Siria. Tre anni di impegno

23 luglio 2019, 13:06

In Siria abbiamo deciso di entrare nel 2016: una sfida difficile per la nostra organizzazione, ma un impegno che sentivamo di dover assumere. Oggi, tre anni dopo, il nostro Desk Luca Magno racconta i risultati dei ponti che abbiamo costruito. 

 

Il nostro primo ufficio in Siria e’ stato aperto 3 anni fa, nel 2016. Il dibattito interno alla nostra Organizzazione, all’epoca, verteva sulla capacità di entrare o meno nel paese. Dopo tanti anni di impegno in Iraq, non sapevamo se saremmo stati/e capaci di affrontare questa nuova sfida.

A distanza di 3 anni possiamo dire che molto è stato fatto: abbiamo dimostrato quando UPP fosse in grado di fare, quanto sia stata importante la nostra presenza. 

Vorrei raccontare quindi gli eventi principali di questo ultimo anno di lavoro, e analizzare la risposta che UPP a questi eventi ha dato. Trattandosi di un contesto principalmente emergenziale infatti, il nostro lavoro è stato essenzialmente di risposta a questi eventi.

A distanza di anni, tanto è cambiato. L’area che riusciamo a coprire si è molto espansa. All’inizio del nostro intervento il territorio in cui operiamo aveva un altro nome: “Rojava”. Caratterizzava l’area del nord-est della Siria, interessata dal fenomeno del federalismo democratico. Le componenti curde si sono poi espanse, includendo tutte le componenti arabe presenti sul territorio. Ci sono stati diversi passaggi costituzionali che hanno portato prima di tutto ad un cambiamento del nome: oggi l’area in cui operiamo si chiama “Federazione Democratica della Siria del Nord”. Sono stati compiuti molti tentativi di tenere unite tutte le tribù sunnite che lungo l’Eufrate erano state il bacino di espansione di Daesh, anni fa. Oggi la sfida è incorporarle per far sì che i principi democratici vengano condivisi, e fare in modo che tutti/e si sentano inclusi/e.

Tra gli eventi principali di quest’anno non si può non menzionare la fine della guerra contro Daesh. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle momenti drammatici, l’esodo di decine di migliaia di persone che si sono mosse non solo volontariamente, ma anche forzatamente, dalle zone in cui si svolgevano ancora combattimenti.

Basti pensare al campo di Al Hol, divenuto ormai enorme, che oggi accoglie tra le 60 e le 70.000 persone, principalmente donne e bambini/e, perché gli uomini sono stati in gran parte arrestati. Avendo la nostra ONG una presenza importante nel campo sin dal 2017, ci siamo trovate/i ad affrontare questa emergenza enorme insieme ai nostri partner della Mezzaluna Rossa Curda, attivi sia con un sistema di ambulanze sulla front line che nei principali campi di accoglienza e in quello di Al Hol, grazie al sistema che insieme abbiamo costruito. Per queste persone abbiamo cercato di fare un lavoro di advocacy in tutti i modi possibili. E oggi abbiamo lanciato una campagna di denuncia e raccolta fondi per rafforzare il nostro intervento

Inizialmente infatti i grandi donatori ritenevano che queste persone fossero colluse con i combattenti di Daesh, e intendevano usare un approccio differenziato. Insieme ad altre organizzazioni internazionali presenti nell’area abbiamo condotto una grande battaglia di advocacy perché i loro diritti fossero garantiti, come quelli di chiunque altro/a.

Ma anche se Daesh è stato affrontato, non significa che la guerra sia finita. Sono solo cambiate le tattiche, i modi di combattere. Assistiamo a continui attentati nelle aree curde e arabe, soprattutto nella zona di Raqqa e Deir Ez-Zor, dove ci muoviamo davvero con molta difficoltà perché le ultime zone sottratte a Daesh sono ancora fuori controllo. Un tema centrale resta il problema delle mine inesplose, presenti a migliaia in tutto il territorio. Un’altra tattica che abbiamo visto in altre zone di conflitto è l’incendio dei campi di grano: episodi di questo tipo si sono ripetuti negli ultimi mesi, e si tratta di attacchi indiscriminati contro le popolazioni.

