Covid-19. Cosa succede in Giordania?

8 aprile 2020, 13:09

Tra coprifuoco militare, distanziamento sociale e quarantena, anche la Giordania tenta di fronteggiare la diffusione del virus. E mentre l’Italia ad Amman viene ricordata con letture collettive di Dante, noi cerchiamo di rimodulare il nostro lavoro da lontano. Il racconto della nostra Marta Malaspina, Capo Missione di Un Ponte Per ad Amman.

L’ultimo messaggio della chat WhatsApp creata dall’amministratore di condominio del palazzo, chiede ad ognuno/a di noi di scrivere la propria lista della spesa di frutta e verdura. Domani il nostro vicino organizzerà un ordine collettivo che qualcuno ci porterà direttamente a casa. Al momento questo è l’unico modo per fare la spesa qui ad Amman, e si vocifera che presto i negozi chiuderanno di nuovo.

E pensare che fino a qualche giorno fa neanche conoscevo tutti i miei vicini di casa. Ora abbiamo una chat di gruppo per controllare che tutti e tutte stiamo bene, ci scambiamo informazioni sugli ultimi aggiornamenti ed i nuovi provvedimenti governativi, oltre ad una continua carrellata di foto e video divertenti che cercano di sdrammatizzare le difficoltà del vivere in isolamento e sotto coprifuoco.

Il virus che ha messo in ginocchio più di mezzo mondo, da qualche settimana è arrivato anche in Giordania. Una pandemia che è riuscita a mandare al collasso i sistemi sanitari più efficienti ed accessibili al mondo, come quelli di alcuni Stati europei, e che in questo angolo di mondo prospetta uno scenario ancor più spaventoso.

In Giordania il sistema sanitario nazionale è molto debole, e la sanità pubblica, seppur anche qui unica deputata alla risposta al Covid-19, è ridotta al minimo, stretta fra l’assenza delle risorse e la supremazia di strutture di sanità privata comunque impreparate a rispondere a questa emergenza.

Le crisi umanitarie dell’area mediorientale che hanno investivo il paese nell’ultima decade, in particolare quella siriana, hanno visto l’afflusso di centinaia di migliaia di persone rifugiate nel paese: 750.000 solo quelle registrate, secondo i dati di UNHCR.

Tutto questo ha contribuito a portare un ulteriore carico al sistema sanitario nel regno hashemita, con conseguenti difficoltà a gestire il sovraccarico di richieste di servizi medici.

Alla luce di queste considerazioni, il governo giordano è stato tra i primi paesi al mondo a decidere di adottare misure preventive straordinarie e particolarmente restrittive al fine di contenere la diffusione del Covid-19. Dopo che Re Abdallah II il 18 marzo scorso ha decretato che il paese sarebbe passato sotto Legge militare, sabato 21 marzo abbiamo accolto l’arrivo della primavera in modo insolito.

Alle 7 di mattina le sirene hanno risuonato in tutto il regno annunciando l’inizio del coprifuoco.

Un ordine imposto dalle autorità statali e militari, che ha portato al blocco di tutte le attività. Sono state chiuse scuole, banche, uffici pubblici e privati, negozi di ogni genere, persino supermercati e farmacie.

Dopo 3 giorni di blocco totale, il governo ha sequestrato gli autobus urbani per distribuire pane e altri beni essenziali direttamente nei quartieri delle città giordane. E’ stata poi concessa una riapertura limitata ai negozietti di alimentari di quartiere per acquistare beni di prima necessità. Resta vietata la circolazione delle auto ed è previsto l’arresto immediato a chi infrange il coprifuoco. Restano chiusi gli aeroporti e tutte le frontiere: la Giordania è un paese blindato.

In questa situazione di estrema chiusura, la preoccupazione più grande per noi operatrici e operatori umanitari è quella di trovare il modo per poter continuare il lavoro di supporto alle fasce della popolazione giordana più vulnerabile e alle comunità rifugiate, comprese quelle minoritarie.

Con la diffusione del contagio nel paese, anche noi, come molte altre ONG, siamo stati/e costretti/e a rimodulare il nostro intervento, restando operativi dove possibile, pur nel rispetto delle limitazioni necessarie a garantire la sicurezza di tutte e tutti.

