A Baghdad, i manifestanti stanno dando forma ad un “paese vero”

21 novembre 2019, 11:18

Galvanizzati dalla repressione omicida, migliaia di manifestanti occupano un territorio che si estende nel cuore della capitale, una sorta di modello di micro-Iraq dove si sta creando una rete di mutuo soccorso.

                       

Gesù Cristo, a braccia aperte, accoglie la folla che avanza verso Piazza Tahrir da Saadoun Street, un’importante arteria che attraversa Baghdad. “Issa, Cristo vivente, tu che fai miracoli, liberaci dalla miseria, dalla corruzione e dal male”, leggiamo su un cartello firmato “i vostri fratelli cristiani”. Questa sorprendente partecipazione è volontariamente sottolineata dai manifestanti iracheni che dal 25 ottobre occupano il centro della capitale. A pochi metri di distanza, un manifesto appeso ad una tenda proclama ironicamente: “Offriamo le nostre condoglianze al governo per la morte del comunitarismo, fratello di Adel Abdel-Mehdi [il primo ministro iracheno], del parlamento e dei partiti.

La corruzione e il comunitarismo che divorano lo Stato dal 2003 sono stati i primi ad essere banditi dallo spazio che i manifestanti hanno sequestrato per condannare l’Iraq che rinnegano, e per disegnare il paese che vorrebbero. “Qui vedrete tutto ciò che l’Iraq non è e tutto ciò che vorremmo che fosse. Un paese vero, e non una proprietà di ladri e di assassini”, dice uno studente di economia, riferendosi alla repressione mortale che ha colpito i manifestanti. Da circa due settimane il giovane vive giorno e notte in una delle centinaia di tende allestite nel territorio controllato dalla protesta.

 

Tende multicolore

Questo campo gigante, nel cuore di Baghdad, è stato sottratto al traffico e al controllo della polizia. Dalla grande piazza Tahrir, che non hai mai portato meglio il proprio nome: “liberazione”, straborda nei viali, nei giardini e nei cunicoli circostanti con una posizione e un’area paragonabili a quella compresa tra Place de la République e Place de la Bastille a Parigi. Migliaia di manifestanti occupano permanentemente i locali e decine di migliaia di persone, impegnate o che sostengono il movimento, lo attraversano ogni giorno.

All’inizio della sua quarta settimana, la protesta in Iraq continua a guadagnare terreno, sostegno e determinazione. Lo sciopero generale di domenica è stato ampiamente sostenuto da parte di funzionari pubblici, studenti, insegnanti e liberi professionisti, che si sono uniti alle file dei manifestanti a Baghdad come anche in altre città del sud del paese. I manifestanti della capitale hanno addirittura esteso il territorio che controllavano dall’inizio del movimento, conquistando l’accesso ai due ponti che attraversano il fiume Tigri e che conducono al lato della città dove si trovano gli edifici governativi. Occupano anche un edificio che si affaccia su uno di questi ponti. “I vostri cecchini e le vostre bombe non fanno che rafforzare la nostra volontà”, hanno scandito i manifestanti questa domenica: il giorno prima, infatti, un ordigno esplosivo posto sotto una macchina in piazza Tahrir aveva ucciso quattro manifestanti, portando il numero di morti a quasi 330 dal 1° ottobre.

L’Iraq, con tutte le sue regioni, le sue generazioni, le sue professioni e le sue ambizioni, è raccolto nel campo di Piazza Tahrir, un vero e proprio villaggio che sa di “Festa dell’Umanità”. In una foresta di bandiere irachene, centinaia di coloratissimi stand e tende sono occupati da studenti di ogni facoltà di Baghdad, sindacati professionali di insegnanti, farmacisti, avvocati, scrittori e artisti. Tutti loro hanno scritto l’elenco delle loro richieste, in belle lettere scritte a mano, come è appropriato nel paese che ha dato i natali al campione storico di calligrafia araba. Bloccati ai lati delle loro tende, questi programmi condividono diversi punti essenziali: dimissioni del governo (“ladri”), formazione di un’autorità di transizione, riforma della Costituzione, elezioni libere sotto osservazione internazionale.

 

“Che organizzazione!”

