Con bandiere e telefoni, la gioventù irachena ha sorpreso la classe politica

8 ottobre 2019, 15:07

Riportiamo l’analisi della coalizione di società civile Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (ICSSI) sulla situazione attuale in Iraq.

La sollevazione del 1 ottobre, avviata a Piazza Tahrir a Baghdad, è stata un’estensione del movimento nonviolento di protesta che iniziò nello stesso luogo nel 2011. Le precedenti manifestazioni pacifiche avevano lanciato una sfida al sistema politico esistente; questa volta, sebbene alcune questioni di base restino le stesse, le manifestazioni sono sgorgate da una nuova fonte, e sono state organizzate diversamente.

Questa nuova sorgente sono i giovani e le giovani, di età compresa tra i 17 e i 23 anni, la maggior parte dei/delle quali proviene da aree impoverite. Molti/e di loro non sanno neanche come fosse l’Iraq prima del 2003 (data dell’invasione statunitense del paese, ndt); tutto ciò che conoscono è un paese che soffre a causa di una classe politica che segue quote partitiche e settarie, e continua ad utilizzare il suo potere non per il bene comune del popolo iracheno, ma per evitare di assumersi la responsabilità della diffusa e permanente corruzione.

I/le  giovani che stanno manifestando pacificamente per le strade di tutto il paese stanno inchiodando questa classe politica alle proprie responsabilità, per la mancanza di servizi di base, di possibilità di lavoro, per le loro vite vissute sempre ai margini, e per la sensazione che non abbiano diritto ad un futuro dignitoso.

Questi/e giovani hanno preso le strade con proteste nonviolente pochi giorni fa, nonostante l’opposizione delle famiglie, preoccupate per la loro sicurezza dal momento che  si ostinavano ad attraversare strade interrotte dalle autorità, attenti a schivare i proiettili dei cecchini. Niente può fermarli, niente impedirà loro dal continuare a manifestare pubblicamente e rivendicare un Iraq migliore.

Per le strade, sono scesi/e con le bandiere irachene, dichiarando il loro amore profondo per il proprio paese. E con i cellulari nelle mani, comunicando tra loro e registrando le repressioni, hanno resistito alle forze di polizia, agli scontri, alle milizie dei partiti politici.

Il 1 ottobre il mondo ha testimoniato la prima ondata di manifestazioni giovanili nonviolente a Baghdad, Nassiriyah e Diwaniyah, un movimento pacifico e spontaneo che ha respinto le ideologie politiche divisive dei partiti. Erano – e continuano ad essere – giovani donne e uomini che rivendicano un Iraq che si prenda cura di tutto il suo popolo, e rispetti i diritti dichiarati nella sua Costituzione. Le notizie delle manifestazioni si sono rapidamente diffuse, e in breve questi giovani attivisti e attiviste hanno ispirato i loro coetanei in altri 4 Governatorati ad unirsi manifestando nelle loro città.

I grandi assenti di queste manifestazioni sono stati i rappresentanti ufficiali dei partiti politici al governo, ma anche i leader delle proteste degli anni scorsi. Queste ultime manifestazioni infatti non hanno visto alcun coordinamento o organizzazione, diversamente da quelle passate. Il 1 ottobre i/le giovani iracheni/e hanno avviato le proteste, e i leader di quelle passate, casomai, hanno cercato di rincorrerli: neanche loro avevano compreso la potenza di questo nuovo movimento giovanile.

Via via che le manifestazioni proseguivano, si sono uniti anche attivisti di più lungo corso, e il loro sostegno è stato importante per permettere alla protesta di restare viva. Hanno diffuso le notizie e mobilitato l’opinione pubblica mondiale attraverso i loro social network, conosciuti a livello internazionale. Al momento, stanno giocando un ruolo importante dando istruzioni utili su come reagire in modo nonviolento alle reazioni delle autorità, che stanno tentando di bloccare le piattaforme social per impedire al movimento di diffondersi.

Alcuni/e iracheni/e, sia in Iraq che nella diaspora, stanno contribuendo facendo pressioni sulle organizzazioni internazionali, come le Nazioni Unite, Amnesty International, Front Line, l’Arabian Gulf Center, perché prendano posizione in sostegno alle proteste e denuncino la repressione della polizia. Senza supporto internazionale, i/le manifestanti non sarebbero stati/e in grado di muoversi con tanta rapidità ed efficacia.

All’interno del paese, gli ultimi ad unirsi alle mobilitazioni sono stati i centri urbani. A Bahgdad ad esempio, nonostante il fatto che le manifestazioni fossero partite intorno a Piazza Tahrir e Piazza Tayaran, la maggior parte dei/delle manifestanti proveniva dalle periferie più disagiate e da aree povere, mentre i/le residenti dei quartieri centrali della città restavano a guardare. Nella provincia di Dhi Qar, che ha riportato il più alto numero di persone ferite tra i/le manifestanti dopo Baghdad, i/le giovani provenivano da distretti periferici come Rifai e Shatra. Lo stesso è accaduto a Diwaniyah, dove il numero di vittime è stato altrettanto alto.

L’influenza di personaggi molto noti, come Al Sistani e Sadr, nel corso delle proteste si è ridotta notevolmente. La posizione dei/delle manifestanti non è cambiata molto dopo il discorso di Al Sistani di venerdì scorso, nel quale ha dato sostegno alle proteste, senza rinunciare però a sostenere l’attuale governo, considerato il vero responsabile della situazione, e la ragione principale della sollevazione. E non è stato efficace neanche il tentativo di Sadr di calmare la protesta, annunciando che i suoi seguaci avrebbero sospeso la propria rappresentanza in Parlamento in solidarietà con i/le manifestanti.

Anche la presenza delle donne in queste sollevazioni è stata cruciale, sia da un punto di vista pratico che simbolico. Sono state diffuse foto di donne che porgevano i loro veli e foulard ai giovani per proteggersi dai gas lacrimogeni; altre riunirsi nella principale strada di Baghdad per rassicurare e incoraggiare chi stava cedendo. Gli/le attivisti/e hanno anche diffuso foto di una donna che preparava panini e cibo per i/le manifestanti, permettendogli di continuare a protestare.

Tantissime anche le foto di manifestazioni femminili nonviolente, in cui le donne – a Baghdad e altrove – hanno intonato canti di pace e denunciato la repressione poliziesca.

Fonte ICSSI, traduzione a cura di Un Ponte Per.