Iraq. Tutti/e rimandati/e a settembre!

7 ottobre 2019, 15:53

Otto mesi di lavori, 7 scuole ricostruite, 3.000 bambine e bambini di nuovo tra i banchi: sono i risultati del nostro ultimo intervento nella Piana di Ninive liberata da Daesh, in Iraq. Dove tra murales, centri estivi e alberi da piantare, abbiamo trascorso un’estate intensa aspettando di “rimandare tutte e tutti a settembre”. Ce l’abbiamo fatta, anche grazie al sostegno delle donazioni alla nostra campagna. Ecco il racconto del nostro Desk officer Iraq, Ettore Acocella.

“L’idea ci è venuta subito, appena siamo potuti tornare nei luoghi della Piana di Ninive in cui avevamo lavorato tanto prima che arrivasse Daesh. Non ci è voluto molto a capire che, mentre le persone stavano finalmente tornando, era necessario ricominciare tutto da capo”.

Ettore Acocella è uno dei nostri Desk Officer per l’Iraq. E’ stato lui, insieme al nostro staff locale, a seguire il programma di ricostruzione di 7 piccole scuole nella Piana di Ninive, appena concluso grazie alle donazioni che abbiamo ricevuto attraverso la campagna “Rimandiamol@ a Settembre”.

Un lavoro iniziato nel febbraio scorso, quando siamo tornati nella Piana di Ninive insieme alle comunità che erano fuggite da Daesh, e per 3 anni avevano vissuto disperse, dentro i campi profughi o in insediamenti di fortuna. Tra loro, migliaia di bambine e bambini, che in molti casi hanno dovuto interrompere gli studi.

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Il ritorno a luoghi devastati dalla guerra non è mai facile, e non lo è stato neanche questa volta.

“Molto era stato distrutto, e anche le scuole, usate spesso come basi militari da Daesh. L’intero sistema scolastico era danneggiato. Inoltre, con il ritorno dei bambini dai campi profughi la popolazione scolastica è rapidamente raddoppiata:  non c’era spazio per tutte e tutti. Bisognava intervenire”, ricorda Ettore.

“Per scegliere su quali scuole intervenire ci siamo fatti accompagnare dalle comunità, dai nostri amici, da colleghi e colleghe locali con cui lavoriamo da anni. Sono stati loro ad indicarci i villaggi più lontani e marginali, che lo erano anche prima della guerra… immaginate dopo. Sono piccolissimi centri lontani dalle grandi città, in cui la scuola serve in realtà comunità molto più vaste. Luoghi spesso abitati da tante minoranze, abbandonati dal governo centrale e che Daesh, nel 2014, non ha fatto fatica a conquistare ed occupare”, racconta.

“Ne abbiamo visitati molti e alla fine ne abbiamo selezionati 7: Qaraqosh, Qaretagh, Omar Mandan, Basekhra, Menarat al Shabak, Badria Shamsyat e Kanhas”. Molti di questi, non si trovano neanche cercandoli con il satellite: forse anche per questo, proprio lì c’era bisogno d’aiuto.

“Prima di tutto abbiamo messo in sicurezza le strutture danneggiate, e ricostruito quelle distrutte. Abbiamo ampliato le aule, messo a norma le strutture, costruito giardini e cortili. Durante i lavori a Omar Mandan abbiamo persino trovato un tunnel scavato dai miliziani di Daesh: partiva dalla scuola e arrivava ad un complesso di case vicine. Lo abbiamo riempito, murato, e ora sopra ci sono dei bellissimi fiori”, sorride Ettore.

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Poi, via via che le scuole venivano sistemate, invece di aspettare settembre per riaprirle ci abbiamo organizzato i centri estivi: “Non si erano mai visti in Iraq: ci aspettavamo qualche decina di bambini, ne sono arrivati a centinaia”, racconta. E insieme a loro e alle loro famiglie, abbiamo avviato un processo partecipativo per scegliere insieme i colori delle pareti, le rifiniture, quali fiori piantare in giardino, come sistemare i cortili.

“I direttori scolastici che abbiamo incontro ce lo hanno sempre detto: la scuola deve essere un posto accogliente. Dopo tanta sofferenza, dopo anni nei campi profughi, bambine e bambini hanno il diritto di andare ogni giorno in un luogo pulito e organizzato. Magari le loro case sono ancora distrutte: almeno a scuola devono potersi guardare intorno e sentirsi bene. Quindi ci abbiamo tenuto molto che le scuole fossero belle, oltre che funzionali. Oggi sono colorate dai murales realizzati da bambine e bambini”.

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Intanto, insieme a docenti e direttori scolastici “abbiamo lavorato per realizzare un manuale di Educazione alla Pace. E’ un tema su cui da anni siamo impegnati con il Gruppo Educazione di Un Ponte Per, e abbiamo pensato di portare quanto abbiamo imparato anche in Iraq. Insieme ad esperti locali e con il Dipartimento scolastico di Ninive abbiamo finalizzato una metodologia comune e condotto le prime formazioni con 25 insegnanti, che a loro volta adesso potranno essere formatori. Le scuole in cui porteremo questo programma sono frequentate da bambini di tutte le comunità: ci è sembrato quindi il luogo ideale per promuovere la conoscenza reciproca e combattere gli stereotipi che affliggono loro e le loro famiglie”.

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Oggi, i lavori sono finiti. Le lezioni sono ricominciate e i sorrisi, sui volti di oltre 3.000 bambini, sono tornati. Noi però in quei 7 villaggi abbiamo scelto di restare, perché c’è ancora molto lavoro da fare.

“Adesso ci occuperemo dei ragazzi e delle ragazze, aprendo nuovi Centri giovanili nell’area, sempre con l’intento di promuovere la coesione sociale, questa volta tra gli adolescenti. Proseguiamo il lavoro su un livello che non è più di emergenza ma di stabilizzazione.

Insieme agli adulti, alle famiglie, ai leader delle comunità, continueremo ad organizzare attività per favorire il dialogo e prevenire che esplodano nuovi conflitti. “La ricostruzione fisica delle strutture e quella del tessuto sociale devono andare in parallelo”, spiega Ettore.

“Ne siamo convinti da sempre: non basta aver sistemato le scuole: ora dobbiamo “sistemare il futuro”, insieme alle persone con cui camminiamo ogni giorno”.