Armi ai kurdi, benzina sul fuoco

21 agosto 2014, 14:09

Di Francesco Martone (Membro del Comitato Nazionale di Un ponte per…) e Giulio Marcon per Il Manifesto. 

L’Italia armerà i pesh­merga kurdi, Que­sta la deci­sione presa a mag­gio­ranza ieri dalle Com­mis­sioni Esteri e Difesa di Camera e Senato con­vo­cate per discu­tere la pro­po­sta già aval­lata dal Con­si­glio euro­peo dei mini­stri degli Esteri in un sum­mit con­vo­cato d’urgenza a Fer­ra­go­sto su richie­sta di Ita­lia e Fran­cia. Per meglio com­pren­dere la por­tata di que­sta scelta errata va anzi­tutto deli­neato il qua­dro delle respon­sa­bi­lità pre­gresse. Il disa­stro attuale ha ori­gine dalla gestione nefa­sta della vicenda ira­chena da parte degli stessi governi occi­den­tali che oggi si pro­pon­gono di armare i kurdi.

Due guerre nel Golfo (1991 e 2003) con la pro­messa di sta­bi­lità e rispetto dei diritti umani hanno invece aperto il vaso di Pan­dora delle nuove guerre e del ter­ro­ri­smo fon­da­men­ta­li­sta. Sono que­gli stessi governi che — dopo aver gestito in modo irre­spon­sa­bile il periodo post bel­lico in Iraq — vor­reb­bero ora fer­mare l’Isis, igno­rando il ruolo deter­mi­nante dell’Arabia Sau­dita che pro­tegge e forag­gia l’armata isla­mi­sta e che — men­tre a parole sosten­gono i kurdi — hanno per anni tol­le­rato la bru­tale repres­sione dei kurdi in Tur­chia, con­ti­nuando a defi­nire il Pkk un’organizzazione terroristica.

Detto que­sto, pas­siamo all’oggetto spe­ci­fico del con­ten­dere. Armare i persh­merga kurdi come linea di difesa con­tro l’avanzata delle forze di Isis, signi­fi­cherà lasciare loro il com­pito di fare ciò che dovrebbe essere com­pito di una forza di poli­zia inter­na­zio­nale sotto l’egida delle Nazioni Unite. Insomma, allon­ta­nare ancora una volta, come se la tra­ge­dia di Gaza fosse ormai rele­gata alla sto­ria, l’urgenza di met­tere mano ad una pro­fonda riforma del sistema delle Nazioni Unite, per dotare l’Onu di una capa­cità di inter­vento anche armato se neces­sa­rio volto a difen­dere civili inermi (come nell’eventuale caso ira­keno), o ope­rare come forza di inter­po­si­zione tra parti in con­flitto (come nel caso even­tuale di Gaza, sulla scorta dell’esperienza di Uni­fil in Libano ad esempio).

Vi è poi un altro aspetto che riguarda l’applicazione del prin­ci­pio di pre­cau­zione, che riguarda le con­se­guenze — causa anche il riarmo dei pesh­merga — di una pos­si­bile dis­so­lu­zione dell’Iraq. Non è in que­stione il prin­ci­pio di auto­de­ter­mi­na­zione dei kurdi (che i governi occi­den­tali hanno sem­pre negato). Il rischio invece è che si affacci la pos­si­bi­lità di una sepa­ra­zione del Kur­di­stan ira­cheno che niente ha a che fare con l’idea di un’entità con­fe­de­rale trans­na­zio­nale che ricon­giunga in que­sto modo i kurdi che vivono in Tur­chia, Iraq e Siria. Insomma il pro­getto di auto­no­mia demo­cra­tica pro­po­sto da Oca­lan. Oltre a creare ulte­riori ele­menti di grave desta­bi­liz­za­zione nell’area, una tale even­tua­lità sarebbe in con­trad­di­zione con il soste­gno a un governo di unità nazio­nale in Iraq post-Maliki che coin­volga a pieno titolo i sun­niti. A poco val­gono le assi­cu­ra­zioni di un avallo del governo ira­keno rime­diate in «zona Cesa­rini» dal pre­mier Mat­teo Renzi in una visita all’ultimo minuto a Bagh­dad. L’impressione per chi ha assi­stito al dibat­tito presso le due Com­mis­sioni ieri era che in effetti men­tre si appro­vava l’invio di armi, il governo ira­keno non avesse ancora dato il via libera. Per non par­lare delle rap­pre­sen­tanze kurde, come ad esem­pio la rete Kur­di­stan ita­liana che si è espressa — con­tra­ria­mente alle sup­po­ste indi­scre­zioni di parte della stampa nostrana — in oppo­si­zione all’invio di armi, e invece a favore di un incre­mento del soste­gno umanitario.

