La guerra e la lotta

23 dicembre 2019, 11:01

“Il destino delle lotte in Medio Oriente riguarda anche noi. Parlano del nostro futuro, non solo del loro”. L’editoriale del nostro co-Presidente, Alfio Nicotra, pubblicato sul numero di Dicembre del Notiziario di Un Ponte Per.

C’è un filo rosso che tiene insieme l’invasione del Nord Est della Siria e le mobilitazioni popolari che dall’Iraq, all’Iran e al Libano vedono scendere in piazza le nuove generazioni.  Questo filo riconduce alla generale critica della divisione settaria della società, considerata non più sopportabile da parte di quei popoli, e alla messa in discussione di un modello economico che sta negando il futuro dei/lle più giovani.

In questo senso, il Confederalismo democratico del Rojava ha rappresentato e rappresenta la valorizzazione delle differenze, il superamento dei confini – statuali, sociali, religiosi  ed etnici, il pieno protagonismo delle donne  alla vita pubblica e il tentativo di costruire un’economia solidale libera dai dogmi del neoliberismo.

Tutti gli attori interni ed esterni alla Siria – il regime di Assad, la Russia, l’Iran, la Turchia, gli Stati Uniti di Trump – hanno come obiettivo la spartizione del paese in aree di influenza e la cancellazione dell’esperienza democratica e partecipata del Nord Est della Siria. Nella scelta della guerra e dell’invasione, il 9 ottobre scorso, il regime di Erdogan ha mostrato al mondo la sua paura del Confederalismo includente.  La costruzione al confine della Turchia di questo modello sociale e politico rivoluzionario è stato avvertito da Ankara – dove i morsi della crisi economica erano e sono sempre più vistosi – come una minaccia intollerabile.

Non è, quella in corso, solo una delle tante pagine insanguinate del militarismo turco contro il popolo curdo. C’è qualcosa di più e di diverso: c’è un sistema di potere che sente franare sotto i piedi il consenso popolare e teme che anche il popolo turco, e in particolar modo i ragazzi e le ragazze, possano mettersi in sintonia con le rivendicazioni sociali e democratiche che scuotono l’intera regione.

Aver perso per due volte le elezioni a Istanbul con una inedita confluenza dell’HDP curdo con le altre forze di opposizione turche deve essere apparso molto più che un campanello d’allarme. La perdita di Istanbul ha innanzitutto una valenza simbolica per il presidente della Turchia e leader dell’Akp, che prima della sconfitta, e forte dei 25 anni di leadership islamista nella città, aveva a più riprese dichiarato che “chi vince Istanbul vince l’intero paese”.

Dopo il golpe (o autogolpe?) del 2016 tutta la Turchia è piombata in uno stato d’eccezione dove al sultano di Ankara è stato consentito di portare avanti ogni nefandezza: epurazione di funzionari pubblici, arresti indiscriminati, chiusura di organi di stampa libera, rimozione ed arresto di quasi tutti i sindaci e parlamentari curdi.

Dopo aver a lungo sostenuto le milizie jihadiste e lo stesso Daesh, prima  per destabilizzare Assad poi per impedire la formazione della Federazione Democratica della Siria del Nord, Erdogan ha deciso per l’intervento diretto nel conflitto con l’intenzione di operare una sostituzione etnica in quella regione sfruttando la popolazione profuga siriana presente sul suo territorio dall’inizio della guerra civile. L’intesa raggiunta con Trump prima e con Putin dopo, sottrae alla Siria un territorio profondo 30 chilometri e lungo 120, costringendo decine di migliaia di persone a fuggire dall’area oggi sotto controllo turco.

Se qui dunque tira aria di guerra, il vento che spira a Baghdad e Beirut, è invece quello della lotta. Migliaia di giovani iracheni/e e libanesi/e sono scesi in piazza dall’inizio di ottobre con massicce manifestazioni che rivendicano riforme economiche, la fine della corruzione e del sistema delle quote settarie.

