Covid-19 in Medio Oriente. Cosa sta succedendo 6 mesi dopo?

30 settembre 2020, 11:52

Era marzo quando, in pieno lockdown, abbiamo organizzato il primo webinar per dare un aggiornamento sulla situazione dei contagi e sulla nostra risposta nei paesi in cui operiamo da anni, insieme a Martina Pignatti, Direttrice dei nostri programmi di cooperazione. Oggi, a distanza di 6 mesi, torniamo a fare una panoramica per capire come si sono evolute le emergenze, e come abbiamo riadattato il nostro intervento.

Rispetto al webinar di 6 mesi fa la cose sono cambiate, e purtroppo in peggio. Se in Iraq i casi ufficiali di Covid-19 allora erano 382, oggi sono 327.500, con 8.700 vittime. Si tratta però solo della punta dell’iceberg: ce lo dicono le nostre colleghe e colleghi, che purtroppo nonostante le nostre procedure stringenti si stanno ammalando, e che incontrano ogni giorno le persone con cui lavoriamo. La maggior parte non va in ospedale proprio per paura del contagio.

Grande preoccupazione anche in Siria, ed in particolare nel nord est dove Un Ponte Per lavora, i casi 6 mesi fa erano pochissimi, oggi sono arrivati a 3.900 ma si stima siano molti di più. I nostri medical advisor ci dicono che situazione è paragonabile a quella in Iraq.

Instabilità anche in Libano, dove dai 370 casi di 6 mesi siamo ai 31.000 di oggi, con il virus che è arrivato anche nei campi profughi palestinesi, e la cui diffusione è stata aggravata dall’esplosione del 4 agosto.

E’ la Giordania al momento il contesto meno preoccupante, con 212 casi 6 mesi fa arrivati oggi a 5.700, ma con misure restrittive molto stringenti che sembrano aver assicurato, per ora, il contenimento del contagio.

Gli aeroporti in Medio Oriente hanno riaperto ai voli commerciali e anche le Ong possono far viaggiare il proprio staff. Noi ci possiamo spostare, ma abbiamo scelto di mandare sul campo solo lo staff strettamente essenziale. La gran parte del lavoro gestionale resta svolta da remoto. Anche i nostri uffici, parzialmente riaperti nelle scorse settimane, sono adesso in graduale chiusura. Ma non abbandoniamo nessuno, le operazioni continuano.

Cosa stiamo facendo
In Iraq la preoccupazione è grande. Non è chiaro se il picco pandemico sia stato raggiunto, di certo le strutture sanitarie restano troppo fragili per gestire la situazione, e nei campi profughi è impossibile garantire distanziamento fisico e accesso all’acqua.

Da quando le autorità locali hanno dato il via libera alla ripresa del lavoro di prevenzione porta a porta siamo partiti/e: ci spostiamo in tutto il paese per distribuire dispositivi di protezione e pacchi alimentari alle famiglie colpite dalla crisi economica, cercando di coprire le aree più remote.

Assicuriamo sostegno psicologico alla popolazione e soprattutto alle donne, che hanno subito un aumento esponenziale della violenza domestica durante il lockdown. Grazie ad alcuni donatori, come la Chiesa Valdese, abbiamo potuto attivare specifici progetti Covid, grazie ai quali stiamo distribuendo kit igienici a centinaia di famiglie nei quartieri popolari di Baghdad e nei campi profughi per persone siriane. Cerchiamo comunque di tenere insieme molti fronti, unendo il lavoro di prevenzione del Covid alla tutela ambientale e alla protezione delle donne, per non abbandonare lo scopo della nostra missione nel paese.

Come sempre, crediamo che sia fondamentale il ruolo di volontari/e, attivisti/e, società civile per promuovere la sicurezza e la solidarietà sociale.

Nel nord est della Siria abbiamo pochi tamponi effettuati e poco affidabili. Anche per questo stiamo sostenendo i nostri partner della Mezzaluna Rossa Curda nelle procedure di triage per individuare i casi davvero a rischio. Le percentuali purtroppo parlano chiaro: se in Italia sul totale dei tamponi effettuati oggi il numero dei positivi è l’1,6% in nord est Siria è il 34%. Si stanno ammalando i medici, che sono ad oggi il 15% dei casi registrati, rendendo più difficile il funzionamento di cliniche e ospedali. Stiamo riuscendo, insieme ai nostri partner, a contenere la diffusione del virus nei campi profughi, ma le cliniche sono meno accessibili perché sottoposte a continue quarantene e sanificazioni. Gli accessi stanno diminuendo per la paura delle persone di ammalarsi, anche qui l’unica cura possibile è quindi fare prevenzione.