C’è stato poi un altro momento critico a dicembre 2018, quando gli Stati Uniti hanno minacciato di ritirare le proprie truppe dal nord est siriano. Su questo noi, come le altre Ong internazionali, siamo rimasti/e neutrali naturalmente: non abbiamo chiesto agli Stati Uniti di rimanere in Siria. Abbiamo però mostrato quali potessero essere le conseguenze di un ritiro improvviso e immediato, come annunciato dal Presidente Trump. A protestare è stato il popolo siriano nel nord est: ci sono state manifestazioni in moltissime città, sia in Siria che nella diaspora curda nel mondo. Queste proteste, unite ad un conflitto interno al governo statunitense, hanno portato al ritiro della decisione, che ha avuto comunque conseguenze importanti anche per la fiducia nutrita da una popolazione già provata da 8 anni di conflitto.

E’ stato un momento chiave anche per ricucire i legami spezzati tra le tribù arabe e la componente curda: si sono infatti attivati dei negoziati – poi falliti – con Damasco, nei quali i curdi non hanno utilizzato gli arabi come merce di scambio, e questo è stato importante per convergere nella conferenza di Ain Issa, città araba a nord di Raqqa, in cui si è trasferito il nuovo governo locale. Uno spostamento che ha una grande valenza simbolica.

Tuttavia, permangono numerose crisi interne. Quella delle persone sfollate, prima di tutto. Per chi fuggì dall’Iraq in Siria nel 2016 – oltre 200.000 persone tuttora nei campi – non è ancora stata trovata una soluzione che consenta il ritorno. C’è il tema del tribunale internazionale che dovrà giudicare i combattenti di Daesh: il dibattito è ancora aperto, non si sa se dovrà essere istituito in Siria o in Iraq, dove vige però tuttora la pena di morte.

Riguardo al nostro lavoro, possiamo dire che nel 2018/2019 è aumentata la responsabilità che abbiamo assunto, ricoprendo il ruolo di coordinamento dell’intervento umanitario, ma portando un approccio diverso rispetto a quello classico della risposta all’emergenza. Centrale nel nostro modo di operare resta infatti lavorare al rafforzamento dei partner locali, perché di noi un giorno non ci sia più bisogno. Continuiamo a tenere stretti legami con enti di solidarietà europei che raccolgono fondi e donazioni per la Mezzaluna Rossa Curda.

E abbiamo continuato ad accrescere la qualità del nostro intervento. Importante è stata la ricostruzione di parte dell’ospedale pubblico di Raqqa, in cui siamo stati/e attivi/e durante la guerra e in seguito. Su un totale di 11 ospedali pubblici in Siria, gestiamo 6 reparti di maternità. Abbiamo creato una rete di 30 ambulanze che si muove lungo tutte le aree di conflitto o come protezione civile ad esempio durante le ultime alluvioni.

Lavoriamo nei campi per persone sfollate e rifugiate, e con le nostre Unità mobili. In ogni clinica che abbiamo costruito forniamo assistenza sanitaria gratuita ad oltre 100 persone al giorno. E la cosa più importante è che siamo riusciti/e a coprire, grazie al lavoro del nostro staff internazionale, una vasta gamma di servizi di salute – dalla medicina interna, alla pediatria, alla ginecologia – cosa molto difficile per noi all’inizio. Lo sforzo e la continuità garantita dai nostri medici però ha dato i suoi frutti: il modello che stiamo costruendo insieme ai partner locali sta funzionando, e stiamo investendo molto nella prevenzione insieme alle Operatrici e agli Operatori Sanitari di Comunità, andando casa per casa, nelle scuole, nei luoghi pubblici.

Abbiamo messo in piedi un programma di monitoraggio che si chiama “PIS”, che ci permette di verificare costantemente la qualità dei servizi medici che offriamo. E’ stato frutto di un lavoro comune di tutto il team internazionale che lavora in Siria ed uno sforzo enorme perché richiede un cambio di mentalità da parte dei medici che sono stati abituati in questi anni a lavorare in un contesto di emergenza. Quello che vorremmo fare adesso è non tornare indietro, non ridurre la qualità dei servizi ma migliorarla ogni giorno di più. E’ una nostra responsabilità, per quanto molto grande.

Stiamo rafforzando molto la nostra componente di protezione. Gli ultimi progetti che abbiamo scritto vanno in questa direzione. Lavoriamo con le Case delle Donne, dove abbiamo creato un sistema di referral e di presa in carico di casi difficili che riguardano le donne vittime di violenza. Su questo vogliamo espandere il nostro lavoro collegandolo con il sistema di salute mentale.

Per il futuro ci attendono nuove sfide, che sono certo sapremo affrontare insieme, senza dimenticare mai di coniugare al nostro lavoro sanitario e umanitario lo sguardo solidale e politico verso l’esperienza che si sta costruendo nel nord est Siria.

Luca Magno – Desk Officer Siria di Un Ponte Per.

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