Cucire i buchi della guerra

12 agosto 2019, 16:01

Salvo che per un piccolissimo sbocco sul Golfo Persico, in Iraq il mare non c’è. Però ci sono le Ong, da tanto tempo. Da molto prima che a qualche uomo piccolo, ossessionato dai demoni delle urne elettorali, venisse in mente di insultarle chiamandole “taxi del mare”. Chiunque sia stato in Iraq, oppure in Siria, quando il sangue scorreva e l’orrore mutilava la speranza, della gran parte delle persone che scelgono di lavorare con le Ong s’è fatto un’altra idea, molto diversa. In Iraq ci sono state e ci sono persone che non guidano traghetti. Provano ad aggiustare i buchi fatti dalla guerra, a costruire ponti dove quasi nessun altro ha avuto il coraggio, la forza o la tenacia per farlo. Le loro sono storie di mani tese in mezzo a violenze indicibili, mani e cuori capaci di curare le ferite, di far crescere scuole in mezzo alle granate. Ricucire il dialogo e i legami sociali in paese devastato dall’odio non è lavoro per tutti. E non ci sono ricompense in denaro che possano spiegarne le motivazioni. Lo facciamo perché i nostri nonni e i nostri genitori, che hanno vissuto la guerra in Italia, ci hanno insegnato che è giusto così, spiega Domenico Chirico di Un Ponte Per, perché è bello che le persone possano tornare a vivere insieme.
Articolo tratto da Comune.info.
di Domenico Chirico – Un Ponte Per

 

Una sera di dicembre del 2018, in Siria, dopo una lunga giornata passata a Raqqa distrutta dalla guerra e dai bombardamenti, mi sono ritrovato a piangere da solo. Non piango mai di fronte ai morti, alle violenze, alla distruzione attraversata, negli ultimi venti anni, dai Balcani al Medio Oriente.

Mi era giunta da Caserta la notizia che la mia amatissima zia Rosalba era morta. E io, che con lei e con le mie cugine sono cresciuto, ho trovato quel messaggio più doloroso di ogni altra sciagura attraversata quei giorni. Ho pensato soprattutto alle tantissime risate che mi ero fatto con mia zia e alla distanza che rendeva irraggiungibile il suo funerale e l’abbraccio alle sue figlie. E ho pensato al dolore, sempre muto, di chi fa il nostro mestiere. Non dissi niente a nessuno quella sera e il giorno dopo ero al lavoro al campo profughi di Al Hol, uno degli inferni disponibili nel mondo contemporaneo.

Rosalba d’Andria era nata alla fine della seconda guerra mondiale, il suo nome era pieno di speranza per la nuova alba che il tempo portava. Per tutta la vita Rosalba ha insegnato con passione ed è stata una grande sostenitrice delle Ong. Ero su un fronte di guerra e pensavo a lei, al mio lavoro e alla distanza che ci separava, ma anche alla sua solidarietà – e a quella di tante altre persone come lei – che ci univa. Pensavo alla necessità di esserci, in quei luoghi, là dove si sta decostruendo, pezzo dopo pezzo, il nostro mondo contemporaneo. Al Kosovo, dove fu inventata la guerra umanitaria, all’Iraq, dove fu lanciata l’aggressione a tavolino a un intero popolo, mentendo all’Onu e cominciando a delegittimarne il ruolo per sempre. Fino alla Siria, paese stupendo, martoriato da 8 anni di guerra civile e da decenni di dittatura.

Ecco, la necessità di esserci e di tendere una mano a chi ha subito guerra e violenza. Così ci siamo messi ad aggiustare i buchi della guerra, con qualche di generazione di idealisti, nati dopo la seconda guerra mondiale. Nelle scuole di Mosul bombardate per liberare l’area dall’Isis o nei campi delle persone in fuga dalle persecuzioni. Tutte vittime.

