Guarire Raqqa

31 maggio 2019, 16:00

Nella periferia della città liberata dall’ISIS, una clinica garantisce assistenza sanitaria gratuita, con il sostegno di fondi europei e una ONG italiana. Il futuro nel nord est della Siria sta iniziando dai suoi pazienti: donne, in due casi su tre. Di Francesca Sironi. Tratto da D di Repubblica del 25.05.2019

 

C’è un termine, in curdo, per indicare i piccoli tornado che si formano nel deserto quando il vento s’imbizzarrisce. Suona “aghiagh”, anche se la trascrizione sarà difficilmente fedele a una parola tramandata da millenni. I due lati della strada che porta a Raqqa ne sono costellati, oggi, di vortici di sabbia nel vuoto; non trovano ostacoli, pochi ne avranno anche in città. La distruzione è ancora troppo vasta, l’orrore troppo vicino. Prima l’Isis, le torture, il terrore, poi i bombardamenti alleati che hanno devastato quanto era rimasto. Per entrare bisogna superare l’oppressione delle macerie, i loro morti. Guardare all’adesso: le prime saracinesche di metallo nuove, i negozi riaperti che espongono piastrelle o alimentari, i tetti su cui si cucina il pranzo. Stella è seduta fra le altre donne, come lei in niqab. Sta canticchiando una ninnananna al figlio più piccolo: parla di un usignolo a cui non si può impedire di volare via; intanto aspetta, nella sala d’attesa dell’ospedale, allestita all’aperto. È arrivata apposta da Aleppo, per venire in questa clinica su tre piani alla periferia di Raqqa. Perché è un posto speciale: uno dei pochi che garantisce assistenza sanitaria gratuita in Siria.

 

L'ospedale di Raqqa è operativo. Novembre 2018. Foto di Linda Dorigo.

L’ospedale di Raqqa. Foto di Linda Dorigo.

 

Faith Traeh è nata e cresciuta nella campagna inglese, figlia di due insegnanti. Ha un accento british ibridato dalle scuole in Galles, poi dall’università a Glasgow, in Scozia. Medico, è stata inserita quest’anno da Forbes nella lista degli under 30 che possono cambiare il mondo nel campo della sanità. Sua mamma racconta che la determinazione la aveva già a 5 anni, quando, dopo aver visto un servizio in tv sui caschi blu, aveva iniziato a subissarla di domande. Vent’anni dopo quel telegiornale, è lei ad essere al fronte. Da un anno e mezzo lavora per l’ong italiana Un Ponte Per…, con un obbiettivo: costruire progetti che affrontino insieme le due questioni storiche, e spesso divergenti, dell’agire umanitario. Ovvero, le emergenze e il domani. La formazione degli operatori e la sostenibilità dell’azione a lungo termine.

L’urgenza della risposta immediata e la necessità di rendere gli interventi solidi, costanti nel tempo, sicuri per tutti coloro che ci lavorano. Ci stanno provando, partendo da qui. Da questa clinica alla periferia di Raqqa, sostenuta da fondi europei per l’emergenza sanitaria del Nord-Est della Siria. Aperta 24 ore su 24, in 8 mesi ha garantito assistenza, ascolto e medicine a 34.403 persone.

Munir è il direttore. Nel continuo via vai che attraversa il suo ufficio, racconta: “Vengo da una città del Nord, a maggioranza curda. Qui abbiamo voluto che lo staff fosse soprattutto arabo, se possibile di quest’area stessa. È fondamentale per essere vicini ai pazienti, alle loro tradizioni, alle sofferenze che hanno subito”, sia durante l’occupazione dello Stato islamico che nella devastante guerra per la liberazione, con le sue conseguenze per i civili. Anche Munir ha vissuto il conflitto. Stava su un’ambulanza. Dei pazienti ustionati a cui cercava di dare sollievo non potrà mai superare l’incubo, dice. Ma insiste: “Adesso bisogna ricostruire. Pensare al futuro”.

Sabrin non ha mai lasciato Raqqa, dov’è nata e ha frequentato le scuole. Solo nei momenti più bui si è rifugiata dai parenti, fuori. Appena poteva, tornava qui. Questa mattina indossa uno shador giallo acceso. Da alcuni mesi, è l’assistente sociale di riferimento della struttura. Se infatti le malattie più comuni sono respiratorie (in gran parte per le polveri tossiche rimaste fra i palazzi distrutti), e infezioni gastriche ed epidemie che a ondate sconvolgono i campi dove sono ricoverati profughi e sfollati, oltre il 65% dei pazienti sono donne. Vengono qui per partorire e per le cure pediatriche. “Il mio obbiettivo è informare sulle conoscenze basilari della salute femminile”, racconta. Il ruolo della ginecologia è ancora un tabù per molte, una funzione che si esaurisce con il parto. E solo se serve, altrimenti basta l’ostetrica. Ma un colloquio alla volta, Sabrin è convinta di poter trasmettere la necessità di conoscersi, di accettare la prevenzione. Scalfendo stereotipi: “Ero qui quando è nata la prima bimba”, ricorda: “la madre era arrabbiata, diceva che avrebbe voluto un maschio. Tutte vogliono un maschio. E abbiamo parlato, e alla fine ci ha ripensato. Ha sorriso. Abbiamo fatto festa insieme”. Il suo poeta preferito è Imru’ al-Qais, uno dei padri fondatori della poesia pre-islamica araba. Da dietro il tavolino verde, al pian terreno, recita uno dei suoi versi più famosi: “Fermatevi, e piangiamo a ricordo di un essere amato e di una dimora che si trova dove finiscono le dune”. “La gente sta tornando in citta, riaprono le attività. Questo luogo fa parte della rinascita”, insiste.

