Le vene aperte della Mesopotamia e la voglia di riscatto dell’Iraq

9 maggio 2019, 11:08

Dal 31 gennaio al 4 febbraio 2019 si è tenuta a Baghdad l’Iraqi Civil Society Solidarity Iniziative (ICSSI), alla quale hanno partecipato attivisti ed attiviste provenienti da tutto l’Iraq e da diversi paesi europei e degli Stati Uniti. Un punto di vista originale sui mutamenti profondi in corso in Iraq, per molti aspetti sorprendenti. Movimenti sociali, femministe, minoranze religiose ed etniche, attivisti/e per i diritti umani, sindacalisti/e, ambientalisti/e, musicisti/e ed artisti/e: il nuovo Iraq è già in cammino.

 

Se digiti su Google la parola “Baghdad” e clicchi “immagini” ti appare la foto della statua di Saddam Hussein al momento di essere divelta. Se digiti la parola “Mosul” va anche peggio: città in macerie, persone in fuga, Abu Bakr al-Baghdadi che annuncia la nascita del Califfato nero, morti e feriti.

L’Iraq è ancora per il mondo sinonimo di guerra e distruzione.

Dal salone dell’Associazione Nazionale degli Ingegneri a Baghdad che ospita la conferenza dell’Iraqi Civil Society Solidarity Iniziative (ICSSI) , vedere questi giovani attivisti e attiviste – tantissime le donne – alternarsi al microfono e raccontare un altro Iraq non può, agli occhi di un europeo,  che apparire sorprendente.

Nato da una intuizione dello storico presidente di Un Ponte Per.. Fabio Aberti, nel 2009 si tenne a Tivoli, alle porte di Roma, il primo incontro di attivisti e attiviste della società civile irachena con la solidarietà internazionale.

Una road map che scommetteva sulla vitalità della società irachena di alzare la testa e diventare protagonista che ha attraversato le sessioni di Parigi (2010), Erbil (2011), Bassora (2012), Oslo (2014) ed infine Sulaimaniyah nel 2016 e 2017. Portare questa conferenza a Baghdad era considerato un azzardo. Tutti gli eventi pubblici internazionali si sono sempre tenuti nella blindatissima “Green zone”, dove risiedono Governo, Parlamento, palazzi presidenziali e ambasciate. Un mondo a parte e inaccessibile alla società civile, se non dopo interminabili check point e permessi speciali. Invece l’associazione degli Ingegneri iracheni sta fuori dall’area protetta, senza le migliaia di soldati e contractors a difenderla. Un quartiere universitario che come gli altri ha sofferto le autobombe, i kamikaze nel mercato, gli scontri tra milizie.

Essere qui è già una conquista, è dire al mondo che le bombe e la violenza non possono mettere a tacere la volontà di chi sta lottando per costruire un paese diverso.

Questa voglia di cambiamento la percepisci nei racconti di attivisti ed attiviste che si alternano ai microfoni, che popolano i workshop, che scrivono l’agenda dei movimenti dei prossimi anni. Scopri che il termine lotta nonviolenta qui è di casa. Qui si è deciso di rompere la spirale che dall’odio alimenta altro odio.

Molti di questi ragazzi e ragazze sono nati nella guerra, hanno conosciuto solo la guerra. Prima quella con l’Iran. Poi la prima guerra del Golfo. Poi il criminale embargo internazionale. Poi ancora la seconda guerra del Golfo con l’occupazione militare statunitense ed occidentale (anche dell’Italia). Come in un dirupo in cui continui a cadere malamente, dopo l’occupazione straniera è arrivata la violenza settaria, il genocidio delle minoranze, la follia integralista di Daesh.

La cosa che ti colpisce è che, nonostante tutte queste tragedie, in questi ragazzi e ragazze trovi una voglia di far politica, di dire la loro, di mettersi in mezzo sulle grandi questioni sociali e dei diritti civili che pagheresti oro per averle nell’Italia di oggi.

Siamo venuti/e qui a portare la solidarietà alla società civile irachena, per scoprire che da questa esperienza siamo noi italiani ed italiane ad aver bisogno di attingere ed imparare la voglia di lottare e di futuro di questa straordinaria generazione di iracheni/e.

