“Ci saremo fino a quando sarà necessario”

14 novembre 2019, 15:33

L’attacco turco nel Nord Est della Siria prosegue. La guerra, anche se è uscita dai principali media, è tutt’altro che finita. Il nostro staff italiano ed internazionale, presente sul campo fino al 14 ottobre scorso, è adesso attivo da Dohuk, nel Kurdistan iracheno, a pochi chilometri dal confine. Dentro, continua ad operare lo staff locale di Un Ponte Per, insieme al nostro partner di sempre, la Mezzaluna Rossa Curda. Un aggiornamento su quanto stiamo facendo, a un mese dall’evacuazione cui siamo stati/e costretti/e lo scorso 14 ottobre.

Washo Kani camp

E’ strano trovarci a Dohuk e non in Nord Est Siria. Eravamo abituati ad andare in giro sul nostro pullmino per le strade dissestate del Rojava almeno 3 o 4 volte a settimana, insieme al nostro staff locale e alla Mezzaluna Rossa Curda, per monitorare ogni intervento. Ci manca moltissimo”.

E’ passato un mese dalla nostra evacuazione, quella a cui siamo stati costretti il 14 ottobre scorso, spostando il personale italiano, internazionale e la centrale operativa della Missione a Dohuk, nel Kurdistan iracheno, a pochi chilometri dal confine con la Siria.

“Un confine che oggi guardiamo da lontano, sperando di poterlo riattraversare il prima possibile”, ci raccontano i nostri colleghi e colleghe, di passaggio a Roma.

“Vogliamo rincontrare il nostro staff locale, che sta continuando a lavorare senza sosta per sostenere la popolazione sfollata. E che in molti casi è ormai sfollato a sua volta”, ci spiegano. Come le operatrici e gli operatori sanitari che lavoravano nella nostra clinica di Ras El Ain/Serekanyie, che è andata perduta insieme all’attrezzatura sanitaria a causa dell’attacco turco. Oggi continuano a prestare soccorso alla popolazione, ma sono sfollati anche loro.

O come le infermiere impegnate nelle Case delle Donne, che portavano avanti un lavoro fondamentale di protezione dalla violenza di genere, e che oggi distribuiscono coperte e beni di prima necessità alle persone sfollate: ormai oltre 80.000.

“Quando, il 9 ottobre scorso è iniziata l’offensiva turca, tutti immaginavamo che sarebbe stata più circoscritta. Invece si è sviluppata da subito lungo tutto il confine turco-siriano, con continue incursioni tra Tel Abiyad e Ras El Ein/Serekanye, che sono state le aree più colpite dai bombardamenti. Solo nei primi giorni di attacco, abbiamo registrato più di 200.000 persone sfollate”, ci raccontano. “E gli sfollamenti proseguono in modo continuo perché intorno alla cosiddetta ‘fascia di sicurezza’ turca i combattimenti vanno avanti incessantemente. La situazione resta drammatica”.

Persone rimaste senza riparo, per le quali si stanno già costruendo nuovi campi, o che sono andate ad affollare quelli già esistenti, che speravamo invece potessero chiudere presto.

Campi come quello di Areesha, dove la nostra clinica continua ad assistere le persone, oggi salite a 15.000. O come quello di Washo Kani, che l’Amministrazione Autonoma del Nord Est Siria sta costruendo in questi giorni, e nel quale abbiamo portato nei giorni scorsi la nostra Unità sanitaria Mobile.

“Adesso la nostra priorità è capire come aiutare la popolazione al massimo delle nostre forze anche da lontano, sostenendo il nostro staff locale, la Mezzaluna Rossa Curda, DOZ e tutti i nostri partner in loco con cui lavoriamo da anni. Rassicurarli che siamo sempre qui, al loro fianco”, ci spiegano.

“Grazie a loro stiamo continuando ad operare sulla linea del fronte, dove abbiamo spostato tutte le ambulanze. Stiamo capendo come far arrivare aiuti alla popolazione. Ma la cosa più difficile è portare avanti quel prezioso lavoro di formazione tecnica che in questi 5 anni abbiamo costantemente garantito ai nostri colleghi e colleghe locali: medici, operatori, infermieri, personale paramedico, estremamente preparato ma bloccato da 8 anni di conflitto”, raccontano.

Per ora, restiamo fuori dal confine. Ma rientreremo non appena ci sarà possibile. Intanto, il nostro impegno prosegue. Fino a quando sarà necessario.

 

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