Il Dr. Pedro: “Se loro non si sono arresi, non possiamo certo farlo noi”

5 febbraio 2020, 13:30

Il giorno in cui siamo stati/e evacuati/e dal Nord Est Siria non sapevamo se saremmo mai più potuti/e tornare. L’11 ottobre 2019 è iniziata l’evacuazione di tutti gli operatori e operatrici internazionali. Noi siamo stati/e gli ultimi a lasciare il territorio, resistendo il più a lungo possibile nell’emergency room creata insieme alla Mezzaluna Rossa Curda. Non si possono dimenticare quelle ore… quello, è stato un giorno molto duro per tutte e tutti noi”.

E’ tornato da poco in Italia il Dr. Pedro, medico e coordinatore del nostro intervento sanitario in Nord Est Siria. E’ arrivato da Dohuk, nel Kurdistan iracheno, dove a ottobre scorso abbiamo trasferito la nostra Missione nei giorni più duri dell’attacco turco.

Ma è già pronto a ripartire: “Abbiamo moltissimo lavoro da fare”, ci spiega, lui che è stato tra i primi, nel cuore di quella crisi, a denunciarne le conseguenze prevedibili sulla stampa internazionale.

Che sarebbero state devastanti, Pedro lo aveva capito immediatamente.

Quando è scoppiata la crisi per prima cosa abbiamo organizzato i movimenti delle ambulanze. Abbiamo seguito passo per passo il coordinamento del convoglio umanitario che ha raggiunto la cittadina di Ras El Ain assediata, mettendo in salvo le persone ferite e intrappolate all’interno dell’ospedale. Abbiamo trascorso giorni difficili, lavorando e dormendo tutti e tutte nella stessa stanza, facendo riunioni una dietro l’altra”.

Da quando abbiamo avviato il nostro intervento in Siria, nel 2015, per iniziare a costruire il sostegno necessario alla popolazione già provata da anni di guerra, quello dell’attacco turco è stato certamente il momento peggiore.

Avevamo vissuto situazioni simili durante la battaglia per la liberazione di Raqqa da Daesh, nel 2017”, spiega Pedro. “Ma questa volta è stata molto più dura, soprattutto per i nostri amici e colleghi della Mezzaluna Rossa Curda e tutto il nostro staff locale. Quando l’evacuazione è stata irrimandabile, ci hanno salutato come se non dovessimo tornare mai più. Immaginate cosa significhi per queste persone vedere tutte le organizzazioni internazionali andarsene. Hanno capito la nostra posizione: noi di UPP abbiamo fatto il possibile per rimanere. Ma vederci allontanare, anche se solo temporaneamente, è stata comunque durissima”, racconta.

Anche spostarci in Iraq e ripensare completamente un intervento che avevamo costruito faticosamente in questi 5 anni, non è stato semplice.

I primi giorni non capivamo come avremmo potuto riorganizzare la Missione da lontano, e ricominciare tutto da capo. I primi anni in Nord Est Siria infatti i nostri interventi erano molto semplici. Molto rischiosi, certo, ma di più facile gestione. Quando invece abbiamo iniziato a ricostruire e riorganizzare il sistema sanitario locale insieme alla Mezzaluna Rossa Curda, è diventato tutto più complesso: si tratta di un intervento che ha bisogno di stabilità, formazione continua, pianificazione e precisione. E con l’attacco turco, tutto è cambiato all’improvviso e molto rapidamente”, spiega Pedro.

Un esempio? Le ambulanze. “Abbiamo garantito per anni la loro presenza nei campi per persone sfollate e rifugiate. Ma abbiamo dovuto spostarle sulla linea del fronte, perché lì c’era più bisogno di cure d’emergenza. Non è facile prendere questo genere di decisioni in tempi strettissimi: decidere chi aiutare, e come, privando altre persone anche solo temporaneamente di una parte del supporto garantito fino a quel momento. Non dovrebbe capitare mai niente di simile”, riflette Pedro, che in questi anni, un pezzo dopo l’altro, aveva visto il territorio riprendersi lentamente, finalmente proiettato sulla stabilizzazione, non su continue emergenze.

A novembre siamo riusciti/e a riorganizzare il lavoro del nostro staff locale rimasto in Nord Est Siria. Non è facile, in alcune aree non essere presenti fisicamente rende tutto più difficile. Abbiamo individuato 20 nuovi Community Health Workers (CHWs), che da remoto abbiamo formato nel modo più efficiente possibile. Continueremo a sostenere la missione da dentro e da fuori. Adesso è il momento di essere molto sensibili sulle priorità: abbiamo deciso di lavorare in 6 campi per persone sfollate interne, basando il nostro intervento sui loro bisogni, non su quello che pensiamo serva. Si prendono le decisioni insieme alle comunità: ogni territorio ha le sue necessità, e si deve fare un’analisi dei bisogni luogo per luogo”.

E’ determinato Pedro, ma non ottimista. “L’intero sistema sanitario, sul quale tanto abbiamo lavorato, rischia di collassare. Di una cosa dobbiamo essere consapevoli: la priorità della popolazione è avere rifugi sicuri. Sono ancora migliaia le persone che vivono fuori dalle proprie case in seguito all’attacco, quasi il 10% della popolazione. La mancanza di rifugi adeguati genera, a catena, una serie di altri problemi molto gravi a livello sanitario, ma non solo. Basti pensare che il 70% delle scuole è attualmente occupata da persone sfollate. Questo vuol dire che ormai da mesi non ci sono lezioni per i bambini. Inoltre, l’embargo turco ha provocato carenza di cibo: quello che viene assunto non basta, con ricadute sulle condizioni sanitarie”, spiega allarmato Pedro.

Ecco perché abbiamo deciso di concentrare il nostro intervento soprattutto nei campi profughi, sia quelli esistenti che quelli attualmente in costruzione, senza dimenticare l’importante lavoro di protezione e contrasto alla violenza di genere.

“I nostri colleghi e colleghe, amici e amiche in Siria non si sono arresi/e neanche un istante. Non possiamo certo farlo noi”, sorride Pedro.