L’ultima volta che ero stato a Baghdad era nel luglio 2003 con una delegazione del movimento pacifista italiano. Rileggendo gli appunti di allora, diventati poi un reportage pubblicato da “Liberazione”, quello era un Iraq dove tutto era possibile, talmente il vuoto di potere apriva ad esiti diversi. Ricordo chiaramente come sul piedistallo della statua del rais abbattuta in diretta televisiva mondiale qualcuno aveva scritto: “All done, Go home”. Avete fatto, ora tornate a casa.

Invece l’occupazione americana ha preferito demolire ogni entità statale, cercando d’imporre governi fantoccio, assecondando le vendette settarie, concentrandosi unicamente nel controllo dei pozzi di petrolio e nella ricerca degli uomini di Saddam (il mazzo di carte con cui erano stati catalogati e che, giorno dopo giorno, venivano presentati al pubblico occidentale avendone catturato qualcuno, per dimostrare che la guerra stava dando i suoi frutti).

Di armi di distruzione di massa non si trovò traccia ma l’occupazione ha inoculato a fondo in ogni tessuto della società il virus dell’odio sui cui il terrorismo ha affondato le proprie radici rendendo l’Iraq ed il mondo più insicuro. Su una cosa i/le pacifisti/e e questa nuova leva di iracheni e irachene non arretrano di un centimetro: sulla guerra considerata un crimine imperdonabile contro i popoli e contro ogni diritto internazionale.

Le elezioni politiche del 12 maggio 2018, le prime dopo la sconfitta militare di Daesh, hanno segnato una sorta di spartiacque che ha chiuso una delle fasi più nere della storia del paese e ne ha aperta una nuova, segnata dalla voglia di riscatto e dal desiderio di ripartire.

La nuova leadership al governo, guidata dal premier Adel Abdul-Mahdi, ha imbracciato il timone di un paese caratterizzato da istituzioni deboli, scarso stato di diritto, un’economia in ginocchio, corruzione e divisioni etno-settarie.

In questa situazione precaria i movimenti sociali e la società civile stanno cercando di giocare tutto il proprio peso nel tentativo di rendere più avanzato l’equilibrio politico. La novità delle elezione politiche è stato l’affermarsi, sia pure come blocco di maggioranza relativa, della coalizione al-Sairoon composta dal partito del leader clerico sciita Moqtada al-Sadr, da attivisti/e della società civile e dal Partito Comunista Iracheno. Questa inedita coalizione, pur essendo radicata nei quartieri popolari e più emarginati in gran parte di religione sciita, sta tentando di caratterizzarsi come forza non settaria, almeno nell’intenzione interconfessionale e per alcuni aspetti anche laica. Lo stesso Moqtada al-Sadr ha preso posizione contro le intromissioni nella vita interna da parte del clero e del governo dell’Iran e chiesto discontinuità nella costruzione del governo e nel suo programma, mettendo al centro la campagna anticorruzione, l’avvio di un piano sociale in grado di rispondere alla lotta alla povertà e all’emarginazione e la necessità di utilizzare i proventi del petrolio a fini di giustizia sociale.

Il petrolio, uno dei veri motivi scatenanti delle interminabili guerre dell’Occidente all’Iraq. I pozzi hanno ricominciato da tempo a pompare l’oro nero e le multinazionali del settore sono rientrate nel paese con grande forza ma anche con grande disprezzo dei diritti dei lavoratori e non curandosi, nelle perforazioni, d’inquinare le falde acquifere. Najaf e Nassirya, Kerbala e Bassora sono state al centro di grandi mobilitazioni popolari per salari equi, orari di lavoro umani e contro l’inquinamento.

Mobilitazioni che non si sono piegate neanche davanti alla cruenta repressione da parte delle milizie governative o di quelle “private” a soldo dei padroni del petrolio.  Il paradosso è che nonostante l’Iraq sia uno dei primi paesi produttori di petrolio in quasi tutte le città la luce ed energia elettrica scarseggiano e vengono razionate e non assicurate per diverse ore al giorno. Questo sta comportando anche il mancato funzionamento di molte centrali di depurazione dell’acqua ed oggi anche l’accesso ad acqua potabile non è scontato. Gli ospedali inoltre funzionano a singhiozzo: molti medici, per carenza di fondi, non ricevono stipendi da mesi e anche le attrezzature sanitarie scarseggiano.

Le vene aperte della Mesopotamia portano oro nero ma anche, da sempre, tanta acqua dolce. Non a caso i movimenti iracheni hanno fatto del diritto all’acqua una delle battaglie civili e sociali più importanti.

