Acqua: “Basta dighe, salviamo i fiumi”

22 marzo 2019, 12:48
Acqua, l’attivista iracheno Dawood: “Basta dighe, salviamo i fiumi”. In Medio Oriente il fiume Tigri e i suoi affluenti sono messi a rischio dalla costruzione di nuove dighe. Gli attivisti si stanno mobilitando: il 6 e 7 aprile appuntamento con il ‘Mesopotamiam Water Forum’.

ROMA – In Iraq, i cittadini di Baghdad si sono meravigliati quando hanno scoperto che, per la prima volta nella storia potevano attraversare a piedi il letto del fiume Tigri, bagnandosi appena i pantaloni. È successo a giugno, ma rischia di ripetersi: secondo dati dell’Ipcc, il panel Onu sul clima, le temperature estive in Medio Oriente stanno crescendo a velocità doppia rispetto alla media mondiale, con gravi conseguenze sulla disponibilità di risorse idriche della regione.

 

“È un problema molto recente per la cultura irachena – spiega all’agenzia ‘Dire’ Ismaeel Dawood, attivista originario di Baghdad che vive a Pisa dal 2009, dove lavora come ‘Civil Society Officer’ per l’ong ‘Un Ponte Per…’. “La storia del nostro Paese è la storia di due grandi fiumi, il Tigri e l’Eufrate – spiega Dawood – ma la siccità significa morte anche per piccoli ruscelli e fiumi minori che hanno una storia lunghissima. Come a Bassora, dove un tempo scorrevano sette fiumi, ora tutti morti. Tutto questo significa un serio cambiamento storico, ma anche di costumi, tradizioni… Di vita. Penso agli abitanti delle zone paludose nel sud iracheno… Tutto il loro sistema di vita dipende dalle risorse idriche: anche le loro case sono costruite sull’acqua”.

 

Foto di Arianna Pagani

Foto di Arianna Pagani

Ma il cambiamento climatico non è il solo problema che incide sull’idrografia del Medio Oriente. Sulla diminuzione della portata di diversi fiumi, infatti, si teme che possa influire in maniera decisiva l’entrata in funzione di un numero crescente di dighe. A minacciare il Tigri, secondo gli attivisti, sarebbe la diga di Ilisu. Costruito da Ankara tra le zone a maggioranza curda di Mardin e Sirnak, il lago artificiale che alimenta l’infrastruttura dovrebbe essere riempito a partire da quest’estate: un fatto che, per Dawood, “cambierà la realtà del Tigri, che è ancora libero da dighe sul suo percorso principale”.La diga di Ilisu fa parte di un progetto chiamato South-Eastern Anatolia Project (Gap), che prevede la costruzione di 22 grandi dighe e 19 centrali idroelettriche: “Tutto questo ha e avrà serie conseguenze sulla qualità e la quantità d’acqua disponibile in Iraq” spiega Dawood. Anche l’Iran si muove nella stessa direzione, con centinaia di nuove dighe completate recentemente o ancora in costruzione e diversi progetti sugli affluenti del Tigri. “Una situazione molto particolare – ricorda Dawood – è quella di Mosul: quella diga non è sostenibile, è una minaccia per il popolo iracheno”.

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La gestione della sicurezza sulla diga di Mosul, la cui manutenzione è stata gestita per anni dalla ditta italiana Trevi con la supervisione dell’esercito italiano è da poco passata ai militari americani. “Invece di investire in queste dighe dobbiamo puntare sull’energia sostenibile” dice Dawood. “E’ una zona ricchissima di alternative, i soldi buttati lì servono solo a perpetuare questo problema”. Con altre organizzazioni della società civile, alcune riunite dalla campagna ‘Save the Tigris’, Dawood sta organizzando tra il 6 e l’8 aprile il ‘Mesopotamiam Water Forum’.

“A Sulaymaniyah, nel Kurdistan iracheno, ci aspettiamo circa 200 persone da tutto il Medio Oriente” dice l’attivista. “Ci concentreremo sulle proposte per una gestione democratica dell’acqua, sulla tutela degli ecosistemi fluviali e sui problemi legati alle dighe”.