Iraq, missili sulla rivolta d’ottobre

9 gennaio 2020, 15:03

L’omicidio del generale Soleimani colpisce in primo luogo le proteste che da ottobre scorso scuotono Baghdad, a costo di 500 morti e 20.000 feriti. Mentre l’odore della guerra si diffonde in tutta l’area. L’articolo di Fabio Alberti, membro del nostro Comitato Nazionale, per Dinamo Press.

Avevano cominciato a riempire piazza Tahrir il primo di ottobre, i ragazzi e le ragazze di Baghdad, e non se ne sono più andati. La loro protesta si era diffusa in tutto il centro e il sud del paese. Oltre 500 di loro sono morti e quasi 20.000 sono rimasti feriti sotto il fuoco della polizia e delle milizie filo iraniane.

Hanno resistito alla tentazione di rispondere colpo su colpo e hanno conquistato, giorno dopo giorno, con una paziente mobilitazione nonviolenta, un sempre più vasto consenso popolare. Il primo ministro Abdel Mahdi, amico di Teheran ma non inviso a Washington, si è dovuto dimettere in dicembre.

Piazza Tahrir è da allora in aperto ed esplicito conflitto con l’Iran su chi debba essere il nuovo premier che dovrebbe portare il paese alle elezioni anticipate con nuove regole che non favoriscano la spartizione settaria del potere e la corruzione. Dalla piazza sono state indicate le caratteristiche che avrebbe dovuto avere: nessuna compromissione con il sistema politico attuale, nessun coinvolgimento in processi per corruzione, impegno a non presentarsi alle prossime elezioni.

Dall’Iran terrorizzato di perdere potere – Soleimani faceva la spola tra Teheran e Baghdad – arrivavano prima le scomuniche dei manifestanti e gli inviti a reprimere con maggior determinazione le mobilitazioni, poi la pressione per concordare il nome del nuovo primo ministro. La piazza era stata in grado sinora di respingere sia l’uno che l’altro. Il braccio di ferro stava continuando.

È in questa situazione politica che i missili statunitensi, lanciati da droni probabilmente partiti dal Kuwait, si sono abbattuti sulla “rivolta di ottobre”.

I giovani e le giovani millennial di Baghdad e il loro sogno di poter combattere liberamente la corruzione e di poter vivere in un paese indipendente – dagli Usa, ma anche dall’Iran – sarà la prima vittima della furia guerrafondaia di Trump.

Tre mesi di protesta potrebbero essere spazzati via, mentre le milizie riprendono forza e potere e il vecchio establishment nomina uno dei suoi al governo.

Se va male il paese potrebbe sprofondare in nuovi lunghi anni di violenza e guerra civile.

Non è la nostra guerra 

In molti temevano che questo succedesse. L’Ayatollah Ali Al Sistani, principale riferimento religioso sciita del paese e non legato all’establishment iraniano, da quando la protesta è cominciata non ha mai smesso di invitare le potenze straniere a non interferire e di chiedere una soluzione della crisi politica “autenticamente” irachena.

Era infatti chiaro a molti che, come è già successo in Siria, il conflitto regionale e globale in corso in Medio Oriente avrebbe potuto far fallire la rivoluzione che esprimeva contemporaneamente la richiesta di fine del sistema instaurato dall’occupazione statunitense e dell’interferenza iraniana nella vita politica irachena.

Per questo ieri, dopo che il Parlamento iracheno, con l’assenza del blocco sunnita e kurdo, ha invitato il governo a revocare l’accordo in base al quale sono presenti in Iraq 5.200 soldati statunitensi, in pratica a cacciarli, nelle piazze di tutto il paese le manifestazioni chiedevano anche la fine dell’”occupazione iraniana”.

«L’Iraq non deve essere l’arena nella quale si consuma lo scontro tra Usa e Iran. Questa non è la nostra guerra», diceva nella sostanza la dichiarazione rilasciata da piazza Tahrir.

Dove vuole arrivare Trump?

La tentazione di utilizzare il processo politico iracheno per aprire un nuovo fronte di scontro con l’Iran, Trump la mostrava da tempo. Già all’inizio di dicembre gli Stati Uniti avevano comminato sanzioni personali nei confronti dei leader di alcune milizie appartenenti alle Forze di Mobilitazione Popolare, addestrate dall’Iran e parte integrante del dispositivo militare che ha permesso la cacciata di Daesh da Mosul.

Poi il 24 dicembre vicino a Kirkuk, dove tuttora operano bande di Daesh, un grappolo di katiusha si è abbattuto su una base irachena che ospitava anche militari della coalizione internazionale anti-Daesh, uccidendo un contractor statunitense. La provenienza di questi razzi non è stata mai rivendicata, né accertata, ma Trump ha immediatamente indicato l’Iran come autore e ordinato come rappresaglia il bombardamento di una base delle brigate Kataib Hetzbollah (vicine all’Iran e parte delle Forze di Mobilitazione Popolare, ma da non confondere con l’omonima organizzazione libanese) uccidendo 25 miliziani.

È in seguito a questo attacco, immediatamente condannato da tutto l’arco politico iracheno, che si è tenuta a Baghdad la manifestazione contro l’ambasciata Usa che è stata usata da Trump come pretesto per assassinare il capo delle guardie rivoluzionarie iraniane Qasem Soleimani e altri leader di milizie irachene.

Un’escalation di cui non si può escludere la casualità, ma che appare accuratamente pianificata. Se ciò fosse vero saremmo davvero di fronte a un rischio estremo per la pace globale.

*L’autore è ex-presidente di Un Ponte Per, Ong impegnata in Iraq da molti anni. Al momento fa parte del comitato nazionale dell’organizzazione. 

La versione originale dell’articolo, pubblicato su Dinamo Press, è disponibile qui