“Ricominceremo a costruire ciò che la guerra ha nuovamente distrutto”

30 ottobre 2019, 11:32

Riportiamo la testimonianza di R.R., operatrice umanitaria di Un Ponte Per in Nord Est Siria, dove ha trascorso gli ultimi anni. Mentre scrive, è appena terminato il breve cessate-il-fuoco dichiarato dalla Turchia, ripetutamente violato con continui attacchi che hanno colpito obiettivi civili, tra cui ospedali, scuole, convogli umanitari e sanitari.

Due ospedali che avevamo contribuito a ricostruire sono stati distrutti. Due delle nostre ambulanze sono state colpite. Il 14 ottobre, dopo giorni di combattimenti, UPP è stata costretta ad evacuare il personale internazionale ed italiano della Missione, rimasta operativa grazie alla dedizione dello staff locale.

Questa lettera viene scritta a pochi giorni dall’evacuazione, dal Kurdistan iracheno, dove la centrale operativa di UPP in Nord Est Siria è stata dislocata, e lo staff accolto negli uffici attivi da anni nella regione.

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Fisicamente lontani/e, eppure lì.

Siamo profughi/e privilegiati/e, sfollati/e di prima classe, in qualche modo al sicuro, nonostante il dolore di aver abbandonato improvvisamente le nostre case, gli amici e le amiche con cui quotidianamente per giorni, mesi e anni abbiamo lavorato e condiviso le mattine, i chilometri di strada, i tramonti ancora in ufficio. Abbandonare l’orto, il gattino appena nato, i cani che abbiamo salvato e cresciuto. Mettere poche cose importanti in borsa, dimenticarne tante altre.

Dopo 4 anni in Nord Est Siria, siamo stati costretti/e ad evacuare. E’ successo il 14 ottobre scorso, mentre le bombe cadevano e il rumore della guerra era tornato di nuovo a risuonare.

Il dolore più forte, oggi, è assistere a distanza ad un massacro di volti conosciuti e amati, e non poterlo fermare. Non riuscire a dormire perché si cerca di fare qualcosa, a casa, nelle sezioni operative messe su ovunque, dove ci siamo ritrovati/e, attaccati/e a fili di comunicazione precari nel tentativo di raccogliere informazioni, coordinare aiuti, sapere se almeno chi conosciamo stia sopravvivendo. Sostenere lo sforzo dello staff locale di UPP e del nostro partner, la Mezzaluna Rossa Curda, che non si è fermato un istante da quando questa guerra è cominciata.

E poi scrivere, denunciare, parlare. Il desiderio di urlare per notti e giorni interi: se solo questo bastasse a fermare anche una sola bomba, un missile, un proiettile ingiusto. È terribile osservare vite strappate in questo modo, da una terra e un paese che tutto merita fuorché un ulteriore attacco. Una terra che di martiri ne ha già dati troppi/e. E che, nonostante ciò, non perde la speranza e la capacità di sognare.

In tante e tanti, in questi giorni, mi chiedono cosa ne sarà dello straordinario lavoro che in Nord Est Siria si stava facendo. Dei progetti e dei sogni che questa comunità stava coltivando e praticando. Mentre osserviamo le bombe cadere e colpire addirittura le autombulanze impegnate a fronteggiare questa nuova emergenza, mi sembra quasi surreale ed insensato domandarsi se possiamo ancora pensare a progetti di lungo periodo, o non possiamo che focalizzarci solo sulla situazione di emergenza umanitaria.

Eppure mi salgono le lacrime agli occhi mentre ascolto rispondere a questa domanda la voce ferma e decisa di Charmin, 30 anni, co-presidente del Comitato delle Municipalità e dell’Ambiente del cantone di Qamishlo e sognatrice nonostante tutto.

Nonostante le enormi difficoltà e l’ennesima emergenza che siamo costretti/e a vivere, se smettessimo di pensare al lungo periodo tanto varrebbe arrendersi, fuggire”, spiega Charmin. “Per poter vivere, abbiamo bisogno di continuare a sognare il futuro, di immaginarlo giusto, equo per ogni donna e ogni uomo, senza differenza di religione o lingua, e nel rispetto della natura, della nostra terra. Continuare a parlare di ecologia, immaginare un sistema di raccolta differenziata dei rifiuti, di riciclaggio della plastica e compostaggio, pensare di creare nuove cooperative di donne, mettere su sistemi di mobilità pubblica, sognare di passare a fonti di energia rinnovabili e piangere i nuovi morti, combattere per soccorrere i feriti, cercare affannosamente soluzioni alla mancanza d’acqua potabile a causa dei bombardamenti turchi: tutto questo, insieme, serve per proteggere il sistema democratico che stiamo costruendo“.

E mi aggrappo alla speranza che il suo e nostro sogno non venga spazzato via dall’ennesima guerra. Che i passi percorsi assieme, lungo questa strada comune in questi anni di impegno in Nord Est Siria, non siano coperti dalla polvere di nuove macerie.

Noi, qui, restiamo ad aspettare e sperare.
Sperare che tutto questo finisca. Sperare di poter attraversare di nuovo il confine, rientrare in un luogo che è diventato, anche per noi, casa.
Per ricominciare a costruire quello che la guerra ha distrutto ancora una volta. E tutte le volte che sarà necessario.

R.R., operatrice di UPP in Nord Est Siria