Iraq. Si scrive resilienza, si legge futuro

15 aprile 2015, 11:03

Lo psichiatra Paolo Feo, responsabile scientifico dei nostri interventi di supporto psico-sociale per i bambini iracheni e siriani racconta i risultati del lavoro in Iraq. “Prevenzione”  la parola d’ordine, per andare oltre l’emergenza e renderla un’opportunità per la costruzione del futuro.

 

La “resilienza”, in fisica, è la capacità elastica di un corpo di tornare alla sua forma originale dopo essere stato sottoposto a sollecitazioni esterne.

Applicata agli esseri umani esposti ad un evento catastrofico – come violenze e guerre – la resilienza rappresenta la capacità di elaborare quell’evento positivamente, senza necessariamente sviluppare un trauma.

L’uomo, a differenza di un corpo inerte, non tornerà esattamente come prima, ma avrà sviluppato la capacità di adattarsi, e dunque di rafforzarsi. Considerare quindi il trauma “inevitabile” di fronte ad eventi catastrofici è un’idea sbagliata: “Perché quanto si è vissuto può essere trasformato in risorsa e forza per il futuro. E’ questo che cerchiamo di fare insieme ai bambini in Iraq”.

Spiega così il suo lavoro Paolo, esperto di salute mentale e sostegno pisco-sociale, sopratutto per i minori, nel programma di Un ponte per…

Vale a dire colui che aiuta nella formazione di medici, operatori sociali, volontari, educatori e psicologi che lavorano sia nei centri di salute mentale in Iraq che nei campi, che a partire dall’estate scorsa hanno accolto anche migliaia di sfollati in fuga dalla violenza di Daesh.

Insieme a noi, Paolo lavora nell’ambito dei programmi di intervento di supporto psico-sociale che stiamo portando avanti con i bambini sfollati iracheni e le loro famiglie, costrette a trovare rifugio nella regione autonoma del Kurdistan, come i tanti rifugiati siriani che da 4 anni attraversano il confine.

Spesso portando con sé un vissuto duro, fatto di violenze, immagini devastanti, paura, stress, insicurezza e ansia, che colpiscono soprattutto i più piccoli. Ma che, secondo Paolo, non necessariamente comporteranno un trauma.

Non se si lavora affinché attivino la propria “resilienza”, anche grazie al prezioso lavoro di tanti operatori sociali, volontari, insegnanti e medici che giorno dopo giorno li aiutino ad esprimersi e a crescere sviluppando la propria personalità in modo armonioso.

Da qualche anno ormai è stata riconosciuta universalmente l’importanza di questi interventi all’interno dei programmi di assistenza umanitaria nella gestione delle emergenze, accolti come parte integrante del lavoro che le organizzazioni di solidarietà internazionale possono svolgere efficacemente, con risultati concreti.

Dal 2013 quindi abbiamo avviato due programmi di salute mentale e assistenza psico-sociale (MHPSS – Mental Health Psyco-Social Support), sostenuti da UNHCR, non solo per rispondere all’emergenza, ma soprattutto per superarla “e fare sì che diventi un’opportunità per sviluppare servizi che in Iraq talvolta non esistono o spesso sono male integrati, le cui risorse sono scarse e mal distribuite”, spiega Paolo.

“Puntando soprattutto sulla prevenzione e sull’integrazione tra settore sanitario, educativo, sociale. Solo così ha senso operare, lavorando per costruire qualcosa che diventi un patrimonio collettivo della comunità in futuro, una volta che – come ci auguriamo  -saranno chiusi tutti i campi profughi e si potrà tornare alla normalità”.

Nei centri gestiti dal Ministero della Salute a Dohuk il nostro lavoro non riguarda solo le psicopatologie associate all’emergenza, ma anche quelle dell’infanzia e dell’adolescenza da essa indipendenti, che certamente la crisi ha aumentato.

“L’obiettivo di lungo periodo è contribuire a creare le infrastrutture mancanti e un servizio che in futuro possa trattare anche disturbi più gravi e permanenti, come autismo e disabilità intellettiva”, racconta Paolo.

Ibtisam” (Sorriso) e “Ahlain!” (Benvenuto) invece sono i due progetti avviati nel 2014, sostenuti da Caritas Svizzera e da UNICEF, che si svolgono rispettivamente ad Erbil e a Dohuk, accomunati dallo stesso approccio e dallo stesso modo di lavorare.

