Un Ponte Per sulle mobilitazioni in Iraq

2 dicembre 2019, 16:11

SULLE MOBILITAZIONI IN IRAQ

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Dall’inizio di ottobre, con la sola interruzione delle feste dell’Arba’een, centinaia di migliaia di giovani iracheni/e sono scesi/e in piazza con massicce manifestazioni chiedendo riforme economiche, la fine della corruzione, ma soprattutto la fine del sistema politico basato sulle quote settarie.

Le manifestazioni si svolgono in un momento di ripresa delle cosiddette primavere arabe (Algeria, Libano, Sudan, Egitto) e per la prima volta coincidono con una ripresa di conflitto sociale in Iran.

La rivolta è in grande prevalenza nonviolenta, anche se vi sono stati, soprattutto nel sud del paese e nella prima settimana, attacchi a istituzioni e sedi di milizie e di partiti. Dalla fine di novembre le mobilitazioni sono canalizzate nella disobbedienza civile caratterizzata dall’occupazione pacifica dei ponti, delle strade che portano alle infrastrutture petrolifere, dei porti e degli edifici governativi, scioperi, chiusura dei mercati, ecc.

Alla rivolta prendono parte tutte le componenti della società irachena, la società civile ed in particolare gli/le studenti, gli/le insegnanti e i ceti professionali. Molto importante e crescente la partecipazione femminile. I sindacati, in particolare quello della scuola, appoggiano le richieste ed hanno proclamato giornate di sciopero. Anche numerosi consigli tribali hanno dichiarato il loro sostegno.

Gran parte delle manifestazioni si svolgono a Baghdad e nel centro-sud del paese a maggioranza sciita. Piazza Tahrir a Baghdad, occupata permanentemente, è il cuore pulsante della rivolta, luogo dove si sperimentano esperienze avanzate di autoorganizzazione e di alternativa. Le iniziative di piazza nelle zone da poco liberate da Daesh, sono limitate a causa della rigidità delle misure di antiterrorismo, ma la popolazione, almeno nella parte giovanile e studentesca appoggia largamente le manifestazioni. Meno diffusa l’adesione nelle zone curde in quanto in queste zone la divisione del potere per quote settarie è considerata anche come garanzia di autonomia locale.

Le manifestazioni sono le più grandi ed estese della storia irachena recente e seguono una lunga tradizione di mobilitazione che dal 2011, in assonanza con le mobilitazioni in altri paesi del Medio Oriente e Nord Africa, calcano le strade del paese. La frustrazione per la immobilità del sistema politico e la delusione verso il governo attuale che è nato anche su spinta delle proteste degli scorsi anni fanno sì che le mobilitazioni, largamente spontanee, si rivolgano contro tutti gli attori politici, i religiosi e i paesi stranieri (Iran soprattutto, accusato di proteggere il governo, ma anche Usa, accusato di aver introdotto le quote settarie).

Il governo ha reagito con la repressione, che è stata violenta ed ha causato oltre 350 vittime e 15.000 persone ferite, con il blocco di internet. La sicurezza dei difensori e delle difensore dei diritti umani è a fortissimo rischio con rapimenti e uccisioni di attivisti/e e manifestanti, anche da parte di gruppi armati non governativi.

Il governo ha anche avanzato pacchetti di provvedimenti economici, promettendo la punizione dei responsabili delle repressioni violente, l’inasprimento della lotta alla corruzione e una nuova legge elettorale che favorisca le candidature indipendenti. Il Parlamento ha istituito una Commissione per elaborare proposte di modifica della Costituzione vigente, instaurata sotto il proconsole americano Bremer.

Le contromisure del governo non hanno determinato però un affievolimento della protesta che chiede ormai la caduta del governo, un nuovo governo di personalità non legate ai partiti che faccia una nuova legge elettorale e nuove elezioni. Il primo ministro Abdel Mahdi ha in un primo tempo dato le disponibilità alle dimissioni ma poi sta resistendo (il presente documento è stato redatto il 28 novembre, prima delle dimissioni ufficiali, ndr).

Crescono i rischi di intervento esterno. Gli Stati Uniti, dopo un lungo periodo di silenzio hanno preso una posizione di condanna della repressione violenta, minacciato sanzioni e chiesto le dimissioni del Governo. Posizione analoga ha preso la Gran Bretagna. Le Nazioni Unite si sono dette disponibili a garantire un nuovo processo elettorale e a fornire assistenza per una modifica della costituzione.

L’Iran ha reagito a quelle che vede come un attacco alla propria presenza accusando Stato Uniti, Israele e Emirati Arabi di fomentare la rivolta, ha offerto di intervenire per porre fine alle proteste, ha messo il veto sulle dimissioni del governo. Il capo delle Guardie della rivoluzione Soleimani ha fatto numerosi viaggi in Iraq per incontri con governo e forze di sicurezza.

Le Forze di Mobilitazione Popolare, che sono state accusate di episodi di violenza letale verso le manifestazioni, hanno più volte dichiarato di essere pronte “a richiesta” ad affiancare l’esercito per sedare la rivolta. Il Movimento sadrista e i comunisti, che pure sono anch’essi sotto attacco nelle manifestazioni, hanno chiesto le dimissioni del governo e nuove elezioni. I comunisti si sono dimessi dal Parlamento. Il Grand Ayatollah Ali Al-Sistani che ha appoggiato sin dall’inizio di ottobre le manifestazioni ha chiesto a tutte le parti di non usare violenza ed ha tre volte lanciato un monito verso i paesi stranieri perché non si intromettano nelle vicende interne.

Un Ponte Per sostiene il diritto della gioventù e della società civile irachena a ribellarsi e ad essere ascoltata, a manifestare per i diritti sociali, contro la corruzione e per porre fine al sistema delle quote settarie. Ne condivide le richieste essenziali e chiede che cessi la repressione delle manifestazioni e che le forze di sicurezza proteggano le manifestazioni da tutte le possibili aggressioni.

 

Nello specifico Un Ponte Per:

  1. si astiene dal commentare o sostenere specifiche richieste, determinate parti o particolari opzioni per la soluzione politica del conflitto ritenendo che questa sia materia di competenza esclusiva della dialettica tra le componenti della società irachena, ed invita tutti gli attori esteri, in particolare gli Stati, ad astenersi dal farlo;
  2. ritiene che il sistema politico basato sulle quote settarie imposto dalla occupazione statunitense in continuità con una lunga tradizione coloniale, insieme alla ingerenza negli affari interni di paesi stranieri, in particolare dell’Iran, sia una delle cause della attuale situazione;
  3. segnala l’importanza che le manifestazioni, nonostante il costo che questo sembra comportare, si mantengano nella sfera della nonviolenza e della disobbedienza civile; una eventuale escalation violenta favorirebbe l’intervento di forze esterne e comporterebbe il rischio di evoluzione in guerra civile o in colpo di Stato;
  4. segnala il pericolo che l’intervento diretto o tramite terzi di altri paesi possa dirottare ed incanalare le domande dei manifestanti, condizionare le risposte e le misure politiche prese dal governo o favorire un confronto violento all’interno della società irachena;
  5. ritiene necessario che venga diffusa un’adeguata informazione sui fatti iracheni, si esprima solidarietà nei confronti dei ragazzi e della ragazze che protestano e che la comunità internazionale, senza intromettersi nel merito, chieda con fermezza la fine delle violenze.

Roma, 28 novembre 2019