aspettative dei partecipanti sono alte. Avere un partner come Un ponte per…, radicato sul territorio, dinamico e affidabile, mi da sicurezza e mi permette di lavorare al meglio. A ciò si aggiungono la disponibilità e lo slancio degli educatori.

Dopo quattro giorni, osserviamo soddisfatti la struttura che ha un volto nuovo… si riconosce da lontano: è chiaro che si tratta di un luogo speciale, che vuole accogliere, che appartiene a tutti.

Cambio location: dalla città ci si sposta al campo sfollati.

Qui, a chi è scappato, a chi non sa dove si trovano i propri cari, a uomini e donne aggrappati ad un filo di speranza e famiglie che hanno perso tutto, cosa posso dire?

Io, artista, ascolto e basta. Percepisco tanta diffidenza. Tanto rancore. Eppure l’ospitalità è straordinaria. Professionalmente, lo staff di Un ponte per… mi appoggia in ogni modo.

Poi finalmente lavoro con i bambini. Distribuisco bigliettini con delle parole in arabo; ognuno riceve una parola segreta: pace, famiglia, desiderio, libertà, amicizia… vocaboli emersi durante il lavoro al centro giovanile.

Chiedo loro di disegnare, ispirati da quei bigliettini, finché non sentono il segnale di stop concordato: il verso del cavallo. Inizia il gioco: hanno pochi minuti dopodiché ecco il primo nitrito! Ogni foglio passa di mano, al compagno di banco, che fa lo stesso dando il suo disegno a chi sta al suo fianco. Alla fine, dopo una trentina di nitriti e tante risate, tutti hanno disegnato su ciascun foglio.

Nella stratificazione di segni, cancellature e spazi colorati, vediamo case, colline…vedo la normalità immaginata, i sogni di chi vuole diventare grande e fare il maestro o la giornalista.

Metto assieme i pezzi di questo puzzle e inizio a dipingere i caravan della scuola. Il cortile si anima di matite alate che volano fuori da gabbiette sospese.

Per i piccoli alunni, dipingere è stato un gioco divertente e un dono prezioso. Molti mi ringraziavano, alcuni mi portavano caramelle, altri mi mostravano un foglio di carta chiedendoli di ritrarli; i più intraprendenti volevano dare qualche pennellata e chi non sapeva resistere, s’impossessava di rulli e pennelli combinando piccoli disastri a mia insaputa. Tutti imprevisti, splendidi imprevisti.

Chiedo ad alcuni studenti di farmi da modelli da ritrarre su un caravan: riesco a spiegarmi con difficoltà mentre improvvisano balletti, giochi, canti ed esercizi. Quanta energia! Fortunatamente ho lo scatto che desideravo: ritrae la piccola Athraa seduta. Quindi la dipingo appoggiata su una matita gigante.

Questa bambina diventa simbolo della cultura da scoprire, della libertà da conquistare attraverso l’educazione.

Tempo di partire. Un rientro scandito da controlli di sicurezza, pasti ad alta quota e fastidiosi duty free.

Mentre saluto penso alle nuove generazioni e agli enormi sforzi che le aspettano per risollevare intere comunità che vivono in un limbo precario, ad un passo dalla guerra.

Ho visto tanto orgoglio per le proprie origini così come tanta voglia di cambiare. Dopo questa esperienza, non ho risposte.

Ho nuove questioni da approfondire tanto da sentire il bisogno di tornare. Sarà perché anch’io sento, più che mai, quella voglia di cambiare.