Che fine ha fatto il movimento contro la guerra?

9 febbraio 2021, 18:23

Di  Anna Camposampiero, da Intersezionale del 6 febbraio 2021.

Un po’ di storia, prima di tutto.

Il 2 agosto del 1990 Saddam Hussein ha invaso il Kuwait, rivendicando diritti sul “grande Iraq”. Il 5 agosto le Nazioni Unite hanno emesso la risoluzione N. 660, chiedendo il ritiro senza condizioni e successivamente hanno dato vita alla coalizione di “Volenterosi” di cui hanno fatto parte anche l’Italia (chi ha una certa età ricorda “My name is Cocciolone”) che partirà per ristabilire l’ordine internazionale, con l’operazione Desert Storm (Risoluzione N. 678) il 16 di gennaio 1991, sotto il comando di Norman Schwarzkopf.

Il 6 agosto 1990 le Nazioni Unite hanno votato l’applicazione dell’embargo all’Iraq (risoluzione N. 661). La definizione di embargo della Treccani dice testualmente: “Provvedimento di interruzione delle relazioni economiche con uno Stato, totale o parziale.” Secondo la Carta delle Nazioni Unite “il Consiglio di sicurezza può decidere l’adozione di misure di embargo contro uno Stato colpevole di una minaccia alla pace, di una violazione della pace o di un atto di aggressione per reprimere violazioni gravi dei diritti umani.” In sintesi, l’embargo comprende l’impossibilità di avere normali scambi finanziari e commerciali con i paesi che accettano di applicare le restrizioni stabilite.

Possiamo dire che nel ‘90 la “legittimazione” dell’applicazione di sanzioni era riscontrabile nella violazione del diritto internazionale generata dall’invasione di uno stato sovrano. Ho usato le virgolette perché sarebbe utile aprire una discussione seria sull’uso delle sanzioni, spesso unilaterali e per motivi assolutamente arbitrari, con un impatto sulla popolazione sottostimato nei migliori dei casi. L’embargo all’Iraq ha causato più di un milione di morti, di cui la metà bambini, direttamente legati alle conseguenze delle restrizioni di importazione, esportazione e trasferimenti economici da e verso il Paese. Privare milioni di persone di sostentamento fino al punto di ridurle in fin di vita è una vera e propria violazione dei diritti umani e ciò avviene mentre si applica l’embargo per reprimere violazioni gravi dei diritti umani (leggi sopra). Un ossimoro come le “guerre umanitarie”, che a partire da quegli anni abbiamo cominciato a sentire troppe volte per giustificare meri interessi economici e politici.

13 anni dopo, nel 2003, ritroviamo un paese distrutto nella sua economia senza che chi ha fortemente voluto l’embargo, gli USA, abbia alla fine ottenuto il rovesciamento di governo auspicato. Non si può dimenticare la farsa della falsa costruzione di prove (chi non ricorda il segretario di stato Colin Powell al Consiglio di Sicurezza ONU, agitando provette di “antrace” 6) mentre dichiarava con certezza l’esistenza in Iraq di armi di distruzioni di massa?) che danno vita alla cosiddetta seconda Guerra del Golfo.

In questo caso, però, viene meno la “copertura” delle Nazioni Unite, con i voti contrari di Francia, Germania e Cina (le nazioni con più interessi economici in Iraq nonostante l’embargo, o grazie all’embargo). Un raggruppamento ristretto: in testa gli USA di George Bush e l’UK, del “caro” Tony Blair, che poi ha candidamente ammesso di essersi sbagliato, sostenuti dalla Spagna di Aznar e dalla Bulgaria, ha dato il colpo di grazia a un paese martoriato dall’embargo di cui sopra, e ha proceduto poi alla sua vivisezione e spartizione per il grande business della ricostruzione. Saddam Hussein è stato giustiziato, dopo un processo, nel 2006.

Questo l’antefatto, di cui molto si parla, perché sono passati 30 anni dalla Prima Guerra del Golfo, ma quello che vorrei raccontare è in parte anche personale, e, come sempre si dice, il personale è politico.

Il 2003 era sulla linea temporale vicino al 2001 di Genova e del primo Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre, e al 2002 del Foro Sociale Europeo di Firenze.

I venti di guerra di Bush e l’arroganza di Colin Powell sembravano potentissimi, ma l’energia del movimento dei movimenti era inarrestabile. Con meno tecnologia di quella a disposizione oggi, qualche difficoltà in più, ma molta più fermezza, il 15 febbraio del 2003, il movimento contro la guerra organizzava, a livello mondiale, una manifestazione di protesta per le minacce di una nuova guerra contro l’Iraq.

