Se la vera pandemia è la violenza contro le donne

2 luglio 2020, 13:33

Stare a casa” è lo slogan che ha accompagnato dal primo giorno l’emergenza mondiale determinata dalla diffusione del virus Covid-19. Alla base, l’idea che l’unico luogo sicuro fossero le mura domestiche, per evitare il contatto con altre persone, rallentando così la diffusione del contagio.

Ma cosa succede se quelle quattro mura sicure non sono, perché è proprio al loro interno che si consumano violenze e abusi?

Stando ai dati ufficiali del 2019, nell’88% dei casi di violenza di genere denunciati alle strutture specializzate, nel mondo, i perpetratori sono stati mariti e parenti. Il nemico, quindi, è dentro casa. E’ sempre stato lì: solo che prima si poteva sperare di fuggire.

Con il lockdown imposto dalla pandemia, e senza soluzioni emergenziali adeguate per tutelare le donne, la casa è diventata una prigione per milioni di loro. E’ quanto temevano le organizzazioni femminili, i movimenti femministi, le strutture anti-violenza sin dalle prime ore in cui le misure contenitive sono entrate in vigore nei paesi attraversati dal contagio. E il timore si è rivelato realtà.

In media, a livello globale, nel periodo del contenimento la violenza contro le donne è aumentata da un minimo del 20% fino a un massimo del 73%. Il triste primato, ad oggi, sembra essere dell’Italia. Una “pandemia-ombra senza confini dentro la pandemia Covid-19”: così l’ha definita Dubravka Simonovic, Relatrice Speciale dell’Onu per la violenza sulle donne.

Una situazione tanto grave a livello globale da aver portato il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antònio Guterres, a lanciare un appello per la protezione delle donne, facendo appello alla comunità internazionale perché venissero intraprese adeguate misure di contrasto “all’orribile aumento globale della violenza domestica”. Durante la crisi, ma anche in seguito: perché i passi indietro sulla strada per la libertà e la sicurezza sono stati numerosi, e sono andati oltre le violenze fisiche e psicologiche.

Mentre le donne sono state infatti in prima fila nel combattere il contagio, come operatrici sanitarie, infermiere, dottoresse, psicologhe, allo stesso modo sono state invisibilizzate nel dibattito pubblico ed estromesse dal campo del decision making. Pur essendo state proprio loro, in Italia, ad isolare la sequenza del virus che ha poi interessato tutto il mondo.

Esposte al contagio dunque, ma non alla partecipazione pubblica e politica, spesso riconfinate nello spazio domestico tra violenza, perdita dell’impiego e lavoro di cura. Secondo i dati che iniziano ad essere elaborati dai centri di ricerca mondiali, sono state in prevalenza le donne a perdere il proprio impiego, a dovervi rinunciare per restare a casa con i figli, a farsi carico dell’organizzazione familiare e del lavoro di cura. Una retrocessione importante che, se non adeguatamente affrontata, rischia di cristallizzarsi nella lunga fase di post-crisi che ci attende.

A fotografare la gravità della situazione restano i numeri. In Italia dall’inizio del lockdown i femminicidi sono stati 11. Il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha fatto sapere che ad aprile si è toccato il picco di telefonate al numero 1522 per le denunce di violenza, molestia, stalking: dal 1 al 18 aprile 2020 le chiamate sono state 1037 contro le 397 nello stesso periodo del 2019; le segnalazioni attraverso la app collegata sono passate dalle 37 di gennaio alle 253 dei primi giorni di aprile.

In totale, nel periodo del lockdown il numero ha registrato oltre 5mila denunce di violenza: il 73% in più rispetto allo stesso periodo nell’anno precedente.

Numeri confermati anche dalla rete dei Centri anti-violenza “D.i.Re”, che ha registrato un aumento delle richieste di aiuto pari addirittura al + 79,9%. 2.956 donne in pericolo o abusate: nel 33% dei casi si è trattato di chiamate realizzate per la prima volta. Contatti “nuovi”, più richieste, più difficoltà nel chiedere aiuto: un quadro complessivo allarmante, ma che travalica i confini nazionali, come rende noto UN Women. Qualche esempio? In Francia, a Cipro, a Singapore, i casi di violenza domestica sono aumentati del 30%. In Argentina del 25%, in Brasile del 50%.