In Iraq le manifestazioni seguono una lunga tradizione di mobilitazioni che almeno dal 2011 calcano le strade del paese. La frustrazione per l’immobilità del sistema politico e la delusione verso l’attuale Governo, nato anche su spinta delle rivolte degli scorsi anni, fanno sì che le proteste si rivolgano contro tutti gli attori politici, le istituzioni religiose e le influenze dei paesi stranieri: l’Iran soprattutto, accusato di proteggere l’Esecutivo, ma anche gli Stati Uniti, considerati colpevoli di aver introdotto le quote settarie.

Il Governo iracheno, i gruppi paramilitari, le stesse guardie di sicurezza ai pozzi di petrolio ingaggiate dalle multinazionali straniere e tornate padrone dello sfruttamento dell’oro nero, hanno reagito con una repressione violenta causando oltre 360 vittime e 12.000 persone ferite dall’inizio di ottobre.

Il Governo del primo ministro Adil Abdul-Mahdi ha provato a fermare le proteste con pacchetti di provvedimenti economici, promettendo la punizione dei responsabili delle repressioni violente e lotta alla corruzione. E’ stata istituita una specifica Commissione che dovrebbe portare alla modifica della Costituzione vigente, instaurata sotto Lewis Paul Bremer, Governatore statunitense dell’Iraq durante l’occupazione militare del 2003.

L’Iraq oggi è al bivio tra la possibilità di scardinare finalmente le divisioni settarie creando un nuovo sistema democratico da un lato e, dall’altro, il rischio di nuovi interventi militari stranieri che avrebbero – come già avvenuto per le truppe statunitensi nel Nord Est della Siria – l’obiettivo principale di mettere in sicurezza i pozzi di petrolio e garantirne l’afflusso sui mercati internazionali.

In Libano la mobilitazione ha avuto uno straordinario carattere nonviolento e la repressione, sia pur operata, è stata per il momento limitata: mentre scriviamo, fortunatamente si è registrata una sola vittima. In prima fila nelle piazze moltissime donne, di ogni comunità religiosa. La lunghissima catena umana di 170 chilometri organizzata lungo le autostrade e le zone costiere del Libano ha mostrato una forza unitaria senza precedenti, e nelle piazze libanesi come in quelle irachene l’auto-organizzazione dei/lle manifestanti e il carattere nonviolento delle proteste sono state il minimo comune denominatore. Il Governo libanese guidato da Saad Hariri ha dovuto rassegnare le dimissioni. Hezbollah, forza radicata tra la popolazione sciita, è stata presa alla sprovvista dalle mobilitazioni e soffre per la prima volta una concorrenza politica nelle sue roccaforti tradizionali.

Il superamento delle divisioni settarie su cui si è fondato il fragile equilibrio libanese dopo le guerre civili che lo hanno insanguinato sembra non più prorogabile, in un contesto generale che non è in grado di rispondere alle esigenze di giustizia e inclusione sociale delle nuove generazioni.

I/le manifestanti, in Libano come in Iraq, definiscono la protesta una rivoluzione contro la corruzione, le crescenti diseguaglianze sociali e per cambiare alla radice architetture istituzionali basate sull’appartenenza religiosaUn filo rosso che attraversa e unisce le piazze in rivolta in Medio Oriente, raccontando della potente rivendicazione di diritti e della spinta per l’autodeterminazione che le giovani generazioni – nate e cresciute all’ombra di guerre, conflitti e terrorismo – impongono con la forza della ragione.

In questo quadro in movimento, noi di Un Ponte Per proseguiamo nel sostegno alle società civili in tutto il Medio Oriente. Lo facciamo consapevoli che il destino delle lotte in quell’area ci riguarda direttamente.

Lo facciamo perché le piazze che sono insorte siano ascoltate, i diritti di chi manifesta tutelati e riconosciuti. E perché la sopravvivenza dell’esperienza democratica e inclusiva nel Nord Est della Siria tratteggia sistemi di partecipazione che possono essere da modello anche per noi. Parlano del nostro futuro, non solo del loro.

Perché quel futuro esista, però, occorre far tacere le armi. Fermare la guerra militare ed economica lanciata contro l’umanità, e continuare a camminare insieme per determinare un futuro più equo per tutte e tutti.

Alfio Nicotra, co-Presidente di Un Ponte Per. Foto di Eleonora Gatto. 

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