“La pandemia è globale, ma non siamo tutti/e uguali”

9 dicembre 2020, 11:24

Chiara è arrivata in Siria ad agosto, quando i contagi iniziavano a crescere, per formare il personale medico-sanitario dei centri Covid che abbiamo aperto nell’area. In questa intervista ci racconta cosa stiamo facendo per contenere la pandemia.

di Cecilia Dalla Negra – Ufficio Comunicazione di Un Ponte Per*

Chiara si collega da Kobane: la connessione va e viene, il suo sorriso invece resta sempre stabile. Medical advisor, Chiara arriva dalla Lombardia: ha conosciuto da vicino la zona rossa italiana della prima ondata di Covid-19 ed è lì, sul campo, che ha imparato a gestire i casi.

Con noi di Un Ponte Per lavora dal maggio scorso, ed è volata in Siria ad agosto: quando i contagi qui iniziavano a scendere e lì, invece, a crescere pericolosamente. “L’impatto è stato molto forte”, racconta.

“In pochissimi giorni ho visitato tutti i centri Covid che abbiamo aperto a Derek, Tabqa e Mambij che abbiamo aperti all’interno di ospedali già esistenti, mentre un quarto è stato creato dal nulla, adattando una vecchia scuola in disuso”, ci spiega.

Si tratta di località molto lontane tra loro, per raggiungerle sono necessarie diverse ore di viaggio. “Dovevamo capire di cosa ci fosse bisogno: l’equipaggiamento necessario, lo staff da assumere, come iniziare a lavorare. I casi aumentavano di giorno in giorno, bisognava muoversi in fretta”.

Una volta allestiti i centri, è iniziato il processo di reclutamento dello staff medico sanitario: un’impresa difficile, perché i medici in Siria sono pochissimi/e, e ancora di meno nell’area del Nord Est. Il personale specializzato è raro “e preziosissimo: non possiamo permetterci che si ammali. Ogni medico qui è insostituibile”, ci spiega Chiara. “Facciamo di tutto per proteggerli: non bastano neanche per i centri che abbiamo”. Una volta trovate le persone pronte a lavorare nei centri, è iniziata la formazione.

“Per prima cosa ci siamo occupati/e dei dispostivi di protezione individuale, fondamentali per tutelare lo staff. Si comincia dalle basi: come indossarli in modo efficace e come toglierli dopo il turno nel reparto, per minimizzare il rischio di contagio”, ci racconta.

“Poi le misure di prevenzione generali: in un centro Covid i/le pazienti, così come operatrici e operatori, non possono muoversi come in un qualsiasi altro reparto. C’è una zona ‘pulita’, dove ci si veste, ed una ‘contaminata’, dove sono curati i/le pazienti. Bisogna sempre muoversi dalla prima alla seconda senza tornare indietro. In seguito abbiamo affrontato la gestione dei casi: i protocolli sanitari, la cura del paziente, l’ossigeno-terapia. Nei nostri centri arrivano pazienti moderati e severi, coloro cioè che non necessitano di essere intubati”.

Chiara la gestione del Covid e dell’emergenza l’ha conosciuta da vicino in Italia, e proprio per questo non nasconde una certa amarezza nel guardarsi intorno in un paese come la Siria, provato da 10 anni di conflitti, con un sistema sanitario lacerato, fragile, insufficiente.

“La pandemia è globale, certo. Ma non è vero che colpisce tutte le persone allo stesso modo. Se ti ammali in Italia o in Europa sai di avere a disposizione il meglio delle cure e del personale. Ammalarsi qui significa quasi sempre morire. Neanche in una pandemia siamo tutti/e uguali”.

Cose banali come procurarsi una mascherina, quaggiù, non sono scontate. “Ci sono famiglie che non possono permettersele. Per strada vengono vendute a 5mila sterline. Basti pensare che con 500 si fa una spesa di base. Capite di cosa stiamo parlando?”, ci spiega Chiara.

“Giorni fa ero a Raqqa insieme ai colleghi e alle colleghe della Mezzaluna Rossa Curda. Persone che hanno combattuto in prima linea nella battaglia per liberare la città da Daesh. Mi hanno detto ‘guardati intorno, non c’è una casa in piedi. Secondo te chi ha vissuto tutto questo può avere paura di un virus?’. Ecco credo che abbiano ragione. Le persone qui sono consapevoli dei rischi. Ma se hai vissuto guerra, distruzione, sfollamento, forse quel rischio in fondo è accettabile.

Abbiamo una percezione diversa della vita, della morte, del dolore che siamo in grado di sopportare. Ma non per questo dobbiamo rinunciare a garantire cure e salute a tutte e tutti”.

Ogni settimana Chiara fa il punto con lo staff sanitario per capire cosa è andato bene e cosa è andato male. Si finisce per diventare amici più che colleghi e colleghe. Come con il giovane anestesista appassionato del suo lavoro, che solo dopo due mesi nei reparti Covid ha rivelato di avere una moglie immunodepressa a causa di una leucemia. “Nonostante il rischio ha lavorato: sapeva di essere più preparato degli altri e voleva passare il testimone. Quando ha capito che i/le colleghi/e ce l’avrebbero fatta, ha fatto un passo indietro”.

“Qui funziona così: incontri continuamente persone che mettono la propria comunità davanti ai bisogni personali”.

Ed è grazie a questo impegno che oggi, nonostante le difficoltà, i dati sono incoraggianti. “Abbiamo un tasso di mortalità in ospedale del 10%: questo significa che le persone si fidano, e arrivano quando siamo ancora in tempo per salvarle. Lo staff sta lavorando bene: nessuno si è ancora ammalato, e questo per noi è un grandissimo risultato”.

Probabilmente è stanca, Chiara. Qualche giorno fa stava prendendo una pausa all’aria aperta, fuori dall’ospedale di Tabqa. “Vicino a me c’era un signore molto anziano. A un certo punto dalla finestra si è affacciato un infermiere con una signora altrettanto anziana. Dopo giorni in condizioni critiche era riuscita finalmente ad alzarsi. Il marito era venuto a salutarla sotto la finestra. Si sono scambiati un sorriso così grande che mi ha commossa. Se togli la fatica, la preoccupazione, la frustrazione, è questo che resta: l’umanità delle persone, la bellezza delle piccole cose”. Mentre ce lo racconta, Chiara ancora si commuove.

“Vedi queste cose è pensi ok, qualcosa di buono lo stiamo facendo. Resto ancora un po’, ti dici. Se gli abbiamo regalato quel sorriso, allora abbiamo fatto il nostro dovere”.

*Questo articolo è stato pubblicato sul Notiziario di Un Ponte Per di dicembre 2020. Per riceverne una copia gratuitamente a casa, o leggerlo online, clicca qui