Iraq: gli attivisti denunciano la repressione, UPP si unisce alla condanna

4 ottobre 2019, 15:59

Proseguono le proteste nelle principali città irachene, che da Baghdad si sono diffuse a Nassiriyah, Diwaniyah, Najaf, Bassora e Kerbala. Il numero di vittime è salito a 30, mentre aumentano feriti e arresti. Un Ponte Per (UPP), Ong italiana presente nel paese da 28 anni, rilancia e sostiene l’appello della coalizione di associazioni e sindacati “Iraqi Civil Society Solidarity Initiative” (ICSSI), che denuncia l’uso eccessivo della forza da parte delle istituzioni irachene e rivendica il rispetto dei diritti umani. Gli attivisti e le attiviste intanto lanciano l’hashtag #Save_the_Iraqi_People di fronte al blocco imposto sulla rete Internet.

 

Un Ponte Per auspica che cessi immediatamente la repressione e che sia ristabilita una dialettica democratica in cui i movimenti che pacificamente criticano le politiche del carovita e della corruzione possano democraticamente manifestare. Come afferma Alfio Nicotra, co-Presidente di UPP: “La repressione ha già comportato un tragico tributo di sangue tra i/le giovani iracheni/e. Chiediamo che i fatti di questi giorni siano oggetto di un’inchiesta indipendente, che i responsabili siano individuati: sparare sui/sulle manifestanti è un fatto inaccettabile. Auspichiamo che il governo iracheno, che tanta aspirazione al cambiamento aveva suscitato nella popolazione, tenga fede a queste aspettative, richiamando le proprie forze di polizia e militari ad un atteggiamento responsabile e a non proseguire nella repressione”.

ICSSI, coalizione di organizzazioni della società civile che UPP sostiene da anni in Iraq, denuncia l’uso eccessivo della forza da parte delle istituzioni irachene e rivendica il rispetto dei diritti umani.“La questione non è mai stata semplicemente l’accesso all’acqua, all’elettricità o ai servizi. Era e continua ad essere la causa del popolo iracheno e del loro paese, un appello di chi è stato privato dei propri diritti fondamentali troppo a lungo”, spiegano gli attivisti e le attiviste. Che lanciano l’hastag #Save_the_Iraqi_People.

Di seguito l’appello diffuso, tradotto in italiano da UPP.

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La mattina di martedì 1 ottobre alcuni/e manifestanti si sono riuniti a piazza Tahrir, nel centro di Baghdad, per avviare una manifestazione pacifica e rivendicare i propri diritti sociali, garantiti dalla Costituzione irachena. Tra le rivendicazioni espresse, la creazione di posti di lavoro e l’accesso ai servizi, il miglioramento delle infrastrutture, e la lotta alla corruzione.

Nel giro di poche ore la protesta si è diffusa in altre città, tra cui Nassiriyah e Diwanyah. Parallelamente al montare delle proteste, queste città hanno testimoniato la brutale repressione delle forze di sicurezza: nel primo giorno ci sono state 4 vittime fra i manifestanti e oltre 200 feriti.

Le proteste proseguono, con scontri tra i/le manifestanti e le forze di sicurezza nel centro di Baghdad, e il numero di vittime nelle prossime ore potrebbe aumentare.

Queste manifestazioni sono la naturale prosecuzione del movimento di protesta che anima l’Iraq da mesi, continuando a reclamare il miglioramento dei servizi, la creazione di posti di lavoro per i/le giovani, e la lotta alla corruzione politica. Ma sono le prime di questo tipo da quando è in carica il nuovo governo guidato dal Primo ministro Adel Abdul Mahdi, e sono dovute ad almeno altre due ragioni.

La prima è la decisione, presa pochi giorni fa dal Primo ministro iracheno, di trasferire il Generale Abdul Wahab al-Saadi, capo della Forza militare anti-terrorismo, in un ruolo amministrativo presso il Ministero della Difesa. Una decisione considerata come misura punitiva e frutto di un gioco di potere politico. Al-Saadi è un leader molto popolare, perché il suo ruolo è stato cruciale nella liberazione delle città irachene da Daesh. Gli/le iracheni/e dunque hanno considerato questa mossa come l’ennesima dimostrazione della corruzione e del settarismo delle istituzioni irachene.

La seconda ragione è stata la forte repressione scatenata nei giorni scorsi a Baghdad contro un gruppo di giovani laureati/e che manifestava per denunciare la carenza di impiego nel paese. Una piccola protesta, repressa molto duramente.

