“Un virus più pericoloso della guerra”. Affrontare il Covid-19 in Siria

15 dicembre 2020, 15:48

Parla Jihan, operatrice sanitaria della Mezzaluna Rossa Curda, con cui UPP lavora da anni nel Nord Est della Siria. “E’ invisibile, ecco perché combatterlo è così difficile. Non distruggerà le case, ma uccide comunque le persone”, racconta.

 

“La nuova clinica di Ras El Ain/Serekanye era incredibile, credo che ci mancherà per sempre”. A parlare è Jihan, 30 anni, team leader della Mezzaluna Rossa Curda, operativa nella clinica che avevamo costruito insieme nella cittadina di Ras El Ain/ Serekanye, tra le più colpite durante l’offensiva turca in Nord Est Siria dell’ottobre 2019.

In quel momento nella clinica erano ricoverate circa 30 persone, la città era assediata, mancava l’elettricità. Solo dopo alcuni giorni i medici della Mezzaluna, a bordo delle nostre ambulanze, riuscì ad entrare portando in salvo le persone ferite. La clinica, però, ne uscirà distrutta.

“Prima di costruirla a Ras El Ain/Serekanye curavamo le persone in un appartamento. Pochi farmaci, pochissime attrezzature, poco personale e non qualificato”, racconta Jihan. “Poi, insieme a Un Ponte Per riuscimmo a costruire una clinica dotata di tutto il necessario. Fino ai bombardamenti turchi, che si presero ogni cosa”, ricorda.

Jihan ripercorre con noi quei giorni terribili: “All’inizio pensavamo ingenuamente che non sarebbe durata a lungo. Ci sostenevamo a vicenda dicendo che sarebbe stata una questione di pochi giorni difficili e poi saremmo tornati alla normalità. La verità è che alla normalità non ci siamo mai più tornati/e. E’ stato davvero difficile mantenere a lungo la stessa forza e lo stesso coraggio avuto nei primi giorni”.

Quando l’attacco turco finì la clinica era distrutta come il resto della città. Gli operatori e le operatrici sanitarie locali, come tutte le altre persone, vennero trasferiti/e poco distante: nelle tende, in quello che sarebbe diventato di lì a poco il campo profughi di Washokani, costruito in fretta dall’Amministrazione autonoma del Nord Est Siria per dare riparo alle persone in fuga.

“E’ stato molto difficile lasciarsi tutto alle spalle e iniziare una nuova vita senza una casa. Siamo stati/e costretti/e ad adattarci alle nuove condizioni vivendo nelle tende, condividendo cucine e bagni. Ma il dovere di cura restava per noi primario”, racconta. “Non c’erano altri attori sanitari. Con il supporto di Un Ponte Per siamo riusciti/e a ricostruire una piccola clinica per le persone accolte a Washokani”, prosegue.

Per quanto il nuovo punto di cura col passare dei mesi sia stato implementato e sia cresciuto, è difficile non guardare con un misto di rabbia e tristezza a quello che si è perduto: “La nuova struttura rispetto a quella che avevamo in città non è paragonabile. Ma gli amici e le amiche di UPP non hanno mai smesso di sostenerci con farmaci, attrezzature e personale”.

Eppure, il lavoro da fare resta moltissimo, soprattutto adesso che è arrivata la pandemia.

Con il Covid-19 tutto è diventato più difficile. “Siamo attentissimi/e al rispetto delle misure di protezione e di sicurezza”, spiega Jihan. “La capacità del team sanitario sta crescendo di giorno in giorno e sviluppiamo nuove procedure per controllare la situazione. Prima non avevamo attrezzature come la pistola termica, ma ora ce l’abbiamo e abbiamo anche un’unità di isolamento. Stiamo affrontando difficoltà ad effettuare i test Covid su larga scala, perché li stanno fornendo solo alle persone più vulnerabili. Per me questo virus è ancora più pericoloso della guerra, perché è invisibile, non fa rumore. Non distruggerà le case, ma uccide comunque le persone”.

Ecco perché è così importante puntare sulla prevenzione, soprattutto laddove le strutture sanitarie sono vulnerabili. “Ci riusciamo grazie ai nostri Operatori e Operatrici sanitari di Comunità, che stanno portando avanti un lavoro prezioso. Sono loro a rendere le persone consapevoli dei rischi di questa pandemia. Ma sono in contatto diretto con chi ha casi confermati in famiglia: è davvero come stare in prima linea, eppure non hanno mai esitato una volta”, afferma fiera Jihan.

”L’unica cosa che desidero è tornare un giorno a Ras El Ain/Serekanye e alla clinica in cui stavamo lavorando prima dell’invasione turca. Qui al campo tutti/e ci ringraziano sempre per il sostegno che stiamo fornendo e considerano questa clinica in tenda come un grande ospedale. Sarebbe molto doloroso per loro non vederci più. Ecco perché spero che la collaborazione tra noi di KRC e Un Ponte Per duri per sempre: stiamo facendo un ottimo lavoro insieme”, conclude Jihan.

Anche noi speriamo di poter continuare a camminare fianco a fianco fino a quando ce ne sarà bisogno.

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