Stiamo allestendo 3 reparti Covid negli ospedali di Tabka, Membij e Derek per garantire 60 posti letto di terapia intensiva e sub-intensiva, e facciamo formazione al personale medico. Abbiamo istituito una linea telefonica sul modello del 118 dedicata alla gestione da remoto dei casi Covid.

Abbiamo acquistato 20 respiratori e molti medicinali ma non è facile: le sanzioni americane sulla Siria purtroppo rendono molto difficile far arrivare nel paese i fondi necessari per acquistare materiali, medicine, pagare i salari di medici e infermieri.

Ecco perché le donazioni private sono per noi fondamentali: per acquistare un materiale non previsto in un progetto finanziato da un donatore internazionale bisogna aspettare il permesso, con i fondi privati invece possiamo investire immediatamente sulle priorità del momento.

Anche in Libano la curva dei contagi resta preoccupante, con una media di 1.000 contagi al giorno in un paese grande come l’Abruzzo, con oltre 900 medici ammalati. L’esplosione del porto del 4 agosto scorso, oltre a distruggere gran parte di Beirut e provocare vittime civili, ha causato danni ingenti anche agli ospedali: 3 quelli distrutti, 2 quelli gravemente danneggiati. Anche per questo, nelle due settimane successive all’esplosione i casi giornalieri di Covid sono raddoppiati.

Le autorità non hanno trovato un accordo per stabilire un nuovo lockdown: a preoccupare è una crisi economica troppo profonda per poter impedire alle persone di andare a lavorare. I nostri progetti a causa del Covid hanno subito una battuta d’arresto soprattutto nei campi profughi palestinesi, ma stiamo cercando di rilanciarli sostenendo soprattutto i nostri storici partner locali per garantire, in primis, l’istruzione a bambine e bambini nei campi. Il nostro capo ufficio a Beirut è appena tornato nel paese e ci racconta di un sentimento comune tra le persone molto rassegnato. Dopo l’esplosione la popolazione ha smesso di prestare attenzione al Covid, che non è più considerato una priorità perché nel paese si muore facilmente, dicono.

Anche in questo senso le donazioni private sono state fondamentali per sostenere i nostri partner locali, che stanno facendo il possibile per fronteggiare l’emergenza. I fondi che ci sono arrivati sono stati investiti per i bisogni primari: a Shatila nelle distribuzioni alimentari e di kit igienici, e a Beirut con distribuzioni alimentari destinate alle lavoratrici migranti.

Resta abbastanza sotto controllo invece la situazione in Giordania, ma con grande conflittualità interna a livello politico per la gestione dell’emergenza. L’aeroporto di Amman ha recentemente riaperto per le pressioni della compagnia francese che lo gestisce, e c’è il rischio dell’aumento di casi di contagio da importazione. I test positivi al momento sono solo lo 0,5 % del totale e resta basso il tasso di mortalità. La situazione sembra quindi meno grave rispetto ad altri contesti. Le scuole aprono e chiudono a fasi alterne ma c’è grande impegno per garantire il diritto allo studio a bambine e bambini.

Qui le nostre attività proseguono. In Giordania abbiamo un focus molto forte sul sostegno alle persone con disabilità fisiche e mentali, sia nella popolazione locale che in quella rifugiata siriana. Abbiamo potenziato alcune modalità di intervento con un team mobile che ha visitato 216 famiglie da settembre, realizzando 145 sessioni di riabilitazione per persone disabili. Insieme a Be Positive, un’associazione locale gestita da persone con disabilità, abbiamo aperto un piccolo centro sensoriale per bambini e bambine con disabilità visive, grazie al quale 18 bimbi/e hanno potuto seguire sessioni di riabilitazione con tecniche di gioco.

Piccoli – ma per noi grandi – traguardi che dimostrano come si possa lavorare anche nell’emergenza.

Sono giorni per noi molto difficili. Ormai da mesi cerchiamo di adattare continuamente i nostri interventi al mutare delle situazioni nei paesi in cui operiamo. Ma guardiamo sempre ai nostri partner locali, compagni di strada e di percorso: sono loro a dimostrarci sempre che tutto, anche in situazioni difficili, è possibile.