Moria. Una tragedia annunciata

7 ottobre 2019, 13:30

L’incendio nel campo rifugiati di Moria nell’isola di Lesbo, lo scorso 30 settembre, nel quale hanno perso la vita una donna e un bambino, è una tragedia annunciata.

Un anno e mezzo fa avevamo denunciato le insostenibili condizioni di vita del più grande campo profughi d’Europa nell’ambito del progetto “The route of Solidarity

Una delle tante denunce rimaste inascoltate da parte delle organizzazioni per i diritti umani e di quelle presenti sull’isola.

Circa 12.000 persone richiedenti asilo sono attualmente bloccate in una struttura che può ospitarne solo 3.500.

Accanto all’hotspot ufficiale è allestito un campo informale noto con il nome di “Olive Grove”, una tendopoli di fortuna che rappresenta di fatto la sua estensione. Le condizioni di vita sono inumane, i container sovraffollati e cadenti, le tende piantate nel fango, migliaia di persone sono costrette ad ore di fila per ritirare i pasti e per utilizzare i bagni.

Gli scontri tra residenti sono all’ordine del giorno. Molti soffrono di sindrome da stress post traumatico dovuta alla loro situazione nei paesi di provenienza o ai traumi subiti durante il viaggio che, unitamente alle drammatiche condizioni di vita sull’isola, hanno generato una vera e propria crisi della salute mentale.

Tra le persone assistite dalle organizzazioni sanitarie in loco, il 64% soffre di depressione, il 60% ha pensieri suicidi e il 29% ha provato a togliersi la vita.

Una situazione esplosiva che il 30 settembre scorso ha avuto il suo tragico epilogo nei due incendi appiccati per protesta dentro l’hotspot e nell’”Olive Grove”.

Da quando è entrato in vigore l’accordo UE-Turchia finalizzato ad arrestare il flusso delle persone migranti in Europa, in Grecia è stato avviato il meccanismo europeo degli hotspot che obbliga i/le richiedenti asilo ad inoltrare la domanda e permanere nel punto di arrivo.

I tempi per ottenere una risposta possono arrivare sino a 24 mesi, l’isola è di fatto una prigione a cielo aperto per chi tenta di raggiungere l’Europa.

La situazione si è ulteriormente aggravata negli ultimi mesi, gli arrivi sulle coste delle isole greche hanno raggiunto il picco più alto dal 2016, solo nello scorso mese di agosto gli sbarchi sono stati 9.600.

L’incremento degli arrivi che va ad aumentare ulteriormente la pressione nei confronti dell’inadeguato sistema di accoglienza nelle isole di Lesbo, Chios, Samos e Kos è dovuto al deterioramento dei rapporti tra Ankara e Bruxelles.

Da mesi Erdogan minaccia l’Europa di sospendere unilateralmente l’accordo ed aprire le frontiere ai 3 milioni e mezzo di rifugiati/e siriani/e in Turchia lamentando il ritardo nei pagamenti dei 6 miliardi di euro previsti nell’accordo e la mancata rimozione dei visti per i/le cittadini/e turchi/e. In realtà una chiara mossa per drenare altri fondi sulla pelle di chi fugge dalla guerra.

Caterina Amicucci – Membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per.