Garantire diritti contro una violenza del genere

8 maggio 2020, 11:54

“Stare a casa” è lo slogan che accompagna dal primo giorno l’emergenza mondiale determinata dalla diffusione del virus Covid-19. Alla base, l’idea che l’unico luogo sicuro siano le mura domestiche, per evitare il contatto con altre persone, rallentando così la diffusione del contagio.

Ma cosa succede se quelle quattro mura non esistono più, perché sono state distrutte da guerre e conflitti, si è vissuta la fuga e lo sfollamento, e dunque oggi “casa” è una tenda in un campo profughi sovrappopolato?

E’ la condizione che si trovano a vivere migliaia di donne nei paesi in cui noi di Un Ponte Per operiamo da anni, come la Siria e l’Iraq. Condizioni che abbiamo imparato a conoscere molto bene, e nelle quali siamo impegnate/i ogni giorno.

Le guerre, i conflitti, le condizioni di precarietà e povertà diffusa hanno sulle donne un peso maggiore. Se vittime di queste condizioni sono tutte e tutti, il prezzo che pagano le donne sulla propria pelle è spesso doppio. Basti pensare alle difficoltà di assicurare condizioni igienico-sanitarie dignitose nei campi profughi, o a quelle di accedere a servizi di salute riproduttiva laddove i sistemi sanitari sono provati da anni di conflitti.

Ecco perché il sostegno alla maternità, le consultazioni mediche gratuite, assicurare parti sicuri e riduzione della mortalità materna e neonatale sono, per noi, forme di contrasto alla violenza di genere. Perché il primo passo per combatterla, è fare in modo che i diritti delle donne siano garantiti in ogni forma.

Si tratta di interventi che rientrano nell’ambito della protezione dei soggetti più vulnerabili, e della battaglia per garantire l’accesso ai propri diritti a tutte e tutti. Per questo, parte integrante del nostro lavoro da sempre è concentrato sui servizi di salute dedicati alle donne.

In Siria, che è entrata nel suo 9° anno di guerra, la violenza e il conseguente impoverimento hanno avuto conseguenze devastanti sul sistema sanitario. Donne e bambine sono la fascia di popolazione più esposta all’impatto di questa crisi. Carenza di ginecologi/ghe, medici e infermieri/e, spesso impegnati/e a gestire l’emergenza umanitaria, rendono estremamente difficile l’accesso ad altri tipi di cure.

Sono spesso le ostetriche a svolgere un ruolo importantissimo in questo contesto, uniche responsabili nel fornire informazioni fondamentali in termini di contraccezione e salute neonatale. L’importanza di queste figure sanitarie aumenta soprattutto quando si parla delle aree rurali nelle quali è spesso impossibile reperire i mezzi di trasporto per giungere negli ospedali più vicini.

Molte donne si ritrovano dopo il parto a soffrire di varie forme di infezione a causa della carenza di informazioni sulla gestione della fase post partum. Inoltre, si è anche assistito in questi anni ad un incremento della mortalità infantile neonatale a causa della carenza di incubatrici e strutture attrezzate adeguatamente. Dall’inizio della guerra in Siria, sono aumentate le nascite premature, gli aborti, la mortalità infantile.

 Nel Nord Est della Siria, dove operiamo dal 2015 gestendo 15 tra cliniche e ospedali, abbiamo scelto quindi di dedicare alle donne e alla loro salute gran parte dei nostri interventi.

Soprattutto nei campi profughi in cui operiamo, i servizi di base per le emergenze di maternità sono state individuate come esigenza fondamentale per migliaia di donne. Sono proprio loro, infatti, a rappresentare il 65% dei pazienti che riceviamo quotidianamente nelle nostre cliniche: ecco perché è così importante implementare e rafforzare i servizi esistenti e i protocolli medici a loro dedicati.

