Siria. “Il dovere di aiutare”

10 luglio 2019, 15:26

In Siria, insieme alla Mezzaluna Rossa Curda, stiamo fronteggiando una nuova emergenza umanitaria. A causa degli ultimi combattimenti contro Daesh nel paese, nel campo profughi di Al Hol in pochi mesi sono arrivate 64.000 persone, di cui 60.000 sono donne e bambini/e. Oltre ad affrontare questa crisi, stiamo investendo nella formazione di team di Operatori e Operatrici Sanitari di comunità: persone comuni, che hanno scelto di aiutare la propria gente e sono state formate in primo soccorso, e che rappresentano il primo contatto tra le persone arrivate e i servizi sanitari che abbiamo costruito nel campo.

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Haleen, Israa e Jiwan sono alcune/i dei nostri Operatori e Operatrici di comunità. Ecco le loro storie.

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Haleen ha 24 anni, vive in Siria e studia Ingegneria civile. Quando ha visto arrivare le prime centinaia di persone in fuga dall’Iraq nel suo paese, aveva appena iniziato l’università. Avrebbe potuto continuare a studiare e non curarsene: invece, ha deciso di impegnarsi per loro.

Era l’estate del 2016, e il campo profughi di Al Hol veniva attrezzato per accogliere i/le rifugiati/e iracheni/e in fuga da Daesh. Quell’anno, arrivarono 9.000 persone. Numeri molto lontani da quelli che si sarebbero raggiunti dopo.

Oggi Haleen è al suo terzo anno di studi, e Al Hol è diventato un inferno. In 4 mesi, tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, sono arrivate 64.000 persone in fuga dagli ultimi combattimenti contro Daesh in Siria. Nel frattempo, Haleen è entrata a far parte di uno dei nostri team di Community Health Workers (CHW), Operatori e Operatrici Sanitari di comunità che vivono nel campo e che diventano il primo contatto con i servizi sanitari che mettiamo a disposizione delle persone accolte. Non sempre è facile, “perché chi arriva è in grande difficoltà e non sempre è ben disposto a farsi aiutare. Soprattutto chi soffre di problemi legati ai traumi che ha vissuto”, racconta Haleen, impegnata nei Centri sanitari che abbiamo aperto nel campo, e che giorno dopo giorno ha visto la fiducia crescere, le persone affidarsi.

Oggi sono loro che cercano il nostro intervento, e ci chiedono di andare tenda per tenda ad ascoltare le loro difficoltà. Tra le azioni di cui più va fiera, c’è la campagna di prevenzione del tifo a cui ha partecipato quando è iniziato l’esodo di massa che ha spinto migliaia di donne e bambini verso Al Hol.

“C’erano tante persone malate, dovevamo impedire un’epidemia”, racconta. “I medici della Mezzaluna Rossa ci sostengono e ci incoraggiano. Cerchiamo di fare del nostro meglio, e speriamo di poter migliorare sempre di più”.

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Israa ha 32 anni e 3 figli. Laureata in lingua inglese, fino al 2009 è stata un’insegnante. Poi la vita è cambiata, insieme al suo paese: in Siria è scoppiata una guerra entrata ormai nel suo ottavo anno. Israa, invece, è entrata a far parte della Mezzaluna Rossa Curda per aiutare la sua gente. Racconta di averlo fatto “per amore delle persone, per la volontà di aiutarle”, dato che la guerra rende tutte e tutti uguali.

Oggi Israa è parte di uno dei nostri team di Operatori e Operatrici Sanitari di Comunità che operano nel nord est della Siria. Spingendosi dove gli ospedali non ci sono, raggiungendo comunità disperse e lontane, o entrando con coraggio e determinazione nel più grande campo profughi del paese: quello di Al Hol, dove si sta consumando una nuova emergenza umanitaria.

Da madre, Israa ha pensato subito di dedicarsi ad altre madri, e ha iniziato ad impegnarsi nelle campagne per l’allattamento al seno – per ridurre il consumo di latte in polvere, difficile da trovare in tempo di conflitto – e assistendo le neo-mamme nella loro nuova avventura. “Per me si tratta di un punto centrale”, spiega, “perché l’allattamento al seno aiuta i bambini e le bambine a crescere sani, proteggendoli dalle malattie grazie agli anticorpi. Prendersi cura di una mamma vuol dire riuscire a raggiungere, attraverso di lei, l’intero nucleo familiare. Se lei è sana, lo saranno anche i suoi figli”, racconta.

Ed è così che, anche grazie al suo lavoro, donne costrette a partorire i propri figli tra le tende di un campo profughi si stanno riappropriando di quel momento speciale che è la nascita di un bambino.Mi prendo cura di loro dal primo giorno di allattamento fino al 6° mese di vita dei loro bambini. Essendo mamma a mia volta, è più facile per loro darmi fiducia e ascoltarmi”. Perché talvolta farsi accettare non è semplice, e ciò che le Operatrici devono fare è prima di tutto costruire fiducia.

Ed è questo, in fondo, il cuore del loro intervento: farsi accogliere dalle comunità che vogliono assistere, perché il diritto alla salute possa essere il primo passo verso il ritorno a una normalità negata. Oggi la sua presenza, come quella del suo team, è accettata e apprezzata. Tanto che “i bambini vogliono farsi continuamente selfie con noi”, racconta Israa sorridendo, prima di montare a bordo dell’ambulanza e ripartire.

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Jiwan ha 30 anni, e prima della guerra è stato uno studente di Scienze e Tecnologie. Poi, nel 2016, ha incontrato la Mezzaluna Rossa Curda e ha scelto di farne parte. “C’erano migliaia di persone che arrivavano ogni giorno dall’Iraq nel nostro paese in fuga da una guerra simile alla nostra. Parlavano tutti di questo enorme campo profughi, Al Hol… Ho sentito che dovevo fare qualcosa, darmi da fare, condividere le condizioni tragiche in cui si trovavano quelle persone”, ricorda.

Così, è diventato prima un volontario, poi un Operatore Sanitario di Comunità, ed ha finito per essere coordinatore del suo team, con cui ogni giorno, proprio nel campo di Al Hol, porta avanti campagne di prevenzione e assicura servizi essenziali.

Mi sono occupato di diverse campagne per la prevenzione del tifo e di altre malattie, ma soprattutto mi ricordo l’inizio del nostro intervento: è stato centrale fare un censimento delle persone nel campo che avevano bisogno di medicinali perché affette da malattie croniche. Sembra una banalità, ma poter avere accesso a quelle cure, e vederle arrivare nelle loro tende tramite noi, è stata e resta una delle cose più importanti che abbiamo mai fatto”, racconta Jiwan.

Che ricorda come abbia assistito, dal 2016 ad oggi, centinaia di bambine e bambini non accompagnati, persone con disabilità, giovani madri sole: “Chi arriva in un enorme campo profughi come questo spesso non ha idea dei servizi sanitari a disposizione, né dei suoi diritti. Rispondere alle loro domande è la cosa più utile che si possa fare”, spiega.

Oggi, quando passa fra le tende, le persone benedicono lui e la Mezzaluna Rossa per ciò che fanno. Sono così felici! Ci augurano una lunga vita”, racconta. “E noi, davvero, facciamo del nostro meglio ogni giorno”.

 

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