A Raqqa non è rimasto più nulla

18 maggio 2018, 12:57

A sei mesi dalla vittoria sull’Isis, la città è uno spettro di distruzione, cadaveri, terrore e abbandono. Non c’è luce elettrica, non c’è acqua potabile. E i quartieri sono pieni di mine pronte a uccidere.

di Francesca Mannocchi – Foto e Immagini di Alessio Romenzi
Tratto da L’Espresso del 14 maggio 2018

Raqqa. Ottobre 2017. Foto di Alessio Romenzi/UPP

Lo scorso marzo, a Tal Abyad, qualcuno è entrato in casa di Omar Alloush, co-responsabile del comitato per le pubbliche relazioni del Consiglio civile di Raqqa e membro del Consiglio democratico siriano, e lo ha ucciso. Omar Alloush era sposato, aveva tre figli, era istruito, qualificato e aveva un ruolo molto delicato nel dopoguerra di Raqqa: lavorava per la stabilizzazione della città, per la convivenza tra curdi e arabi, sapeva che l’unico modo per uscire dai conflitti è darsi da fare affinché gruppi diversi possano vivere in pace, senza sentirsi discriminati. Alloush, curdo, aveva contribuito alla creazione di consigli civili anche a Manbij e Tabqa, dopo la sconfitta dell’Isis. Era uno dei simboli degli sforzi che Raqqa sta facendo per tornare alla vita, dopo l’occupazione dello Stato islamico e cinque mesi di battaglia feroce.

Alloush non è la sola vittima esemplare del dopoguerra di Mosul: come lui è stato ucciso anche Ibrahim Salama, l’avvocato responsabile delle trattative nelle ultime settimane della guerra tra le Sdf (Syrian democratic forces) e i miliziani dello Stato islamico.

Durante i negoziati Salama era rimasto ferito dall’esplosione di una mina; gli avevano amputato una gamba e impiantato una protesi. Attraverso le trattative da lui condotte, migliaia di combattenti di Isis furono evacuati dalla città, garantendo l’accesso alle Sdf e la definitiva riconquista.

Le morti di Alloush e di Salama sono solo due dei numerosi episodi violenti che stanno minando il difficile cammino per garantire sicurezza alla città.

Quella di Raqqa è stata, come quella di Mosul, una difficile guerra urbana: gli uomini delle Sdf per mesi hanno avanzato casa per casa, liberando la città in una battaglia lenta e brutale, appoggiati dall’aviazione americana. Sotto le bombe, esattamente come era accaduto in Iraq, sono rimasti uccisi centinaia di combattenti con le loro famiglie e un numero ancora imprecisato di civili.

A Raqqa durante la fase finale degli scontri, anche per evitare una catastrofe umanitaria, la scelta è stata l’evacuazione dei combattenti: i miliziani e le loro famiglie sono stati scortati fuori dalla città con decine di bus. Evidentemente l’operazione, di cui l’avvocato Salama era stato mediatore, non poteva essere fatta senza il consenso americano, la cui aviazione avrebbe potuto facilmente colpire le circa quattromila persone evacuate, diventate un obiettivo piuttosto allo scoperto per un bombardamento a tappeto.

Secondo Airwars, un gruppo di ricerca indipendente che ha monitorato e analizzato i bombardamenti in Siria e in Iraq, l’aviazione statunitense ha usato a Raqqa circa 20 mila bombe; per gli organi ufficiali degli Stati Uniti, i morti civili vittime dei bombardamenti sarebbero 24; le stime di Airwars parlano di almeno 1400, su un totale di circa 2 mila vittime. Ma ci sono ancora 6 mila report aperti, su resti umani trovati in stato di decomposizione tra le macerie.

Raqqa. Famiglie in fuga dal conflitto. Ottobre 2017. Foto di Alessio Romenzi/UPP

Nel primo anno della sua presidenza, Trump ha spesso rivendicato il merito delle sconfitte inflitte allo Stato islamico, attribuendole al cambiamento delle regole di ingaggio: «ho completamente cambiato le nostre forze armate», s’è vantato a ottobre. Trump ha esortato i suoi generali a intensificare l’assalto all’Isis, attraverso una «strategia di annientamento». Secondo le statistiche compilate da Airwars, gli attacchi aerei della coalizione in Iraq e in Siria nel 2017 sono stati superiori del 50 per cento rispetto all’anno precedente. Le morti civili sono aumentate del 215 per cento. Alla fine della guerra, l’80 per cento di Raqqa è stato dichiarato inabitabile dall’Onu.

«Ci aspettavamo che la più alta percentuale di vittime civili si fosse verificata in quella fase della guerra e questo è esattamente quello che è successo», ha commentato Chris Woods, capo di Airwars: «Quello che ancora non comprendiamo pienamente è quanti altri civili siano stati colpiti a causa dei cambiamenti che l’amministrazione Trump ha messo in atto». Woods ha pubblicamente riferito che l’esercito americano non ha dato dettagli sul cambiamento delle regole di ingaggio, limitandosi a modificare radicalmente il tono di comando, facendo diventare la battaglia contro lo Sato islamico una guerra di annientamento, condotta in modo completamente sproporzionato: il tipo di munizione più utilizzato è stata una bomba da 500 libbre.