In città come Raqqa abbiamo costruito un centro sanitario per la salute riproduttiva, materna, infantile e pediatrica. Il personale è formato per identificare casi di violenza di genere sia a livello sanitario che psicologico. Alla clinica fa capo un’Unità sanitaria mobile per la salute riproduttiva al servizio delle aree rurali intorno alla città, per le quali abbiamo creato e formato una squadra di Operatori e Operatrici Sanitari di Comunità (Community Health Workers – CHWs) per fare prevenzione porta a porta e prendere in carico soprattutto i casi di gravidanze a rischio. Solo nel 2019 le visite porta a porta nelle aree rurali intorno a Raqqa sono state quasi 18.000.

Questi/e Operatori e Operatrici, in gran parte donne, sono state formate sulle tecniche mediche di base e sulla promozione della cura e dell’igiene personale per mamme e neonati. La loro presenza dentro le case permette di seguire al meglio i casi, grazie alla fiducia che si instaura con le pazienti.

Per monitorare sempre al meglio i nostri interventi, e accertarti che siano in linea con le esigenze della comunità, tra settembre e ottobre 2019 – subito prima della recente offensiva turca – abbiamo svolto una ricerca specifica insieme alla Mezzaluna Rossa Curda, nostro principale partner nell’area, facendo circa 800 sondaggi nelle cliniche e nelle case in cui operiamo.

Questo ci ha permesso di capire quale fosse il livello di conoscenza su temi come l’allattamento al seno, la nutrizione neonatale, la salute materna e infantile. I risultati hanno mostrato che il 20% delle donne in Nord Est Siria non ha mai avuto accesso ad una visita medica durante la sua ultima gravidanza, né da medici né da ostetriche.

Il 54% di loro non ha mai ricevuto cure post-natali dopo aver partorito. Ecco perché le attività porta a porta delle nostre Operatrici sanitarie locali sono state considerate centrali per individuare casi di gravidanze a rischio, e per promuovere l’importanza di cure ante e post natali.

Prioritaria è anche la formazione e sensibilizzazione sull’allattamento al seno, per evitare un uso eccessivo del latte in polvere, particolarmente difficile da reperire in tempi di guerra.  

Anche in Iraq, attraversato da anni di guerre e terrorismo, donne e bambini/e sono state le principali vittime della crisi del sistema sanitario. Dell’intera popolazione di sfollati interni, una percentuale che varia tra il 75 e l’80% è rappresentata da donne e bambini.

 Nel 2018, poco più di un anno dopo la liberazione della città di Mosul dal controllo dello Stato Islamico, che ha occupato l’intera area della Piana di Ninive per 3 anni, ci siamo posti/e l’obiettivo di supportare le comunità locali garantendo servizi di supporto psicologico, sociale e di salute riproduttiva, con particolare attenzione alle donne.

L’interruzione delle formazioni professionali per ilpersonale sanitario durante l’occupazione di Daesh, unita a lunghi periodi di guerre e conflitti, rappresentavano un ostacolo importante. Per questo abbiamo lavorato molto sulla formazione, per assicurare un più ampio processo di ricostruzione, sostenibile dell’intero sistema sanitario dell’are.

Nel 2019, un totale di 91 medici e infermieri, uomini e donne, sono stati /e  coinvolti/e in programmi di formazione su protocolli di salute riproduttiva e contrasto alla violenza di genere. Solo nella città di Mosul, donne e ragazze hanno potuto avere accesso a 4.000 visite ginecologiche ed esami ecografici specifici.

Riusciamo a portare avanti questo prezioso lavoro grazie alle donne dei nostri team locali, che fanno di tutto per sostenere altre donne, doppiamente colpite dalla guerra e dalla violenza.

Ecco perché abbiamo deciso di dedicare anche quest’anno il nostro 5×1000 alle donne.

Una firma che destini il 5×1000 a Un Ponte Per non ha alcun costo. Per noi, però, ha un valore di 30 euro.

Con 30 euro, garantiamo 2 visite ginecologiche specialistiche.

Con una firma, lo fate voi.