Ma molti di questi stand sono anche lì per offrire un servizio o realizzare un compito preciso. Il sindacato degli avvocati mantiene una hotline per ricevere le denunce delle vittime della repressione e fornire consulenza legale. L’Unione degli scrittori organizza recital di poesia e spettacoli teatrali. Punti di ristoro per dimostranti e visitatori servono gratuitamente panini, insalate, succhi di frutta e pasticceria, grazie alle donazioni dei negozianti e dei ristoranti. Le madri cucinano e portano enormi pentole di riso e verdure per “nutrire questi giovani coraggiosi”, come ha detto una di loro quando è arrivata al campo. Vari centri di pronto soccorso sono stati allestiti da studenti di medicina o dall’Unione dei medici, con letti pieghevoli, attrezzature per il pronto soccorso, medicinali, tutti forniti da farmacie e rivenditori specializzati. Quando i regolari colpi di potenti gas lacrimogeni invadono Piazza Tahrir, dei volontari immediatamente distribuiscono maschere antinquinamento e versano soluzione salina sopra gli occhi irritati dei dimostranti.

“Che organizzazione!” esclama un insegnante di passaggio in piazza. I nostri governanti incapaci dovrebbero venire qui per imparare la lezione: con tutti i mezzi a loro disposizione, non sono mai riusciti a fornire servizi di base nel paese….”. Questo è il messaggio che i coordinatori della protesta mirano a trasmettere con questo piccolo modello di Iraq che hanno creato, anticipando tutte le sue esigenze. La raccolta dei rifiuti e la pulizia delle strade sono quindi molto meglio effettuate sul campo da squadre di giovani donne e uomini, armati di scope e pale, piuttosto che dai dipendenti comunali per le strade di Baghdad. Ai tuk-tuk, generalmente dipinti di rosso, che consegnano cibo e merci o trasportano feriti e malati, il traffico è sempre assicurato, anche in caso di emergenza da gruppi di volontari che tendono delle corde per proteggere i passanti e facendo spazio ai piccoli veicoli. La mobilitazione delle risorse è rapida ed efficace quando la tensione aumenta e le forze repressive sparano granate di gas lacrimogeni nell’area controllata dalla protesta. È stato inoltre istituito un gruppo di intervento anti-fumogeni per intercettare i proiettili prima che esplodano.

 

“La nostra rivolta li riguarda”

Occupato da dimostranti, l’edificio di dodici piani in disuso che hanno ribattezzato ”ristorante turco” sembra una cittadella. Centinaia di persone si sono stabilite in questo edificio, affacciato sul ponte di Al-Jumhuriya (“Repubblica”), che separa Piazza Tahrir dalla “zona verde”, la quale ospita le principali sedi governative. Recentemente soprannominato “Jabal Ohod”, in riferimento ad una battaglia del profeta Maometto contro l’esercito della Mecca, che combatteva i primi musulmani, questo edificio è diventato una roccaforte simbolica per la resistenza, anche al di fuori dei confini dell’Iraq.

Negli ultimi giorni, il movimento è stato incoraggiato da diversi fattori. In primo luogo, il sostegno decisivo arrivato venerdì da parte del Marjaya di Najaf, la massima autorità sciita la cui influenza è determinante e il quale ha chiesto espressamente al governo di ascoltare il popolo. Poi la moltiplicazione degli appelli volti a porre fine alla violenza e a incoraggiare delle riforme radicali, in particolare da parte di Washington. Anche le manifestazioni scoppiate durante questo fine settimana in Iran a causa dell’aumento del prezzo del carburante hanno confortato gli iracheni nel loro rifiuto di ogni influenza o interferenza da parte grande vicino. “In quarant’anni, non sono riusciti a contaminarci con la loro rivoluzione. E ora, in meno di quaranta giorni, la nostra rivolta li ha raggiunti”, ha detto un attivista iracheno sabato sera, guardando sul suo telefono le immagini delle manifestazioni di Chiraz.

“Vogliamo un paese” è lo slogan unificante dei manifestanti iracheni e di tutti coloro che vengono a sostenerli e applaudirli. La settimana scorsa centinaia di migliaia di persone hanno risposto all’appello per un “Venerdì della Resistenza” recandosi con le loro famiglie in piazza Tahrir, in un’atmosfera sia festosa che combattiva. “Perché amiamo l’Iraq”, cantavano con le loro semplici parole due sorelle di 10 e 12 anni mentre trascinavano il padre e le loro bandiere verso il cuore della manifestazione. La sera prima, si stimava che quasi un milione di loro celebravano la vittoria dell’Iraq sull’Iran in una partita di qualificazione per la Coppa del Mondo di calcio. “Molto più di una partita vinta, è una vittoria nazionale all’orizzonte”, ha commentato il commentatore della stazione radio locale con sede a Tahrir, sotto il fruscio degli applausi e i fuochi d’artificio , che per quella notte hanno coperto il suono delle esplosioni.

 

Traduzione a cura di Ayoub Lahouioui/UPP
Tratto da Liberation del 18/11/2019