Siria. “Per ora restiamo. Ma il lavoro di 4 anni rischia di essere distrutto”

11 ottobre 2019, 16:58

Il racconto di un operatore di UPP dal Nord Est Siria, sulla prima giornata di offensiva turca nell’area.

Sessantacinquemila persone in fuga soltanto ieri, sono questi i primi numeri dell’emergenza umanitaria che stiamo osservando in Nord Est Siria, dove ci troviamo. Solo nella giornata di ieri, 10 ottobre, abbiamo visto migliaia di persone caricare le loro famiglie su carretti o mini bus, spostandosi verso sud, nelle città di Hassake e Tell Tamer. La municipalità di Hassake ha confermato ieri di aver fornito assistenza ad almeno 600 persone nell’area urbana, molte delle quali ospitate nelle scuole.

È una situazione drammatica, resa ancora peggiore dal bombardamento della centrale idrica di Halouk, che riforniva di acqua circa 400. 000 persone nell’area. Da ieri sera nella città di Hassake e nelle aree circostanti la popolazione sta sopravvivendo grazie ai serbatoi riempiti in giornata e all’approvvigionamento delle autobotti messe a disposizione dalle ONG.

Le cifre degli sfollati sono destinate a crescere assieme all’intensificarsi dell’offensiva turca. La popolazione è spaventata e sotto pressione, mentre le milizie dell’ISIS sono in fermento. Il 10 ottobre nel campo di Al Hol, che ospita circa 70.000 persone nell’area di Deir Ez Zor, si sono ripetute manifestazioni contro le forze di sicurezza nella sezione in cui sono ospitati i familiari dei combattenti di Daesh.

Gli attacchi dell’esercito e dell’aviazione turca continuano lungo tutto il confine, colpendo anche aree urbane, causando un numero imprecisato di morti e feriti. Dopo i bombardamenti di ieri su Qamishlo, che hanno colpito anche il quartiere cristiano, nella mattinata di oggi è stata colpita dall’artiglieria turca anche una chiesa nelle campagne di Tirbe-spi.

In questo momento noi di Un Ponte Per siamo in prima linea nell’emergenza con 20 ambulanze assieme alla Mezzaluna Rossa Curda. Stiamo attivamente partecipando all’allestimento di punti di stabilizzazione per i feriti più gravi. Assieme a noi, tante altre ONG stanno dando il loro supporto ai civili.

La guerra in Siria dura ormai da 8 anni, ma le aree che sono oggi sotto attacco erano ormai stabili e l’amministrazione locale stava riuscendo a fornire i primi servizi essenziali. Grazie al lavoro che abbiamo fatto, si stava finalmente cominciando a disegnare il futuro sistema sanitario del Nord Est Siria, attraverso programmi di sviluppo e la formazione del personale locale. Un processo di institution-building fondamentale per costruire l’autonomia locale e garantire alla popolazione l’accesso ai propri diritti, e ai servizi essenziali nel medio periodo.

Tutti questi progressi rischiano di andare distrutti dall’offensiva di queste ore. Ascoltare da qui il Governo di Ankara parlare di Safe Area lungo il confine turco siriano fa scattare immediatamente il parallelo con Srebrenica. In quegli anni la comunità internazionale lasciò accadere delle cose terribili nei Balcani, la sfida oggi è evitare che la pulizia etnica e l’ingegneria demografica tornino all’ordine del giorno in Siria. Una sfida che bisogna raccogliere ora, prima che sia troppo tardi.

Noi continueremo a lavorare, da qui, fin quando ci sarà possibile.