E poi, armi e muni­zioni ser­vono a pro­sciu­gare il brodo di col­tura nel quale oggi cre­sce il fon­da­men­ta­li­smo armato di Isis? Si badi bene, un fon­da­men­ta­li­smo che è radi­cato anche nel per­si­stente senso di fru­stra­zione e abban­dono nel quale hanno vis­suto e vivono le popo­la­zioni sun­nite. Isis non è solo una for­ma­zione armata, in molte aree rap­pre­senta l’ordine, lo stato, dove fino a ieri lo stato non c’era o era una minac­cia costante per le popo­la­zioni sun­nite. La scelta di armare i kurdi sem­bra l’ennesima scor­cia­toia che pre­lude ad un male peg­giore di quel che si pre­tende di curare. Si dice: final­mente l’Europa ha par­lato ad una sola voce auto­riz­zando i paesi mem­bri a inviare armi e aiuti mili­tari. Si può con­tro­bat­tere, che i paesi mem­bri sono liberi di sce­gliere come con­tri­buire anche e solo con aiuti uma­ni­tari, come deciso da alcuni governi. Ed allora, per­ché l’Italia — piut­to­sto che porsi come capo­fila tra i paesi che hanno spinto per l’invio di armi ai «guer­rieri» pesh­merga — non può deci­dere di fare la pro­pria parte in altra maniera? Forse per dare prova «musco­lare» prima del 30 ago­sto quando il Con­si­glio euro­peo dovrà discu­tere delle nomine, tra cui quella dell’Alto com­mis­sa­rio in sosti­tu­zione della baro­nessa Ash­ton? Quale valore aggiunto pos­sono por­tare le armi ita­liane se non quello di ali­men­tare ulte­rior­mente la pro­du­zione di armi da parte di un’industria sem­pre flo­rida (vio­lando magari la legge 185 sul com­mer­cio delle armi) o disfarsi di vec­chi stock di armi russe seque­strate anni ed anni or sono ad un mer­cante senza scru­poli? Con il rischio che tali armi pos­sano poi cadere in mano dell’Isis o di altre for­ma­zioni para­mi­li­tari locali.

Che poi la base legale e nor­ma­tiva sulla quale legit­ti­mare que­sta ope­ra­zione sia del tutto dub­bia o quanto meno «costruita ad arte» lo dimo­strano le parole assai gene­ri­che e vaghe delle due mini­stre Pinotti e Moghe­rini che hanno fatto rife­ri­mento, con un’interpretazione assai «crea­tiva» all’ultima riso­lu­zione del Con­si­glio di sicu­rezza con­tro l’Isis, e a una sup­po­sta e non docu­men­tata veri­fica di con­for­mità con la legi­sla­zione inter­na­zio­nale e nazio­nale. Insomma l’operazione «armiamo i pesh­merga» appare assai dub­bia nei modi, e nelle giu­sti­fi­ca­zioni addotte e crea un pre­ce­dente assai rischioso.

Ben altro dovrebbe essere l’approccio. Il soste­gno ad esem­pio ad un con­tin­gente Onu anche armato, e a guida euro­pea a difesa dei civili e per la costru­zione di cor­ri­doi uma­ni­tari per la loro pro­te­zione. Si dovrà ridare voce alla poli­tica e alla diplo­ma­zia, attra­verso il soste­gno alla par­te­ci­pa­zione dei sun­niti nel nuovo governo di Bagh­dad, una trat­ta­tiva diretta con l’Arabia Sau­dita affin­ché inter­rompa il pro­prio soste­gno a Isis.

L’Europa e la pre­si­denza di turno ita­liana piut­to­sto che deci­dere di inviare armi, si sfor­zino di ridare un ruolo alle Nazioni Unite (il cui con­si­glio di Sicu­rezza ha di recente adot­tato una riso­lu­zione con­tro l’Isis) chie­dendo la con­vo­ca­zione di una con­fe­renza che metta attorno ad un tavolo i prin­ci­pali attori regio­nali Tur­chia, Iran e Ara­bia Sau­dita com­presi. Giac­ché ai pro­fondi scon­vol­gi­menti e tra­sfor­ma­zioni che stanno ridi­se­gnando tutto il Medio Oriente non ci sarà solu­zione mili­tare a meno che non ci si ras­se­gni alla stra­te­gia del male minore. Una stra­te­gia che andrà tutta a danno di popo­la­zioni civili già dura­mente pro­vate da anni ed anni di guerre pre­ven­tive e dalle loro conseguenze.