Arrivo in un paesino sperduto intorno a Mosul, lungo il fiume Tigri. Sono cinquanta gradi. Qui qualcuno ha aderito all’Isis, altri sono fuggiti e sono stati perseguitati dai miliziani dello Stato Islamico. Il nostro referente in loco ha avuto familiari uccisi e la casa distrutta, l’Isis lo odiava perché non si era piegato al loro potere ed era un uomo rispettato in paese. E’ tornato a casa dopo la guerra sapendo che alcuni dei suoi persecutori sono ora anche tra i suoi vicini di casa. Ha cominciato a chiamare gli amici e i conoscenti in tutto l’Iraq per chieder loro di venire qui a ricostruire: riparate scuole, costruite centri giovanili, fate un campo di calcetto. Diamo forma al futuro delle generazioni cresciute durante la guerra e nella miseria.

L’ingegnere cristiano di Un Ponte Per, perseguitato anche lui, si è dato da fare per costruire strutture accoglienti, belle. Una scuola ha i bagni così nuovi che li tengono sempre chiusi perché il villaggio rurale dove sorge non li ha mai avuti. E poi ci sono gli accessi per i disabili e le strutture che li possono accogliere. In quelle zone ce ne sono tanti ma sono nascosti nelle case, curati solo dall’affetto e dalla fatica dei familiari. Anche l’ingegnere ha avuto la casa saccheggiata dall’Isis ma non ha alcun timore a lavorare in uno dei luoghi che era tra le roccaforti dei miliziani. Sa che le scuole in cui tappiamo i buchi delle granate e dove si ricostruisce la vita sociale e civile sono tra i pochi luoghi dove si potrà seminare pace in questo momento.

Paul Ricaeur diceva che per lavorare sulla riconciliazione, e quindi anche sulle lacerazioni della guerra, sono necessari una lettura comune della storia, degli scambi culturali tra le parti e il perdono. Un percorso in cui vittime e carnefici riconoscano ruoli e responsabilità reciproche, se ce ne sono, e provino a dialogare tra loro.

Ecco, noi operatori umanitari che siamo ospiti in paesi di guerra possiamo facilitare due degli aspetti ma possiamo aiutare molto sugli scambi culturali. Possiamo creare luoghi come i centri giovanili, o le scuole riabilitate ed accoglienti dove le persone, i minori soprattutto, riescono a trovare un loro spazio di dialogo e incontro. Non è facile farlo dove la retorica della guerra è costante e vince sempre. Però nei centri giovanili arriva, ad esempio, uno come Luca Chiavinato, un musicista senza frontiere, che mette su un’orchestra di giovani talenti iracheni. E poi li aiuta a sognare o li porta a suonare in Italia, costruendo un altro solido ponte fatto di arte, musica e solidarietà. Anche qui un buco del tempo, nella crescita dei giovani iracheni, si prova a colmarlo. Non solo con la calce che ricostruisce le scuole ma anche con la poesia che loro meritano dopo anni di abominio. Oppure con le preghiere laiche della loro musica, che riesce subito a toccare i cuori di chi li ascolta.

buchi delle menti sono quelli più duri da aggiustare. Nutrirsi di odio per anni e crescere generazioni nella violenza vuol dire seminare tempesta. I figli dell’Isis, chiusi dai 9 anni in su nelle prigioni di Mosul, sono lì che ci guardano spaventati e inorriditi. Avrebbero bisogno di una mano tesa e non di una punizione perpetua. Così come le speranze dei 40.000 giovani che si sono iscritti all’Università di Mosul, ai quali va offerta una speranza e non solo un breve parcheggio. Provano a farlo le mani tese delle Ong, le stesse che stanno ora nel Mediterraneo a salvare vite di persone che, va sempre ricordato, altrimenti morirebbero affogate.

Ecco, noi proviamo spesso, tra mille insuccessi e profonde storture, a coltivare l’utopia di colmare queste distanze e aggiustare questi buchi. Lo facciamo senza bisogno di alcuna ricompensa. Semplicemente perché i genitori e i nonni, usciti dalla guerra, ci hanno insegnato che è giusto così.

Che la solidarietà è un valore oltre che un dovere e perché continuiamo ostinatamente a coltivare un’idea di comunità in cui le persone possano vivere insieme.