IL NEW YORK TIMES AVEVA DEFINITO L’OPINIONE PUBBLICA LA NUOVA SUPERPOTENZA MONDIALE CHE AVREBBE POTUTO FERMARE L’ESCALATION. NOI CI SENTIVAMO PARTE DI QUEI 110 MILIONI DI PERSONE. IO ERO PARTE DI QUEL POPOLO.

Nel 2021 ci saranno molti anniversari, tra cui la prima Guerra del Golfo di cui sopra, e quello della ONG “Un ponte per Baghdad” diventata poi “Un ponte per…” a seconda dei luoghi in cui operava (Iraq, Libano, Serbia dopo la guerra dei Balcani, ma anche progetti in Italia, etc.).

Io ero una volontaria nel comitato di Milano, e quando l’associazione ha deciso di organizzare una delegazione italiana che si recasse nel cuore del paese (e del problema) per manifestare quel 15 febbraio a Baghdad, non ho esitato e sono partita.

È stato un viaggio che mi ha cambiato letteralmente la vita, ma non è (solo) di questo che vorrei scrivere, e non vorrei nemmeno sembrare nostalgica. A distanza di 30 anni dalla prima guerra, vorrei riflettere sulla atomizzazione del movimento contro la guerra, oggi che di guerre ce ne sono infinite, anche vicino a “casa”, e le cui conseguenze danno vita, a cascata, a fenomeni migratori che vengono di volta in volta considerati “emergenziali”, insieme alle crisi economiche, climatiche, e di vario titolo che spostano masse di persone.

Quindi, uso la memoria e il ricordo di quel viaggio per porre quesiti a cui non ho risposte, ma che se condivisi posso magari stimolare un dibattito su quanto oggi sia necessario uscire dal “campismo” e di quanto manchi un movimento forte contro la guerra. Non pensate che sia un problema a sé stante, la guerra è parte fondante di quella società neoliberista che se ne nutre, anche da un punto di vista economico.

Siamo partiti come una piccola armata Brancaleone, apparentemente, ma con quell’organizzazione che solo chi ha forti legami con il territorio riesce ad avere. UPP (Un Ponte Per, in acronimo, come è sempre stata chiamata da chi l’ha bazzicata) lavorava nel paese da quel lontano 1991, con piccoli e medi progetti. A Milano avevamo un bel comitato. Io ho cominciato a farne parte nel 2002, mentre mi riprendevo da un matrimonio sbagliato e cercavo dove fare politica in mezzo a un’offerta veramente vastissima di fermento e voglia di cambiare le cose.

UPP aveva l’abitudine di organizzare viaggi di conoscenza. Si accompagnavano i sostenitori dei progetti di affido a distanza in Libano, o in Serbia in mezzo ai rifugiati interni post guerra dei Balcani; si portavano le persone a vedere con i propri occhi cosa comportava l’embargo inumano costante e continuativo in Iraq. Anche localmente si faceva tanto: noi volontari andavano nelle scuole, vendevamo i datteri – più secchi, più piccoli di quelli che si trovano sotto Natale nei supermercati, ma più ricchi di umanità e politica – e i cestini fatti con le foglie di palma da datteri per finanziare i progetti. Io ci scherzavo sempre, dicendo che erano datteri radioattivi, perché la prima guerra del Golfo aveva lasciato uranio impoverito in tutto il sud del Paese, da dove provenivano i datteri.

Prima di partire, ci siamo trovati un paio di volte per fare “formazione” e conoscerci. Se la memoria non mi inganna eravamo circa una quarantina in partenza dall’Italia. A Baghdad avremmo trovato altre 160 persone circa. Di tutte le nazionalità. Io ricordo una ragazza indiana, che aveva viaggiato da sola, ma che voleva essere lì a dire alla popolazione di Baghdad che non era stata dimenticata. La popolazione. Non Saddam. Ecco, una delle cose che ha caratterizzato quel momento: non vi era discussione sul fatto che essere contro la guerra non voleva dire essere automaticamente a favore di Saddam. Eravamo contro la guerra “senza se e senza ma”.

Ricordo la mia amica Sabrina, di Verona, che aveva deciso di unirsi al viaggio senza avere riferimenti, rispondendo all’appello, e che ancora oggi è mia amica nonostante la vita ci abbia portato su strade diverse, ma non politicamente distanti.

