Cucendo libertà

24 novembre 2020, 19:32

Mani. Mani che misurano, tagliano, immaginano. E poi cuciono, insieme, la propria libertà.

E’ una foto a raccontare l’anima di “Darfat”, in lingua curda “opportunità”, un progetto a cui siamo particolarmente legate/i, che abbiamo lanciato nel 2019 in Iraq.

Nello scatto si vedono mani di donne fare cose, insieme. Ritrovare una forza che era stata loro tolta, grazie all’unione, a un sogno comune, all’ascolto reciproco, a quel lenire l’una le ferite dell’altra che da sempre le accompagna.

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E’ stata scattata all’interno di un laboratorio di cucito: quello che abbiamo aperto nel campo per rifugiati/e siriani/e di Barika, a Sulaymaniyah, nel Kurdistan Iracheno. Un’avventura che ci ha portato a mettere insieme macchine da cucire, aghi, fili, metri e colori, per realizzare un sogno di indipendenza, per uscire da vissuti di violenza.

“Darfat” ha avuto come scopo la formazione professionale e l’avviamento al lavoro di donne sopravvissute due volte: alla guerra, come rifugiate dal proprio paese martoriato; e alla violenza, spesso subita tra le pareti domestiche.

L’idea di costruire il laboratorio è nata dalla voglia di supportarle, prima di tutto. E dalla consapevolezza che donne indipendenti economicamente saranno donne in grado di liberarsi da quella violenza.

Tutte le mani che abbiamo incontrato avevano alle spalle un passato difficile, in realtà familiari complesse. Abituate al lavoro di cura di figli/e, parenti malati, genitori anziani. E spesso a proteggersi da mariti violenti.

Con lo sguardo puntato verso il medesimo orizzonte di liberazione – perché la violenza di genere ci riguarda tutte, ovunque – ci siamo rimboccate/i le maniche e abbiamo costruito un progetto insieme. Che oggi, a distanza di 2 anni, cammina completamente sulle proprie gambe.

Nel 2019 abbiamo cominciato attrezzando il laboratorio e organizzando le formazioni professionali: grazie all’aiuto di una sarta locale abbiamo portato avanti 200 ore di corsi e un tirocinio per la vendita dei prodotti. Online, nei mercati iracheni, ma anche in Italia attraverso i nostri canali: era il Natale dello scorso anno quando le borse di “Darfat” arrivavano a Roma, dove le avremmo vendute perché il ricavato tornasse nelle mani di chi le aveva realizzate.

Oggi, siamo alle porte di un secondo Natale insieme.

 

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“Darfat” ha però raggiunto un obiettivo per noi ancora più importante. La vendita diretta di prodotti ha dato modo alle donne di avere strumenti verso la costruzione di un’indipendenza economica, e oggi portano avanti il lavoro artigianale in modo del tutto indipendente, senza il nostro aiuto.

Tra le mani che abbiamo in questo percorso ci sono anche quelle di Farah, Aysha e Suhaila.

Farah, 39 anni, è fuggita da Raqqa quando la città era ancora la roccaforte dello Stato Islamico in Siria. Ha vissuto nel campo di Barika per 8 anni prima di riuscire a trovare una sistemazione in città, a Sulaymaniyah, per se stessa e per i suoi 5 figli. “Faccio la sarta da 15 anni. Quando ho saputo che si sarebbe aperto un laboratorio di sartoria nel campo ho deciso di esserne parte. La cosa migliore che ha prodotto? Mio marito ha cambiato il modo di guardarmi. Il mio lavoro l’ha costretto a considerarmi un membro attivo di questa società. Era la prima volta che lavoravo fuori casa”, racconta. Una casa dove spesso subiva violenza domestica. “Questo progetto mi ha dato indipendenza economica, la possibilità di contribuire alla vita familiare e di uscire di casa, avere contatti con altre persone”.

Farah è convinta che iniziative come questa siano fondamentali “per dare la possibilità alle donne di mostrare le loro capacità alla società, essere più forti, stare a testa alta davanti a chi vorrebbe opprimerle e poter gridare forte, insieme, il proprio ‘no’”.

Aysha ha 35 anni e viene da Derik, nel nord est della Siria. Nel 2016 è fuggita, trovando rifugio nel campo di Barika. “Ho visto l’annuncio dell’apertura di un laboratorio di cucito e ho pensato che era proprio ciò di cui avevo bisogno. Mio marito ha gravi disabilità in seguito alla guerra, avevo già un po’ di esperienza con il cucito e ho pensato che sarebbe stata una buona occasione per aiutarlo. Questa iniziativa ha cambiato la mia vita, soprattutto la routine quotidiana all’interno del campo. Vivere in un campo con i tuoi figli e restare sempre a casa è davvero dura. Andare al laboratorio non è solo riunirsi per cucire, ma sapere di avere uno spazio sicuro in cui, giorno dopo giorno, siamo diventate amiche, come una famiglia. Ci aiutiamo, parliamo dei nostri problemi, lavoriamo in squadra”.

A coordinare il loro lavoro c’è Suhaila, parte dello staff locale di Un Ponte Per. Rifugiata anche lei, ma dall’Iran, ha 30 anni e vive nel Kurdistan iracheno da 16 anni. “Durante questo progetto ho visto gioia e bellezza nei sorrisi di queste donne. Sorrisi che mancavano da molto, troppo tempo. Cucendo, hanno potuto garantire a loro stesse e ai loro figli sussistenza economica, certo. Ma hanno anche alleviato il loro dolore, il senso di solitudine. Le ho viste ogni giorno aiutarsi a vicenda, lenire una le ferite dell’altra. Ho visto le loro famiglie cambiare il modo di guardarle, trattarle con maggiore rispetto e minore violenza. Oggi si sentono importanti per la loro comunità, sentono di avere un posto nella società. E sono certa che riusciranno a costruire il proprio futuro, libere”.

 

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*Il progetto è stato sostenuto dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), della Provincia Autonoma di Bolzano, Fons Català de Cooperació al Desenvolupament. La foto è di Florent Vergnes, tutti i diritti riservati.