Onde dello stesso mare

30 marzo 2020, 13:23

“Dopo il secondo conflitto mondiale doveva uscire dalla storia, dopo essere rientrata nella nostra vita dagli schermi televisivi come quotidianità, torna senza veli come misura dei rapporti internazionali, con tutto il suo corredo di stringiamoci a coorte e sventolio di bandierine. Incapaci di pensare differentemente, persino le malattie vengono affrontate come guerra. Ma per una pandemia, non ci sono frontiere rassicuranti dentro le quali chiudersi”. La riflessione di Fabio Alberti, membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per.

 

Mia madre ha ricevuto da amici cinesi un pacco di mascherine, spedite dalla Cina con allegato un messaggio: “Siamo onde dello stesso mare, foglie di uno stesso albero, fiori dello stesso giardino”. Quindi non una solidarietà tra appartenenti a gruppi diversi (cinesi e italiani), ma tra simili (onde, foglie, fiori) di uno stesso gruppo. Non c’è più l’”altro”. Un salto logico rispetto a secoli di pensiero identitario centrato sulla nazione.

La diffusione del virus Covid-19 ha reso ulteriormente evidente l’irreversibilità del carattere globale dei problemi a cui l’umanità deve far fronte a seguito della sua cresciuta capacità – per numerosità e per tecnologia – di influire con i propri comportamenti su tutto il globo.

Il virus, come il riscaldamento climatico, non conosce frontiere e richiede una risposta globale, azioni globali, governance globale. È ormai il Pianeta lo spazio politico minimo in cui questi problemi possono essere affrontati e questo richiede un cambiamento profondo non solo delle istituzioni politiche a cui siamo abituati, non solo degli stili di vita, ma anche del modo di pensare. E di pensarci. Andando oltre la solidarietà come empatia verso l’”altro”.

Stiamo invece assistendo ad una paradossale reazione di chiusura su se stessi da parte degli Stati, innanzitutto occidentali, incapaci di pensarsi come “onde dello stesso mare”.

Alla carenza di mascherine e presidi sanitari non si è, ad esempio, risposto con l’ovvia necessità di una gestione planetaria della produzione e distribuzione, secondo una strategia razionale di equo e adeguato utilizzo sul pianeta, ad esempio affidata all’Organizzazione Mondiale della Sanità dotata dei poteri e delle risorse necessarie.

A livello di Unione Europea ogni Stato va per proprio conto, alcuni con politiche reticenti per non danneggiare la propria economia e costituendo un pericolo per gli altri, altri con politiche autarchiche o con chiusura di frontiere. Un arretramento persino rispetto ai trattati che prevedono – come l’art. 168 del Trattato di Lisbona – che l’Unione possa “adottare misure per lottare contro i grandi flagelli che si propagano oltre frontiera, misure concernenti la sorveglianza, l’allarme e la lotta contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero”.

È partita invece una vergognosa corsa all’accaparramento, con paesi che sequestrano forniture, paesi che chiudono le frontiere e paesi che rimangono senza, in base ad una generalizzazione del “prima noi”, dove il “noi” sono di volta in volta gli italiani, i cechi, i tedeschi, gli americani, tentando di accaparrarsi il controllo esclusivo persino sui vaccini.

E, per il futuro, si assumono le mascherine come “arma strategica”, da accumulare, ognuno nei suoi angusti confini, di fianco alle testate, nucleari o convenzionali che siano, in base ad una mortifera metafora dell’epidemia come guerra.

E non solo come “guerra al virus”, che è già un’idea sbagliata, ma come guerra tra Stati. Ha espresso questo agghiacciante concetto il Commissario straordinario all’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, il quale, forse senza rendersi ben conto di quello che stava dicendo, dopo aver definito chi sono i paesi “nostri alleati”, ha dichiarato la “guerra delle mascherine” a tutti gli altri. Come per i mercati o le materie prime.

Ecco che la guerra, che dopo il secondo conflitto mondiale doveva uscire dalla storia, dopo essere rientrata nella nostra vita dagli schermi televisivi come quotidianità, torna senza veli come misura dei rapporti internazionali, con tutto il suo corredo di stringiamoci a coorte e sventolio di bandierine. Incapaci di pensare differentemente, persino le malattie vengono affrontate come guerra.

La corsa a salvare se stessi, anche a scapito di altri/e, si scontra però con l’evidenza che questo non è più possibile. Per la pandemia, come per l’inquinamento e il riscaldamento climatico, non ci sono frontiere rassicuranti dietro alle quali difendersi o attaccare: o la malattia la si debella dappertutto o resterà ovunque. Non è più nemmeno una questione di solidarietà, che pur dovrebbe essere doverosa.

Per contrastare la diffusione del virus in Africa, ad esempio, ci dice l’OMS che mancano subito almeno 3 miliardi di dollari. Una cifra risibile se la si paragona alla crescente spesa militare globale, lo 0.15%. Poi c’è il Medio Oriente, percorso da anni da guerre di spartizione e con i sistemi sanitari distrutti dalle politiche di aggiustamento strutturale. Luoghi dove la prossima esplosione della malattia potrebbe provocare un’ecatombe. E costituire una minaccia perenne per il resto dell’umanità.

Ma salvo l’OMS, che lancia periodici quanto inascoltati appelli, nessuna istituzione politica internazionale si sta preoccupando di affrontare la pandemia con un approccio globale. Ad esempio dotando l’OMS dei poteri e dei mezzi economici per contrastare il contagio, organizzare razionalmente le risorse e i mezzi, coordinare la ricerca. Al massimo si stanzia qualche fondo per l’emergenza umanitaria nei paesi più poveri, che vengono quindi trattati ancora come “altro” e non “parte”.

Nessun Consiglio di Sicurezza (sicurezza di chi?), nessuna Assemblea Generale dell’Onu si è riunita per decidere azioni comuni e condividere strategia e costi. Anzi, gli Stati e i loro sistemi economici cercano di guadagnare vantaggi economici e strategici, ad esempio confermando l’embargo all’Iran che impedisce l’accesso ai medicinali e che equivale ad una sentenza di morte per migliaia di persone e che dovrebbe invece essere subito cancellato. Per umanità, ma anche per comune interesse.

Tuttavia i messaggi di solidarietà che giungono in Italia da tutto il mondo dimostrano che è possibile imboccare un’altra direzione.

C’è voluto l’olocausto per far comprendere che non esistono le razze. Non basterà una pandemia per convincerci che non esistono nemmeno le nazioni.

Ma forse possiamo cominciare a pensarlo.

Fabio Alberti, membro del Comitato Nazionale di Un Ponte Per