La crisi umanitaria causata dalla diffusione del virus ha purtroppo delle specificità uniche e con scarsi precedenti. Qui in Giordania, la percezione è quella di vivere un’emergenza nell’emergenza.

Il governo ha da subito chiesto supporto a tutti gli attori umanitari presenti nel paese, e tutti insieme stiamo cercando di partecipare a questa risposta umanitaria con i mezzi che abbiamo a disposizione.

Sono dunque giorni di intenso lavoro per la squadra della missione di Un Ponte Per in Giordania.
Gli sforzi sono indirizzati al coordinamento continuo con le altre ONG internazionali, i nostri partners locali, i donatori, le agenzie ONU, i gruppi di lavoro settoriali coordinati da UNHCR, per riuscire a sviluppare il prima possibile un piano di emergenza operativo di risposta ad un’emergenza che sta impattando con forza anche sul sistema economico.

Al momento ci stiamo concentrando su due fronti. Da una parte garantire assistenza finanziaria alle famiglie che vivono sotto la soglia minima di povertà, e per le quali le uniche fonti di guadagno sono legate al lavoro saltuario giornaliero.

Dall’altra, con una squadra di psicologi/ghe stiamo sostenendo il sistema di supporto alla salute mentale creato in risposta all’emergenza Covid-19. Stiamo attivando in questi giorni una hotline dedicata al supporto emotivo e psicologico, con lo scopo di fornire ascolto, accompagnando chi vive già in situazione di vulnerabilità, a riconoscere ed esprimere le emozioni in questo momento di crisi.

Allo stesso tempo, cerchiamo di trasformare le attività sul campo in corso prima della diffusione del contagio in attività online. Gruppi di supporto, corsi di formazione e campagne di sensibilizzazione sui temi sui quali Un Ponte Per, in Giordania, basa molti dei propri interventi, come l’inclusione e il rafforzamento delle persone con disabilità e con disagi mentali, così come la protezione delle donne dalla violenza e l’educazione di bambine e bambini.

La cosa più difficile da sopportare è la sensazione di impotenza: non riuscire a raggiungere tutti e tutte coloro che in questo momento hanno bisogno di particolare sostegno.

Come noi, tanti e tante altre colleghe italiani espatriati/e nelle missioni estere hanno rinunciato in buona parte a rientrare in Italia perché non vogliono abbandonare questi paesi nel momento della crisi.

Vogliamo provare ad aiutare paesi che ci hanno accolto, ospitato, insegnato tanto e con i quali abbiamo costruito negli anni dei ponti di solidarietà e legami unici.

L’annuncio del coprifuoco totale qui ad Amman, ha colto tutte e tutti un po’ alla sprovvista.
Molte tra le persone più anziane hanno ricordato i tempi bui di clausura che hanno vissuto in queste terre martoriate da conflitti e guerre per lunghissimi anni. Molti/e palestinesi hanno sorriso amaramente pensando a quante quarantene e separazioni forzate hanno già dovuto vivere lontani/e dalla propria terra occupata, lì dove la minaccia non è sempre così rumorosa come questo virus.

Molte persone si sono chieste come poter combattere questo nuovo nemico invisibile, cercando di restare unite, pur restando distanti. La Giordania è una terra calda con mille sfumature, abitata da un popolo straordinariamente accogliente e generoso. La distanza sociale è un concetto difficile da queste parti, in cui il senso di comunità è particolarmente sentito, e spesso aiuta a superare ogni barriera.

E cosi, pensando ai tanti abbracci negati negli ultimi tempi, mi ritornano in mente le terzine del quinto canto dell’Inferno di Dante, che abbiamo usato ieri da Amman per manifestare la nostra vicinanza all’Italia e celebrare anche da qui il nostro paese lontano.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Dante, con le sue parole, ci ricorda che la forza dell’amore non concede a nessun amato di non amare in risposta. Ci ricorda che siamo tutte e tutti interconnessi/e e mai come in questo periodo storico possiamo permettere che qualcuno/a resti indietro.

La forza sta nel riconoscere una risposta comunitaria che coinvolga tutti e tutte, agendo insieme per sostenerci e prenderci cura gli uni degli altri.

Possiamo “tenere botta”, come diciamo a Un Ponte Per, solo tutte e tutti insieme.

Marta Malaspina – Capo Missione di Un Ponte Per ad Amman. 

Qui un video di aggiornamento da Marta.