Siria. “Noi, qui, restiamo a guardare e sperare”

8 ottobre 2019, 12:47

Mentre si rincorrono sul telegiornali le notizie di un possibile, imminente attacco turco nel Nord Est della Siria, le nostre operatrici e operatori continuano a svegliarsi, lavorare, andare a dormire. Sperando di non dover assistere a nuove guerre. Sperando di non dover contare ancora le vittime, vedere le persone fuggire e morire. Riportiamo la testimonianza dal campo di R.R., operatrice internazionale di Un Ponte Per.

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Anche oggi Amuda si è risvegliata con il sole caldo autunnale, che riscalda ma non scotta. Stiamo bene. Sicuramente nell’aria si respira la tensione: il giardiniere che saluto ogni mattina alla mia domanda – “come stai?” – mi risponde “bene… se non arrivano i turchi”. E mi chiede notizie per essere rassicurato.

Non ci aspettiamo un’invasione domani. E’ previsto un incontro Turchia-USA a novembre, e probabilmente lì si capirà come si evolveranno le cose. Inoltre escludiamo un’invasione di larga scala, ma potrebbe essere circoscritta alla regione di Tell Afar e Ras El-Ain (Serekaniye), dove noi lavoriamo e andiamo spesso, e speriamo che questo non avvenga. Ma al momento è la regione più a rischio.

Restiamo a guardare.

Certo è terribile questa continua rottura delle abitudini. Queste continue allerte di guerra che ti impediscono di dare il giusto peso e valore alle giuste battaglie civili, alla lotta per il raggiungimento di quegli obiettivi rivoluzionari, come la libertà delle donne, l’ecologia e il municipalismo democratico.

Stiamo pensando, progettando e cercando di far diventare realtà un progetto per avviare la raccolta differenziata, il riciclo della plastica e il compostaggio su scala di quartiere qui ad Amuda… Ma di fronte a un’invasione imminente, mi sento come inchiodata al muro: ha ancora senso pensare e progettare queste cose?

Ed è una delle sensazioni più devastanti. Quella di sentirsi sempre legati ad uno scenario di guerra. Non riuscire ad uscirne. Appiattire tutte le nostre energie e speranze su una resistenza militare; contare i martiri e ricordarne i sorrisi.

Vite strappate ai sogni stupendi di cambiamento a cui invece vorrei che questa popolazione coraggiosa e determinata finalmente si potesse dedicare quotidianamente, e non negli stracci di tempo lasciati liberi dalle armi e dalla morte.

E’ terribile immaginarsi ancora i massacri, la pulizia etnica, altri campi di sfollati, tende piantate in mezzo alla polvere e al fango, congelate d’inverno e soffocanti d’estate, bambini e bambine, uomini e donne che muoiono come mosche, per il freddo, per malattie invece curabili.

Ma speriamo di no.

Al momento aspettiamo.

Guardo il muro del confine distante qualche chilometro. Chissà per quanto tempo ancora resterà lì. Chissà cosa succederà nelle prossime settimane per queste strade.

R.R., operatrice internazionale di Un Ponte Per in Nord Est Siria. La foto pubblicata è di Alessio Romenzi (Raqqa, 2017).