E in Medio Oriente, dove Un Ponte Per opera da 30 anni, lo scenario non è dissimile.

In Palestina, dove il lockdown è andato ad aggiungersi alla pluridecennale violazione dei diritti umani causata dal colonialismo d’insediamento israeliano e dall’assedio della Striscia di Gaza, i femminicidi registrati sono stati 5. Secondo quanto denunciato dalle organizzazioni femminili, solo nelle prime 2 settimane di chiusura le richieste di aiuto da parte delle donne sono aumentate del 10%. Il movimento femminista “Tal3at” ha organizzato un flashmob per denunciare la situazione: il 20 aprile le donne si sono affacciate a finestre e balconi con pentole e mestoli, per “fare rumore contro la violenza di genere”.

Situazione analoga in Libano, dove le organizzazioni specializzate denunciano un aumento della violenza del 20%, e dove le chiamate alle linee telefoniche dedicate sono raddoppiate. Così come in Giordania, dove il video di una donna sopravvissuta alla violenza domestica appena subita è divenuto tristemente virale. Qui le chiamate ai centri anti-violenza sono precipitate del – 68%: come spiega Ocha però, non dipende da una minore incidenza degli abusi ma da una maggiore difficoltà a chiedere aiuto, se si è chiuse in casa insieme a chi quella violenza la agisce quotidianamente.

E ancora, cosa succede se le mura di casa di non esistono più perché sono state distrutte da guerre e conflitti, e oggi “casa” è una tenda in un campo profughi sovrappopolato? E’ la condizione che si trovano a vivere milioni di donne in Siria e in Iraq. Condizioni che abbiamo imparato a conoscere molto bene, e nelle quali siamo impegnate/i ogni giorno.

Le guerre, le condizioni di precarietà e violenza diffusa hanno da sempre sulle donne un peso maggiore. Se vittime di queste condizioni sono tutte e tutti, il prezzo che pagano le donne sulla propria pelle è doppio. Studi e analisi dimostrano che ad ogni situazione di difficoltà oggettiva, la violenza di genere e gli abusi domestici aumentano vertiginosamente.

“Nelle ultime settimane da numerosi rapporti emerge che sono aumentati stupri, matrimoni forzati, auto-immolazioni in seguito a molestie, violenze, abusi domestici. Crimini che impongono al governo di lavorare con urgenza ad una legge contro la violenza domestica”, scrive l’ufficio delle Nazioni Unite in Iraq, cui fa eco un rapporto di Human Rights Watch, in riferimento a quanto sta accadendo nel paese.

Qui oltre il 75% delle donne ha recentemente dichiarato all’OMS di non denunciare le violenze subite alle forze di polizia, per la paura di subirne altre o di essere socialmente stigmatizzate. L’ultimo sondaggio ufficiale realizzato dalle istituzioni irachene su questo tema risale al biennio 2006-2007: già allora, risultava che 1 donna su 5 in Iraq è sottoposta ad abusi e violenze domestiche da parte dei propri mariti: il 36% del totale.

In Iraq sosteniamo per questo 6 centri anti-violenza, abbiamo creato una linea telefonica dedicata alla denunce, e portiamo avanti un lavoro di sostegno psicologico alle sopravvissute. “Prevediamo che la vera emergenza inizierà adesso, perché durante la chiusura condividere lo spazio con i perpetratori ha impedito a molte donne di chiedere aiuto”, spiega Lia Pastorelli, responsabile del nostro intervento contro la violenza di genere in Iraq.

E ci aspettiamo gli stessi risultati nel nord-est della Siria, dove stiamo lavorando in queste settimane per raccogliere informazioni sull’aumento delle violenze, in collaborazione con le Case delle Donne con cui operiamo da anni.

Anche per questo abbiamo deciso di dedicare il 5×1000 del 2020 alle donne. Per contrastare una violenza che cresce, ad ogni nuovo conflitto, ad ogni nuova crisi umanitaria.

E’ questa la vera pandemia, per la quale ad oggi non si è voluta trovare cura. E riguarda tutte e tutti noi.

* Cecilia Dalla Negra – Ufficio Comunicazione di Un Ponte Per. Questo articolo è tratto dall’ultimo numero del nostro Notiziario. Per leggerlo integralmente clicca qui