Covid-19. Cosa succede in Iraq?

2 aprile 2020, 17:53

Prosegue il nostro lavoro di aggiornamento dai territori in cui operiamo. Questa settimana parliamo dell’Iraq, dove siamo presenti da 30 anni e dove sono ancora sul campo i nostri e le nostre cooperanti, che hanno scelto di restare nel paese per sostenere come possibile una popolazione già provata da anni di guerre, conflitti e terrorismo, con un sistema sanitario molto fragile e con migliaia di persone rifugiate dalla Siria e sfollate interne accolte nei campi.

Qui risiedono le preoccupazioni maggiori: se il contagio dovesse diffondersi nei campi, dove le forme preventive di distanziamento sociale sono impraticabili, e dove i livelli igienico-sanitari sono già precari, rischieremmo di trovarci di fronte ad una catastrofe.

L’Iraq ha riportato ad oggi (2 aprile, ndr) 728 casi e 52 vittime. Ha imposto il coprifuoco dal 14 marzo, chiudendo tutti gli aeroporti anche nella regione autonoma del Kurdistan. Sono state chiuse tutte le attività commerciali per tentare di contenere la diffusione del contagio, ma sappiamo bene che la situazione rischia di degenerare.

Le strutture sanitarie non possono gestire una diffusione su vasta scala del contagio: ci sono carenze di medicinali ma soprattutto di respiratori. 

Da subito anche noi abbiamo seguito le indicazioni delle autorità locali e ridotto le attività, trasferendo online e in streaming eventi e dibattiti su diritti umani, coesione sociale e pari opportunità.

Nei limiti di sicurezza imposti stiamo però continuando a lavorare per garantire alcuni servizi che riteniamo essenziali: la gestione dei casi di violenza contro le donne e la linea telefonica attiva h24 dedicata alle vittime di violenza domestica, che potranno quindi continuare a chiedere sostegno e protezione.

Attive anche le consulenze psicologiche e i servizi sanitari di salute riproduttiva per le donne con le opportune precauzioni di sicurezza.

Inoltre, continuiamo a portare avanti dal primo giorno di emergenza campagne di prevenzione e informazione per contenere la diffusione del contagio quanto possibile, in linea con le direttive dell’OMS e per sostenere le autorità locali.

Ce lo racconta Eleonora Biasi, Capomissione di Un Ponte Per in Iraq in questo video.