Stato di emergenza in Libano: il paese torna in lockdown

13 gennaio 2021, 17:14

L’11 gennaio il Libano ha dichiarato nuovamente lo stato di emergenza a causa dell’aumento di contagi da Covid-19 e l’alto numero di vittime, che ha superato ormai quota 1.600. Su tutto il territorio nazionale è stato imposto un lockdown totale e relativo coprifuoco, che sarà in vigore a partire dal 14 gennaio e fino al 25, con possibilità di estenderlo se la situazione non dovesse migliorare.

di David Ruggini – Capo Ufficio di Un Ponte Per a Beirut

Da metà dicembre, sotto la pressione dei diversi settori economici, il Governo facente funzioni aveva deciso di alleggerire progressivamente le restrizioni imposte per contenere la diffusione del Covid-19, con risultati che si sono rivelati drammatici dal punto di vista sanitario.

Da circa una settimana i casi giornalieri di Covid-19 sono costantemente intorno ai 4.500-5.000, non ci sono più posti nelle terapie intensive degli ospedali pubblici, mentre negli ospedali privati i pochi letti disponibili sono accessibili solo a chi ha un assicurazione sanitaria che possa coprire le spese di ricovero.

Il Governo, dopo aver colpevolmente alleggerito le restrizioni ha quindi stabilito un nuovo lockdown. Solo le attività di prima necessità restano aperte, il resto delle attività economiche sono chiuse. Sono coinvolte anche le università e le scuole che restano chiuse in modalità Dad. Restano in attesa per adesso le Ong che forniscono servizi assistenziali di base mentre restano aperti solo alcuni uffici pubblici ritenuti necessari con una capacità solo del 25%.

Per quanto riguarda la situazione economica e politica, ad oggi, non c’è nessuna soluzione all’orizzonte. La crisi economica sta peggiorando drasticamente. La politica dei sussidi della Banca Centrale libanese sta esaurendo le risorse monetarie dello Stato, e per questo dovrebbe essere presto interrotta per salvaguardare quel che resta.

Dal punto di vista politico invece la formazione del Governo è ancora lontana a causa dello scontro tra Hariri, Primo ministro incaricato, e Aoun, Presidente, sull’assegnazione di alcuni Ministeri chiave (tra cui quello dell’Interno e degli Esteri).

Il nostro storico partner locale, Assumoud, attivo nei campi profughi palestinesi, ci aggiorna sulla situazione che resta estremamente precaria sia per la diffusione del virus che dal punto di vista economico.

Restano aperti per il momento i centri che sosteniamo per fornire aiuti alimentari e garantire l’accesso alla salute (salute riproduttiva e cliniche odontoiatriche), mentre le attività scolastiche e di supporto agli/lle studenti sono state trasferite online.

I contagi crescono nei campi, così come il numero di vittime. Impossibile al momento accertare il numero totale di persone contagiate dal momento che i costi per i test non sono coperti dalle cliniche di Unwra, e le famiglie non possono permetterselo.

Al momento stiamo cercando di attrezzare i centri di Assomoud con materiale di protezione e barriere in plastica per permettere, a rotazione, a un numero ristretto di studenti di fare didattica in presenza, viste le enormi difficoltà a seguire le lezioni a distanza con reti internet instabili e all’interno di nuclei familiari che spesso non possono permettersi i dispositivi necessari.

Ma questo non è tutto: l’esacerbarsi della situazione generale sta creando fratture gravissime dal punto di vista sociale. A dicembre si sono verificati due episodi significativi per comprendere il clima di tensione nel paese.

Il primo è avvenuto a Bsharre, un paesino tra le montagne del Monte Libano, dove una lite tra un libanese e un rifugiato siriano è terminata con una sparatoria nel corso della quale il rifugiato siriano è stato ucciso. L’escalation di tensione nel paese e nelle zone limitrofe ha portato diverse famiglie siriane ad abbandonare il posto cercando una sistemazione altrove.

Il secondo episodio invece è avvenuto il 27 dicembre scorso ad Al-Miniyeh, in Akkar, dove un campo siriano di 100 tende è stato dato interamente alle fiamme e distrutto. Anche in questo caso la motivazione è stata una lite tra un libanese e alcuni lavoratori siriani che vivevano all’interno del campo. L’episodio è stato denunciato dai/lle volontari/e di Operazione Colomba, che operano da anni nell’area.

Oggi più che mai è necessario stare al fianco della popolazione libanese, che sta vivendo la peggiore crisi economica, politica e umanitaria dopo gli anni terribili della guerra civile. Per continuare a sostenere il nostro lavoro clicca qui.