Con il primo operiamo in 5 scuole del governatorato, dove con l’assistenza di Paolo vengono organizzati i “gruppi di resilienza”, momenti collettivi dedicati ai bambini iracheni e siriani, gestiti da insegnanti formati; con il secondo invece siamo a lavoro nei campi che hanno accolto gli sfollati a Dohuk. In totale, l’obiettivo è di rivolgersi a circa 6mila bambini in età compresa tra i 6 e i 17 anni.

“A questo lavoro affianchiamo un costante monitoraggio per verificare che gli interventi funzionino e rispondano alle reali esigenze dei bambini. Oltre all’aggiornamento dei database, in modo da poter avere in futuro un’idea più chiara e sistematizzata delle necessità di intervento”, aggiunge.

“Il tipo di lavoro che facciamo è lo stesso per i due progetti”, spiega Paolo. “E’ incentrato sulla promozione della salute, sul tentativo di aiutare i bambini ad attivare la propria resilienza, la capacità di rispondere attivamente ad un impatto negativo, elaborando positivamente quanto vissuto e allontanando la possibilità che crescendo sviluppino un trauma. Lo facciamo proponendo attività mirate ludico-ricreative, di gioco, di ascolto e dialogo consapevole, culturalmente rispettoso ed adeguato, delle loro esigenze e dei loro bisogni”.

E aggiunge: “Quante più persone riusciamo a raggiungere, tanto più bassa sarà la possibilità che in futuro queste si ammalino e necessitino di un’assistenza più specialistica. Vogliamo fornire una massa di prevenzione, non una massa di cure”.

E’ un approccio particolare quello usato dagli operatori, su cui Paolo insiste.

“Rifiutiamo di considerare il trauma come la problematica principale da gestire e da risolvere, considerando le popolazioni colpite soprattutto “sane”, e potenzialmente resilienti. Anche perché non sempre la guerra è la causa del disturbo dei bambini, ma spesso un fattore di aumento di frequenza e gravità di problemi pre-esistenti. Quindi, quello che cerchiamo di fare è prevenire questo aumento nella popolazione e favorire una migliore integrazione inter-settoriale nei servizi”.

“In qualche modo consideriamo l’emergenza anche come un’opportunità per migliorare le infrastrutture locali. Perché noi potremo anche andarcene, ma i servizi locali resteranno e dovranno affrontare tutto quello che verrà dopo. La priorità non è mai la cura, ma la promozione della salute e la prevenzione”.

Un insieme di interventi che sta dando già ottimi risultati, e Paolo non nasconde la sua soddisfazione.

“Il lavoro procede molto bene nelle scuole di Erbil, dove il personale è entusiasta soprattutto della risposta dei bambini”, racconta.

“Le ore dedicate ai gruppi di resilienza sono quelle in cui i bimbi sono più attenti e partecipi, segno che le attività che stiamo svolgendo hanno evidentemente incontrato una loro necessità reale che attendeva una risposta. Il sistema sanitario in Kurdistan è molto poco integrato con il settore educativo e sociale, essendo il primo impreparato ed occupandosi il secondo solo dei casi più estremi. La salute mentale invece è necessariamente inter-settoriale, e stiamo lavorando per contribuire a costruire insieme un sistema funzionante”.

Il Dipartimento di Salute mentale di Erbil ha talmente apprezzato la collaborazione con Un ponte per… nel progetto “Ibtisam”, che ha scelto di usarlo come un riferimento per promuovere la riforma e modernizzazione dei sistemi di salute mentale a livello ministeriale.

“Naturalmente, le difficoltà non mancano – prosegue Paolo – soprattutto quando da Erbil ci si sposta a Dohuk, in un luogo di per sé precario e in continuo mutamento come il campo profughi”.

“Qui ci sono molti più interlocutori con cui doversi confrontare, non c’è un sistema scolastico strutturato ed è spesso molto complesso organizzare un servizio regolare laddove c’è ancora molto caos. Ma stiamo comunque lavorando bene e la partecipazione dei bambini ai nostri gruppi è sempre molto alta. Siamo fiduciosi che lentamente l’organizzazione migliorerà, e anche lì sarà più semplice intervenire”.

“Quello che ci auguriamo – conclude – è di riuscire a supportare un processo costruttivo per il futuro. Non solo intervenendo direttamente, ma anche ragionando sull’appropriatezza degli interventi rispetto ai bisogni reali. I risultati di questa analisi potranno essere utilizzati da tutti, diventando una risorsa per la comunità”.