Per capire il peso della questione basti pensare che tra settembre e ottobre 2018 sono stati quasi 100mila gli abitanti della provincia di Bassora ad essersi dovuti recare negli ospedali della zona presentando sintomi di infezioni intestinali a causa dell’acqua contaminata. Bassora paga l’inquinamento del fiume Shatt al-Arab (“il fiume degli arabi”) – che altro non è che il punto di incontro del Tigri e l’Eufrate – dovuto agli scarichi industriali e all’aumento di salinità del Golfo persico. 

Cambiamenti climatici, siccità e scarsità di pioggia, riduzione della portata dell’acqua “sequestrata” dalle dighe costruite dalla Turchia alle sorgenti dei due fiumi, scarichi inquinanti in un paese dove la rete fognaria e la rete idrica non sono state mai realmente ricostruite dopo la guerra e l’invasione Usa del 2003.

Le paludi della Mesopotamia – denunciano gli attivisti della campagna “Save the Tigris” – sono ormai allo stremo. Ed è un colpo alle radici della civiltà umana.

Zona acquitrinosa, frutto dell’incontro dei due fiumi, un ecosistema che rischia di essere cancellato, tanto da spingere l’Unesco nel 2016 a dichiararla patrimonio dell’umanità. In gioco è la sopravvivenza del più grande ecosistema paludoso dell’Eurasia occidentale, la famosa “mezzaluna fertile” lavorata dagli Arab al-Anwar – gli arabi delle paludi discendenti dei sumeri – da oltre 5mila anni.

Dal 5 al 7 aprile a Sulaymaniyah, nel Kurdistan iracheno, si è svolto il Mesopotanian Water Forum con l’intento di far sì che dalle vene aperte di questa straordinaria terra non vada disperso e negato il diritto all’acqua e a una vita degna.

Analogo discorso potrebbe essere fatto per l’enorme patrimonio artistico ed archeologico che la guerra prima e la mancanza di risorse economiche dopo, hanno posto in serio pericolo. Si tratta di un patrimonio millenario fatto di siti archeologici ma anche di tavole scritte sull’argilla o antichi manoscritti. Nei giorni della conferenza ICSSI abbiamo firmato un accordo a tre tra il Ministero della Cultura , Un Ponte Per… e l’Università Sapienza di Roma per la valorizzazione e la salvaguardia del tempio di Ur, una vera e propria perla minacciata dall’incuria.

Poi c’è l’enorme patrimonio di uomini e di donne, di generazioni di orfani, mutilati e vedove da riscattare dal dolore immenso della perdita dei loro cari e delle loro case. Si tratta di un immenso lavoro di cura, verso chi ha subito violenza fisica, lo stupro etnico, la discriminazione per religione ed orientamento sessuale. Si tratta di smontare l’architrave di una società maschilista e oscurantista sulle quali Daesh ha avuto gioco facile a far attecchire la propria idea della donna.

Entrare in un Centro antiviolenza in quartiere di Mosul ed ascoltare il lavoro quotidiano fatto da psicologhe e operatrici sociali ti emoziona e al contempo ti fa capire su che spalle fragili passa la vera linea del fronte – questa volta non più armato – contro il fondamentalismo religioso.

Così come è immenso il lavoro da svolgere tra le famiglie dei combattenti di Daesh, di fatto prigioniere nei campi profughi più poveri e privi spesso delle cose più vitali. Ma la battaglia contro Daesh si vince o si perde qui, se i figli di quei combattenti conosceranno il piacere per la musica, l’arte, la scrittura, il gioco, il capire che i bambini e le bambine e più in generale tutte le persone meritano di vivere insieme una vita degna.

Le macerie dentro i cuori sono le più difficili da rimuovere ma è su questo campo che la solidarietà internazionale e la società civile possono essere determinanti.

Ezidi, cristiani, sunniti, sciiti, curdi: il mosaico iracheno spezzato da decenni di guerra deve oggi ricomporsi dentro l’idea di un altro Iraq possibile e necessario. Anche le politiche dei nostri governi, che così gravi responsabilità portano per le condizioni in cui versa l’Iraq, devono essere capaci di riconvertirsi.

Non più truppe di occupazione e politiche predatorie delle loro risorse, ma sostegno alla ricostruzione materiale e morale di un paese straordinario.

Alfio Nicotra – Co-presidente di Un Ponte Per..
Fonte: Solidarietà Internazionale