Era anche l’epoca in cui cattolici e movimenti camminavano insieme, con un obiettivo comune. La campagna delle bandiere della pace appese ai balconi era stato un crescendo. Poco prima della nostra partenza nella strada in cui abitavo se ne vedevano poche: la mia e quella di pochi altri balconi, ma al mio ritorno… uno spettacolo. TUTTA la strada, tutta la città, ovunque si vedevano bandiere della pace appese. Era diventato praticamente impossibile trovarle… e la cosa utile era che il dibattito, le voci che si levavano da tutte le parti, partiti, organizzazioni, associazioni, personalità, la cosiddetta gente comune, non parlavano di chi era Saddam Hussein o del ruolo che aveva nel paese, ma chiedevano che non si usasse “la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali”, che è quello che dice la nostra Costituzione all’articolo 11.

Così, mentre noi atterravamo ad Amman, in Giordania, perché non si poteva atterrare a Baghdad, perché oltre all’embargo vi era la No Fly Zone, il divieto di sorvolo e atterraggio (e quindi immaginate lo scambio merci come avveniva, per quelle che riuscivano ad entrare), in Italia si organizzava la manifestazione a Roma. Noi in Giordania siamo arrivati di sera, e abbiamo aspettato la tarda notte per partire, in modo da poter arrivare alla frontiera con l’Iraq con la luce dell’alba, perché era più sicuro viaggiare di giorno in territorio iracheno.

Se chiudo gli occhi ricordo ancora la colonna di pick-up bianchi su cui viaggiavamo, l’alba nel deserto, l’arrivo alle porte della città con il monumento con le due spade incrociate che abbiamo visto poi abbattere, e il cartello con scritto “fiume Tigri” e ho pensato: sono nel sussidiario delle elementari. Sono in Mesopotamia, sono dove è nata la civiltà. Un’emozione fortissima.

Il costo del mio viaggio è stato coperto da amici e amiche. Ci tengo a dirlo, perché io non guadagnavo abbastanza per coprire tutto il costo da sola. E si sono unite persone che hanno deciso che io li potevo rappresentare e mi hanno aiutato economicamente. E molte di loro sono poi andate a Roma. Persone che non era abituate alle manifestazioni, ma che si sono sentite in dovere di esserci.

Mi ha raccontato la mia amica Claudia, una di queste persone, che a Roma avevano messo un maxischermo per fare il collegamento con noi che manifestavano laggiù, a Baghdad, e che quando ha visto il mio faccione a tutto schermo, ha capito di aver fatto la cosa giusta. Un bellissimo ricordo e legame tra tutte le piazze di quel giorno. In Italia erano 3 milioni. La più grande manifestazione contro la guerra, senza e senza ma.

Noi sul ponte che attraversa Baghdad, con il nostro striscione di UPP, urlando e cantando, carichi come non mai. Con noi anche gruppi di giovani che volevano fare gli “scudi umani”: rimanere in loco anche in caso di bombardamento sperando di fare da deterrente, in quanto europei (ricordo un gruppo di spagnoli abbastanza nutrito) o statunitensi (pochi, ma c’erano anche loro).

Mentre noi eravamo a Baghdad si attendeva la risposta di Hans Blix 8), in merito alle ispezioni in corso in Iraq per decidere se c’erano o meno le prove dell’esistenza delle armi di distruzione di massa, io ho chiesto cosa avremmo fatto noi delegazione, in caso di attacco durante la nostra presenza. L’ho chiesto al capomissione di UPP, Rochi. La sua risposta mi fa sorridere ancora oggi: “andiamo tutti all’hotel Rashid e speriamo ci vengano a prendere”. Beata la nostra convinzione che ci ha dato la forza e l’incoscienza di essere laggiù quando serviva.

Intanto io scoprivo con i miei occhi gli effetti dell’embargo all’Iraq. Siamo riusciti anche ad andare, una parte della delegazione, a Bassora, nel sud del paese dove Un Ponte Per aveva dei progetti di aiuto per gli ospedali che si occupavano dei bambini nati con malformazioni dovute alla presenza dell’uranio impoverito, lasciato dopo la prima Guerra del Golfo, e mai bonificato anche a causa delle restrizioni imposte dall’embargo.