A Baghdad le manifestazioni sono state avviate in modo pacifico a piazza Tahrir, secondo le indicazioni di un coordinamento che ha usato i social network per mobilitare le persone. Ma da subito le proteste sono state disperse con l’uso di proiettili, gas lacrimogeni, bastoni e idranti. Un approccio violento che sta causando vittime e feriti, sia tra i/le dimostranti che tra le forze di polizia.

La prima vittima è stata un giovano uomo, Mortada, proveniente da Sadr City, il cui fratello, Mortaza, è tragicamente morto nel corso della guerra contro Daesh. Mortada era sceso in piazza come molti altri/e manifestanti pacifici, reclamando solo i propri diritti, e con un cartello in mano su cui c’era scritto: “Soldati, non sparate. Le vostre madri e le nostre piangono le stesse lacrime. Voi state combattendo per me, io sto manifestando per voi”. Ma le pallottole non hanno avuto pietà di lui, né hanno riconosciuto i diritti dei giovani, che vogliono solo rendere nota al mondo la loro condizione.

L’uccisione di Mortada ha innescato una vasta ondata di rabbia, a Baghdad e a Sadr City in particolare. Le strade per raggiungere la capitale, e la stessa piazza Tahrir, sono state completamente chiuse. Le manifestazioni si sono quindi spostate a piazza Tayeran, dove è stata organizzata una preghiera di massa senza distinzioni di appartenenza religiosa, per dimostrare l’unità dei/delle manifestanti e la trasversalità delle proteste. Molte donne si sono unite alle manifestazioni per rivendicare il loro diritto alla partecipazione.

E’ inoltre da sottolineare la grave censura imposta sui media, e l’assenza dalla scena delle manifestazioni dei canali televisivi iracheni e arabi. I/le giornalisti che stanno cercando di coprire le proteste sono stati feriti e le loro attrezzature danneggiate, alcuni sono stati picchiati e arrestati.

Gli/le attivisti/e inoltre denunciano il blocco imposto su Facebook, il principale social network usato per coordinare le proteste, e attendono un blocco totale di Internet nel giro di poche ore, già ridotto del 75%. Per questa ragione, da Baghdad hanno lanciato l’hashtag #Save_the_Iraqi_People.

Numerose organizzazioni della società civile si stanno unendo alle proteste pacifiche. Tra loro, il Centro Al-Amal, Peace and Freedom Organization e il Centro Al-Nama’a, che hanno diffuso una dichiarazione affermando: “Quello che sta succedendo è un evidente attacco alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica;  una violazione dei diritti umani e della Costituzione irachena, delle Convenzioni e dei Trattati internazionali”. Anche l’organizzazione OHARD Alliance of Human Rights ha condannato l’uso eccessivo della forza da parte della polizia e la repressione contro i manifestanti inermi.

Le mobilitazioni di queste ore sono le prime di questo tipo da quando è entrato in carica il governo del Primo ministro Adel Abdul Mahdi, ma nel modo in cui le autorità si stanno misurando con le proteste non c’è alcuna novità. Repressione ed intimidazioni sono scene già viste durante l’amministrazione dei governi precedenti. Per gli/le iracheni/e, questo è il segno che non c’è stato alcun cambiamento nel modo in cui il paese viene gestito, nonostante l’attuale governo sia il risultato dell’alleanza di diverse forze politiche che avevano animato le proteste lo scorso anno.

Il paradosso maggiore è stato assistere ad una tale repressione proprio il 2 ottobre, giorno in cui si celebra la nascita di Gandhi, Giornata mondiale della Nonviolenza.

Il governo iracheno è tenuto al rispetto del diritto di manifestazione ed espressione, garantito dalla stessa Costituzione irachena. E’ tenuto a prendere in considerazione l’opzione nonviolenta, avviando inchieste immediate sull’uccisione e il ferimento di/delle manifestanti disarmati/e. E’ tenuto inoltre a rilasciare gli/le attivisti/e arrestati/e  a Baghdad, Nassiriyah, Diwaniyah e nelle altre città.

ICSSI fa appello alle Nazioni Unite, alla sua Missione in Iraq (UNAMI) e all’Ufficio dell’Unione Europea a Baghdad perché intervengano sul governo iracheno: le violazioni che sta ponendo in essere non rispettano infatti gli impegni che ha assunto presso la Comunità internazionale sul rispetto dei diritti umani e della libertà di espressione.

Fonte: www.iraqicivilsociety.org