Campo di Areesha. Persone in fila in attesa della visita medica. Ottobre 2017. Foto di Alessio Romenzi/UPP Campo di Areesha. Persone in fila in attesa della visita medica. Ottobre 2017. Foto di Alessio Romenzi/UPP

Da ottobre, mese della riconquista da parte delle forze curdo siriane, Raqqa sta ancora contando i danni: la città, che un tempo era abitata da più di 400 mila persone, è oggi un ammasso di macerie, priva di servizi e ancora disseminata di ordigni esplosivi. La gestione della città è nelle mani del Consiglio civile di Raqqa, un gruppo multietnico composto da arabi e curdi, ma di fatto a guida curda, in una città a maggioranza araba. Tra febbraio e ottobre sono stati danneggiati, parzialmente o completamente, 11 mila edifici.

In città manca tutto: non ci sono acqua potabile e luce. Né personale a sufficienza per estrarre dalle macerie i cadaveri , che sono ancora lì a sei mesi dalla proclamata vittoria. E lo stesso vale per i fondi necessari a individuare e rimuovere le mine e tutti gli ordigni esplosivi che i miliziani di Isis si sono lasciati alle spalle prima della sconfitta e che dopo la fine della guerra hanno ucciso o ferito centinaia di civili tornati a vivere nella loro città.

Tabqa, Famiglie in attesa nell'ospedale. Ottobre 2017. Foto di Alessio Romenzi/UPP

Tra ottobre 2017 e gennaio 2018 le mine hanno ferito quasi cinquecento persone, tra cui 157 bambini, molti dei quali sono morti. Il numero effettivo di vittime è sicuramente più alto, dato che molte persone sono morte prima di raggiungere qualsiasi assistenza medica e quelle morti spesso non sono state neppure segnalate. In un solo quartiere di Raqqa il consiglio locale ha riferito di aver ricevuto circa 10 richieste di ispezioni domiciliari al giorno, ma le autorità locali sono in grado di fare quel tipo di interventi, in tutta la città, quando va bene in un’intera settimana.

Gli abitanti di Raqqa non potrebbero tornare a casa senza l’autorizzazione del Consiglio municipale, dopo una verifica, da parte delle forze di sicurezza, dell’agibilità di quello che resta degli edifici. Eppure sono già 100 mila le persone tornate a vivere in città.

Gli uomini delle forze speciali americane presenti in zona, secondo le ultime stime, sarebbero circa 2000. Ma non hanno la libertà di muoversi e lavorare liberamente, essendo in Siria senza l’autorizzazione ufficiale del governo centrale di Damasco, cioè di Assad. In più, la politica americana in Siria ha dato un segnale preciso dei propri progetti a lungo termine: a marzo l’amministrazione Trump ha congelato 200 milioni di dollari di fondi per la stabilizzazione della parte nord orientale del Paese. Il che equivale a dire: meno soldi per acqua, elettricità, scuole, ospedali. Questo potrebbe alimentare la rabbia e la marginalizzazione di intere aree del Paese, aprendo strada ad altre insurrezioni.

Alcuni locali ritengono che il mancato coinvolgimento degli americani nella stabilizzazione di una città distrutta dalle loro stesse bombe rischi di favorire un senso di insoddisfazione che potrebbe incoraggiare Assad a riempire i vuoti e beneficiare i suoi sostenitori: Russia e Iran.

«Chi si farà carico del disastro umanitario di Raqqa?», è la domanda che da mesi si pone Pedro San Josè Garces, medico che lavora per “Un ponte per” , l’ong italiana che in Siria sostiene la Mezzaluna rossa curda in progetti medici. «Nelle prime settimane dopo la fine della guerra accoglievamo 500 persone al giorno; per un medico significa non poter dedicare a un paziente più di tre minuti. Un tempo totalmente insufficiente. Oggi a guardare i giornali sembra che a Raqqa non succeda più nulla, ma in città c’è tanta morte quanta ce n’era durante la guerra». Il dottor Garces stima che la clinica riceva 200 persone al giorno. lo staff si occupa delle emergenze, della maternità e delle visite pediatriche. «Non c’è giorno che non arrivino persone colpite dall’esplosione di una mina», dice.

Il prossimo progetto, spiega oggi Garces, « è sviluppare un polo per le emergenze, perché a volte l’impossibilità di curare qualcuno che è vittima di un ordigno esplosivo è data banalmente dalla distanza chilometrica. Se il primo ospedale dista due ore e mezzo di strada, è inevitabile che molte delle persone che arrivano in clinica con ferite di grave entità finiscano per lasciarci la pelle, malgrado gli sforzi del personale sanitario. Per questo un ospedale di emergenza è quanto mai necessario.»

I mesi a Raqqa sono stati faticosi, fisicamente e umanamente, dice Garces. Ma ci sono particolari che ripagano l’impegno: «Succede in particolare quando parliamo con il nostro staff locale. Vedo la tristezza nei loro occhi, questo ammasso di rovine è la loro città o, meglio, lo era. Ma sono qui, come tutti gli altri abitanti che sfidano la paura delle mine, perché hanno bisogno di arginare la disperazione, ricostruendo in qualche modo il loro passato».

 

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