Libano. Tra macerie e speranza

22 settembre 2020, 11:24

Beirut, a quasi due mesi dalla terribile esplosione del 4 agosto, è ancora in macerie. Tra crisi economica e pandemia la situazione politica vive un pericoloso stallo. Il racconto del nostro David, da Beirut.

Da un punto di vista politico, la situazione che sta vivendo il Libano a quasi due mesi dalla devastante esplosione del 4 agosto che ha distrutto Beirut, è di un pericoloso stallo. Il nuovo Primo ministro designato Adib avrebbe dovuto consegnare da tempo la proposta per la formazione del suo esecutivo, cercando di rispettare le scadenze imposte dall’iniziativa francese.

E’ la Francia infatti, in questo momento, a dettare l’agenda politica e le tempistiche per il paese.

Lo stallo riguarda l’assegnazione di alcuni Ministeri-chiave – Esteri, Interno, Economia, Finanze – che il neopremier ha deciso di affidare, a rotazione, ai rappresentanti dei diversi partiti politici, incontrando però le resistenze del campo sciita, composto da Amal e Hezbollah, che non sembrano disposti a lasciare le proprie poltrone, preferendo che vengano assegnate a rappresentanti di riferimento della comunità sciita.

Tutto ciò sta provocando uno stallo non indifferente, e la possibilità che Adib rinunci all’incarico ancora prima di cominciare. Se questo dovesse accadere, il Libano perderebbe il supporto internazionale e i suoi finanziamenti ma, soprattutto, la possibilità di una negoziazione con il Fondo Monetario Internazionale.

Un limbo politico che aggrava l’emergenza Covid-19 in corso, che vede un aumento dei casi positivi attualmente attestati fra i 500 e i 600 giornalieri. Si tratta per il momento di casi non gravi, ma resta altissima la preoccupazione per la scarsità di posti letto e possibilità di ricovero in terapia intensiva nel paese.

Il governo facente funzioni sta cercando di riabilitare e rimettere in funzione gli ospedali pubblici, ma la situazione di tensione permane soprattutto su Beirut dove alcuni ospedali sono ancora danneggiati dopo l’esplosione e non ci sono fondi per sistemarli.

Nei giorni scorsi, camminando nelle zone colpite dall’esplosione, partendo da Mar Mikhail e arrivando a Martyr’s Square passando per Gemmayzeh, i danni erano ancora ingenti.

Si assiste ancora oggi ad un livello di distruzione impressionante, che ricorda gli effetti di un bombardamento. Molti detriti sono stati ammassati ai bordi delle strade o in vie secondarie, e tutto è ancora ricoperto da vetri e polvere di vetro. Tutti i miei passi erano accompagnati da questo piccolo brusio di sottofondo.

Chiuse ancora per il momento infine tutte le scuole: anche se le classi dovrebbero ripartire entro 2 settimane, gli edifici scolastici non sono pronti per rispettare le misure di distanziamento sociale. Si prospetta quindi una situazione molto difficile per bambine e bambini.

Noi, intanto, siamo tornate/i sul campo dopo molti mesi di assenza dovuti alla pandemia Covid-19. In questi mesi abbiamo portato avanti il nostro lavoro nonostante le difficoltà, cercando di non far mancare il sostegno ai nostri storici partner locali.

Sono stati loro ad attivarsi immediatamente per portare solidarietà alla popolazione colpita dall’esplosione del 4 agosto, organizzando squadre di volontarie e volontari per rimuovere le macerie e assistere chi aveva perduto tutto.

Noi di Un Ponte Per abbiamo subito deciso di sostenerli, lanciando una raccolta fondi che andrà a rafforzare il loro lavoro: “Con Beirut nel cuore”, l’abbiamo chiamata. Perché è lì che portiamo la città, il paese che ci ha accolto, e la sua gente.

David Ruggini – Capo ufficio di Un Ponte Per a Beirut