Nuove esplosioni di rabbia in Libano

2 febbraio 2021, 14:02

di David Ruggini – Capo ufficio di Un Ponte Per a Beirut

La situazione in Libano si sta rapidamente deteriorando a causa dell’aggravarsi della crisi sanitaria ed economica. Dal 14 gennaio 2021 è entrato in vigore un lockdown inizialmente previsto fino al 25 gennaio, ma poi esteso dalle autorità libanesi fino all’8 febbraio. Ma i nostri partner locali ci informano che, vista la gravità della situazione sanitaria, si parla già di una ulteriore estensione fino a fine febbraio.

Se da una parte questa soluzione potrebbe alleviare le difficoltà del sistema sanitario pubblico e privato, messo in ginocchio dalla pandemia, rappresenta in realtà una catastrofe da un punto di vista economico per la maggior parte della popolazione locale che ad oggi sta realmente lottando per la sopravvivenza.

In seguito alla scelta scellerata di riaprire il paese durante le feste sotto la pressione dei diversi settori economici, il Libano ha visto esplodere in maniera esponenziale il contagio nelle prime due settimane del nuovo anno: i contagi giornalieri sono saliti a quota 5.000, con una media di 60-70 vittime al giorno. Se ad un primo sguardo i dati possono non sembrare gravi, basta guardare al dettaglio dei report dell’OMS per capire che in Libano la percentuale di trasmissione locale è del 21.7%, tra le più alte al mondo.

La rapida saturazione degli ospedali sia pubblici che privati ha portato quindi le autorità locali a decretare un nuovo lockdown per rallentare la diffusione del virus e permettere al sistema sanitario di reagire.

Come già detto questa scelta sta provocando un disastro a livello economico soprattutto nelle fasce più vulnerabili, ricordiamoci che a fine 2020 i dati parlavano di quasi il 60% della popolazione locale sotto il livello di povertà.

Il tasso di cambio non ufficiale ha raggiunto ormai le 9.000 LBP per 1 $, i conti correnti delle famiglie libanesi sono sempre più inaccessibili e nessuna inchiesta viene portata avanti nei confronti delle banche e delle loro scelte unilaterali di bloccarne l’accesso.

Anche dal punto di vista sanitario la situazione è drammatica: sempre più medicinali scarseggiano nelle farmacie, gli appelli per cercare bombole di ossigeno per i malati di Covid di media gravità si sono moltiplicati sui social media, nessuno sa più nulla dell’inchiesta relativa all’esplosione del porto del 4 agosto e in tutto ciò la classe politica è in impasse totale per la formazione del nuovo governo.

Questo solo per indicare alcune delle possibili ragioni per cui dal 25 gennaio a Tripoli, nel nord del Libano, sono esplose violente manifestazioni contro la crisi, il lockdown e soprattutto contro i rappresentanti politici locali ritenuti responsabili del disastro.

Tripoli è la seconda città del paese per grandezza ma è anche tra le prime per povertà: il nord e l’Akkar infatti sono tra le regioni più povere e chiaramente più colpite dalla crisi economica. Pur essendo una città portuale non è mai stato pianificato né portato avanti un serio sviluppo dei suoi possibili servizi, neanche dopo l’esplosione del porto di Beirut, mostrando quando la classe dirigente la consideri solo in ottica clientelare, per il serbatoio di voti che rappresenta.

A questa esplosione di rabbia il governo centrale sta rispondendo con la repressione e la criminalizzazione delle persone che sono scese in piazza.

Per arginare la protesta sono stati impiegati principalmente reparti dell’esercito supportati dalle Internal Security Forces, ed i risultati si vedono: in quasi 4 giorni di proteste ci sono state oltre 500 persone ferite e una vittima.

Sia le ferite riportate dai/lle dimostranti che alcuni video testimoniano come l’esercito abbia utilizzato proiettili reali per respingere i/le manifestanti che si scagliavano contro i luoghi che rappresentano l’autorità locale. La classe politica ha invece sostenuto la tesi che le proteste fossero orchestrate senza però fare chiaro riferimento a partiti politici specifici.

La situazione a Tripoli resta tesissima anche perché una soluzione – sia essa politica o economica – è ben lontana da essere trovata.