Ecco perché vogliamo rimandarli a settembre

12 settembre 2019, 12:28

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Nel 2017 furono quasi 6 milioni le persone costrette a fuggire dalle proprie case, città, villaggi a causa di Daesh. “Sfollati interni”, persone che cercarono rifugio nei tanti campi profughi che intanto erano sorti in tutto l’Iraq.

Oggi, due anni dopo, ancora 2 milioni di loro restano in queste condizioni. Per tutti gli altri e le altre, che gradualmente hanno fatto ritorno, spesso ad attenderli ci sono state solo macerie.

“Tutti gli edifici pubblici sono stati distrutti, inclusa la scuola”: è una frase che abbiamo sentito ripetere spesso in questi mesi, spostandoci di villaggio in villaggio, nella Piana di Ninive – il Governatorato che ha Mosul come capoluogo, occupata per 3 anni da Daesh – da direttori scolastici e insegnanti che in questo lasso di tempo hanno fatto di tutto per garantire continuità scolastica a bambine e bambini.

Eppure, le bambine e i bambiniche hanno dovuto interrompere gli studi, o che oggi non possono riprenderli, restano migliaia.

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Secondo gli ultimi dati diffusi da Unicef, sono oltre 3 milioni i/le minori che in Iraq ancora necessitano di assistenza umanitaria. Tra loro, ci sono coloro che sono nati/e tra il 2014 e il 2017, sotto il dominio di Daesh, rimasti/e senza certificati di nascita e privi/e della documentazione necessaria per iscriversi a scuola: perché lo Stato Islamico è stato anche questo.

Ben oltre i veli neri sotto i quali ha recluso le donne; ben oltre la violenza, gli omicidi, gli atti di terrore, resta la scia di quanto ha lasciato.

Quando Daesh ha preso il controllo della Piana di Ninive, insediandosi a Mosul, ha confiscato la documentazione civile vigente, emanandone una propria, oggi non riconosciuta dalle autorità irachene.

La maggior parte delle scuole, tra il 2014 e il 2017 è rimasta chiusa, è stata occupata come base militare, o è stata distrutta. L’Unicef stima che siano almeno 355mila i bambini e le bambine che hanno rinunciato ad anni di studio.

Dopo la liberazione da Daesh, il Ministero dell’Istruzione iracheno ha lanciato un programma di recupero accelerato, per consentire a bambine e bambini di recuperare gli anni perduti. Ma non basta, se si considera che secondo i dati attuali sono ancora 870.000 i minori sfollati che non hanno potuto fare ritorno alle proprie città e villaggi. Chi ci è riuscito, tuttavia, ha trovato spesso solo macerie.

La scuola che erano abituati/e a frequentare ed animare, semplicemente, non esisteva più.

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Ecco perché in quei territori nei quali abbiamo lavorato per anni, e dai quali siamo stati/e costretti/e ad allontanarci anche noi nell’estate del 2014, quando Daesh ne ha preso il controllo, siamo stati/e felici di tornare. Cominciando proprio dalle scuole.

Kanhash, Shamseyat Badra, Basekhra, Qaraqosh: villaggi piccoli, tanto che a volte si fatica ad individuarli sulle mappe. Sperduti nel cuore della Piana di Ninive, a pochi chilometri da quella Mosul un tempo centro nevralgico dell’istruzione universitaria in Iraq, oggi ridotta ancora in gran parte in macerie, che lentamente si rialza dai suoi 3 anni di buio.

Da qui, nel marzo scorso, abbiamo cominciato a ricostruire. Trovando tunnel dei miliziani di Daesh scavati nei cortili delle scuole; pareti perforate dai proiettili; tetti distrutti, scritte di morte.

Poi, un giorno dopo l’altro, le scuole sono tornate scuole.

Il 15 maggio siamo riusciti/e a consegnarne 3 al Ministero dell’Istruzione iracheno. E per farle tornare subito alla vita, non abbiamo aspettato settembre: abbiamo organizzato per la prima volta in Iraq dei centri estivi per bambine e bambini: sono arrivate/i a centinaia, ed hanno partecipato alle attività animate dal nostro staff. Intanto, i lavori di ristrutturazione per altri 4 edifici scolastici non si sono mai fermati.

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Questa è la scuola di Basekhra, appena terminata. Qui, dopo i lavori, insieme a bambine e bambini abbiamo iniziato a piantare alberi nel cortile, così che a breve sia ancora più bella.

Qui, dove Daesh aveva lasciato fori di proiettili e tracce di guerra, oggi sono tornati colori e sorrisi.  

Una volta terminate, queste e le altre 3 scuole già ristrutturate riusciranno ad accogliere 2.100 bambine e bambini, che con la ripresa dell’anno scolastico potranno tornare a godersi l’infanzia. Fuggiti/e durante la guerra, costrette/i a chiamare “casa” campi profughi senza spazi per giocare e spesso senza scuole, questi bambini e queste bambine potranno tornare ad essere ciò che sono.

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Ma c’è ancora moltissimo lavoro da fare: vanno costruite nuove aule, ristrutturate quelle distrutte, realizzati cortili per il gioco e lo sport. Quando finalmente potranno entrare in funzione, in queste scuole porteremo ciò che abbiamo imparato in tanti anni di lavoro in Italia e in Medio Oriente: l’Educazione alla Pace.

Insieme a direttori e direttrici scolatici, insegnanti ed esperti/e italiani/e e locali, abbiamo elaborato un programma di formazione che ha l’obiettivo di combattere gli estremismi, individuandone le cause, e lavorando insieme a bambine e bambini perché l’odio, la violenza, il settarismo e le divisioni non trovino più spazio nell’Iraq di domani.

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Quell’Iraq che stiamo contribuendo a ricostruire un pezzetto alla volta, ma che stanno ricostruendo soprattutto le nuove generazioni, impegnate per garantire al loro paese un futuro nel quale si possa tornare a parlare di sogni e speranze, non solo di guerra e distruzione.

Siamo determinate/i a rimandare queste bambine e questi bambini a settembre: ci siamo quasi, ma abbiamo ancora bisogno di sostegno.

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