Se a Baghdad le persone ci abbracciavano durante il corteo, ci fermano per strada, ci riconoscevano come “amici”, a Bassora ricordo che il clima era più diffidente. E la situazione più difficile. Ricordo le statue dei generali iracheni con il dito puntato verso l’Iran, a imperitura memoria del nemico di una lunga e sanguinosa guerra (durante la quale, giusto per sottolinearlo, Saddam era “un figlio di puttana, ma il nostro figlio di puttana” come girava voce in ambiti USA), ricordo gli sguardi spenti dei medici a cui morivano bambini tra le mani senza poter fare nulla, e anche gli aiuti che portava UPP erano troppo poco rispetto alla tragedia umanitaria in corso.

E ricordo il volo per Bassora. Già perché nonostante la No Fly Zone, nonostante l’embargo, si volava. Con aerei di fabbricazione cinese (ricordate il voto contrario alle Nazione Unite? Così si spiega… perché tra gli effetti dell’embargo ci sono anche quelli di arricchire chi riesce ad aggirarlo). Io ho sempre patito la pressurizzazione degli aerei, e mentre mi rendevo conto che i miei timpani non stavano soffrendo come il solito, realizzavo anche che stavamo volando a quota molto bassa. Per evitare di essere abbattuti, mi è stato detto con un sorriso triste, visto che non è consentito il traffico aereo. E dal finestrino vedevo, con chiarezza data la bassa altitudine, carri armati abbandonati, pozzi di petrolio con la tipica fiammata in cima, e deserto. Il contrasto tra la nostra presenza e uno stato di vita in perenna emergenza e difficoltà. L’ho già detto vero che quel viaggio mi ha cambiato la vita?

Al ritorno ho girato nelle scuole, nelle piazze, dove si organizzavano presidi contro la guerra, insieme a chi con me cercava di spiegarne l’assurdità.

NON CI SIAMO RIUSCITI.

Quei 110 milioni di persone, l’opinione pubblica mondiale. Tutta quella retorica. Non abbiamo inciso di un millimetro. La notte tra il 19 e il 20 marzo sono rimasta incollata davanti al televisore guardando quelle piccole scie verdi di missili che si abbattevano su Baghdad mentre piangevo ricordando tutti i volti, i sorrisi, l’anziano che mi ha offerto dell’acqua mentre passeggiavano per il suk di Baghdad, la signora che mi ha abbracciato durante il corteo, la bellezza della Moschea che abbiamo visitato… la vita di tutte quelle persone bombardata, distrutta. E nemmeno sapevo o immaginavo cosa ne sarebbe stato dopo di quel paese, che ancora oggi patisce le conseguenze nefaste di quella “democrazia” esportata a suon di bombe.

“Hanno fatto un deserto, lo chiamano pace”, un modo di dire che da secoli continuiamo a vedere…

Non siamo riusciti a fermare quella guerra, a cui ne sono seguite un’infinità di altre, che hanno avuto sempre meno bisogno di legittimazione internazionale. L’opinione pubblica mondiale si è opposta sempre meno, e tutto ciò ha segnato profondamente il movimento contro la guerra.

Insieme alle divisioni del variegato mondo della “sinistra”, agli opportunismi, alla società civile da andare a “salvare” dal dittatore di turno (prima amico, poi nemico, poi di nuovo amico con i tendoni in piazza a Roma, poi distrutto e ucciso) per lasciare alle spalle distruzione, guerre interne, flussi di migrazioni epocali strumentalizzate da destra e da “sinistra”.

Tutti, nessuno escluso, abbiamo “smobilitato”. Io stessa, piano piano, ho lasciato Un Ponte Per per svariate ragioni che non importa ricordare ora, e ho cominciato ad occuparmi di America Latina. Molte delle persone che sono scese in piazza quel 15 febbraio o che hanno appeso la bandiera della pace al proprio balcone, non erano “militanti” come si suole dire, ma erano mosse da senso di ingiustizia e reale volontà di pace, e non hanno avuto seguito, risposta, credito. E sono tornate nelle loro case, rimanendoci.

A distanza di tanti anni, con davanti guerre su guerre, le cosiddette primavere arabe, silenzi su silenzi, io sento fortemente la necessità che si rimetta la guerra – la pace? – al centro del dibattito politico.

Come? Non ne ho idea. Io sono “tornata” a iscrivermi a Un Ponte Per, perché prima di tutto ho bisogno di tornare a studiare cosa accade in quei luoghi da cui mi sono virtualmente allontanata, ma che ho conservato nel cuore, con il ricordo di quell’alba nel deserto e di quel cartello sul fiume Tigri.

Un Ponte Per è cambiata, come sono cambiata io, ma conserva quell’autorevolezza e competenza di cui sento estremamente bisogno per cercare di comprendere ciò che accade, e dove potrò, darò il mio contributo.

 

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