25 anni al fianco del popolo curdo

23 dicembre 2019, 12:48

Quando organizzammo la prima missione nel Kurdistan turco, era il 1993. Da allora sono passati molti anni. Mai, però, è passata la nostra determinazione a camminare a fianco del popolo curdo. L’articolo di Fabio Alberti pubblicato sul nostro ultimo Notiziario. 

 

Era il 1993 quando organizzammo la prima missione nel Kurdistan turco, area allora sconosciuta. In Italia, non aveva aperto ancora l’Ufficio di Informazione del Kurdistan (UIKI) e Un Ponte Per era nato da due anni: ci chiamavamo Un ponte per Baghdad, e fu proprio dalla volontà di allargare il nostro attivismo anche verso questo popolo che cambiammo nome in “Un ponte per…”.

A partire per prima fu Anna Marconi, volontaria che abbiamo voluto ricordare recentemente a 9 anni dalla scomparsa, e che aveva fortemente voluto la missione. Tornò portando la testimonianza della distruzione di centinaia di villaggi sulle montagne della Turchia del sud-est, dove viveva una popolazione, sconosciuta ai più, a cui non era concesso nemmeno di parlare la propria lingua.

Così è nata la relazione del “Ponte” – come ci chiamiamo noi – con il popolo curdo. Un legame particolare perché non fondato su un intervento puramente umanitario. Senza mai prendere posizione in favore di nessuna formazione politica, vedevamo nella lotta dei curdi per il riconoscimento della propria identità in una Turchia democratica un contributo alla costruzione della convivenza, con una valenza più ampia. Un pensiero elaborato nel fuoco della lotta che ha poi portato all’intuizione del Confederalismo democratico e all’esperimento di autogoverno nel Nord Est Siria.

Il primo obiettivo che “il Ponte” si pose fu quello di diffondere la conoscenza del popolo curdo e la consapevolezza di quello che succedeva in Turchia. Di qui i 50 concerti di musica curda, organizzati nel corso degli anni ’90, le decine di delegazioni e di viaggi di attivisti e attiviste in occasione del Newroz, la pubblicazione di un libro sulla storia del Kurdistan. Un’attività che costò ad Anna Marconi e ad altre volontari e volontarie del Ponte l’interdizione all’ingresso in Turchia.

E poi la partecipazione alla Campagna internazionale contro la costruzione della Diga di Ilisu, a cui doveva partecipare l’italiana Impregilo con il finanziamento della Sace. Una campagna di successo perché nel 2001 Impregilo annunciò l’abbandono “per l’impossibilità di limitare gli impatti socio ambientali del progetto”.

Con l’avvio del processo di adesione all’Unione Europea della Turchia nel 1999/2000, si aprì una finestra di opportunità per avviare progetti di cooperazione allo sviluppo  con le aree del Kurdistan turco. Progetti prima impossibili, almeno per noi che avevamo una chiara posizione di sostegno alla lotta delle popolazioni  locali.

Fu con una sindaca conosciuta in numerose missioni, Mukaddes Kubilay, ora purtroppo in carcere in Turchia, che si avviò il primo progetto di cooperazione decentrata in Kurdistan turco: un centro dedicato alla salute e all’educazione femminile e infantile, e casa rifugio dalla violenza di genere.

La “Casa delle Donne e dei Bambini” di Dogubeiyazit è stata inaugurata nel 2003 ed ha continuato a funzionare fino al 2017, quando la nuova sindaca dell’HDP è stata destituita dal Governo di  Erdogan e il centro è stato sottratto al Comune.

Quella con il popolo curdo è una relazione che non si è mai interrotta. Proprio su queste fondamenta, quando è iniziata la crisi in Siria, è stato naturale per noi orientare il nostro intervento verso le zone a maggioranza curda del paese, in continuità con una storia ormai più che ventennale.

Così lanciammo un nuovo “Ponte”: entrando piano, in punta di piedi, in un’area instabile e attraversata da intensi combattimenti, in cui mancava tutto. Incontrammo i medici di quella che sarebbe poi diventata la Mezzaluna Rossa Curda: prima amici e amiche, poi partner con cui costruire insieme il nostro intervento.

Trovammo persone disposte a rischiare la vita per aiutare la propria gente, anche nell’assenza di mezzi e strutture. Quando arrivammo, nel 2015, non c’erano neanche le ambulanze: i feriti venivano trasportati da medici e volontari/e sulle auto private, su cui si montavano le sirene.

Lentamente, un giorno dopo l’altro, abbiamo costruito la nostra missione nel paese. Sono arrivati i primi operatori e operatrici, i medici internazionali. Un nuovo ponte di solidarietà e di amicizia che continua ancora oggi.

In 5 anni abbiamo inviato carichi umanitari, ristrutturato ospedali, avviato cliniche nei campi profughi, organizzato un sistema di ambulanze, immaginato e realizzato dal nostro staff locale. Abbiamo creato insieme i gruppi di Operatori Sanitari di Comunità: persone comuni, determinate ad aiutare la propria gente. Abbiamo avviato un programma di contrasto alla violenza di genere e di gestione dei rifiuti.

Ma soprattutto stavamo sostenendo le battaglie civili, come la libertà delle donne, l’ecologia e il municipalismo democratico. Oggi tutto questo rischia di andare distrutto. Noi restiamo al confine, in attesa di riportare il prima possibile le scarpe nel Nord Est della Siria, e tornare a camminare insieme.

Fabio Alberti, membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per. Per leggere la versione integrale del Notiziario, clicca qui