 

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La sala d’attesa di una delle cliniche ristrutturate da UPP. Foto di Alessio Romenzi.

 

PAROLE IN SICUREZZA

Adla è un’infermiera di Ras al-Ayn, un paese addossato al muro che la Turchia ha costruito lungo tutto il confine. La barriera, pattugliata notte e giorno, è il monito dell’ostilità di Ankara nei confronti del territorio autonomo del Nord-Est della Siria, ma anche la frontiera esterna di un’Europa blindata.
Adla è impegnata, però, su un altro fronte. Quello delle violenze di genere. È infatti una delle centinaia di professioniste e volontarie che stanno provando a spezzare l’eredità dell’oppressione maschile in città e in villaggi usciti dalla guerra, dando conoscenze e strumenti alle donne. “Nei volantini non scriviamo esplicitamente “violenza” perché i mariti non si insospettiscano, vedendo la comunicazione. Piuttosto enfatizziamo la parola “sicuro”, indicando i nostri punti di ascolto come un posto dove le giovani possano parlare”, racconta, “è difficile far accettare agli uomini ogni piccolo spazio di libertà che ci prendiamo. Ma abbiamo cominciato a farlo.” È una rete che attraversa ospedali, caffè, “Mala jin” (case delle donne) e amministrazioni e che sta provando a offrire strumenti concreti: dai corsi per la prevenzione ai momenti di dialogo e confronto, dalle unità mobili che raggiungono i piccoli centri ai punti di contatto dei nuovi reparti di maternità. Manbij è un’altra piccola città al confine. “L’ospedale era completamente bruciato, intrappolato da mine. Ora c’è un reparto di maternità e pediatria che funziona, e programmi contro la violenza di genere in città”, raccontano Luca Magno e Giacomo Baldini, che seguono dall’Iraq i programmi in Siria di Un Ponte Per…. Jihan ha 45 anni ed è la co-presidente del comitato per la salute di Manbij: “in questo anno e mezzo siamo riuscite a ridurre i parti cesarei dal 60 al 20%, in ospedale”, racconta. “Anche questo significa, per noi, fondare basi migliori per il domani”.

 

È una rinascita che inizia dalle donne. Jwhaida, ostetrica, grembiule verde, velo nero, occhi castani, è rientrata in corsia appena ha potuto. Durante la guerra, racconta, ha fatto partorire donne sotto gli alberi, nei corridoi, in cantina. “Adesso già solo convincerle a rimanere in ospedale almeno per un giorno, dopo il parto, anziché due o tre ore come accade di solito, è un successo”. Al piano di sopra, neo famiglie mangiano insieme, sedute sul letto. “Trovo incredibile la capacità di resilienza e la determinazione delle mie colleghe qui in Siria”, riflette Faith. “Nelle impossibilità del conflitto hanno trovato modo di dare assistenza e continuare a studiare. Adesso, dopo la spaccatura civile, riescono a non avere barriere. A curare nello stesso modo tutti, gli amici come le famiglie di miliziani dello Stato Islamico. Le cure arrivano prima, e vanno oltre le ferite della guerra”. L’impegno principale di Faith in questo momento è contro la malnutrizione. “ I bambini sotto i 5 anni sono molto vulnerabili e troppe morti si potrebbero prevenire. Sto cercando di strutturare un supporto esteso per l’allattamento al seno e le diagnosi appropriate. Questo sarà il mio obbiettivo nelle prossime settimane, con i nostri partner locali. Con la speranza che possa aumentare la pratica dell’allattamento e ridurre l’incidenza di malattie come la diarrea e la malnutrizione, e quindi e morti infantili. Uno dei punti su cui insistono, Faith e i colleghi, sono le collaborazioni. Il partner di riferimento di Un Ponte Per… è la Mezzaluna rossa curda (Heyva Sor a Kurdistané), servizio sanitario indipendente che opera in tutto il Nord-Est del paese. Fuori dal territorio controllato dal regime di Assad a Damasco, lavora a strettissimo contatto con tutte le amministrazioni autonome della Federazione democratica della Siria del Nord. E’ cruciale impostare le priorità sulla base delle esigenze degli abitanti, dei medici e degli amministratori locali, non arrivare con soluzioni predisposte da fuori”, ragiona Faith. “Soprattutto all’inizio era non sembrare gli ennesimi occidentali di cui non c’è da fidarsi, e a ragione, perché negli anni troppe aspettative mal riposte. Io spendo la maggior parte del tempo a discutere con i nostri referenti locali. A spiegare che non possiamo spiegare tutto noi. Ma chi insieme possiamo costruire molto”.

 

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Un operatore della Mezzaluna Rossa Curda in un’ambulanza. Foto di Arianna Pagani

 

Condividendo mezzi e soprattutto competenze. Oltre 200 operatori della Mezzaluna Rossa Curda hanno seguito in questi mesi corsi su protocolli medici standard, sul primo soccorso psicologico, sulla decontaminazione in casi di attacchi chimici e sulla protezione dei più vulnerabili, con la creazione di servizi specializzati per le vittime di violenze, pensati per proteggere bambini e donne anche dal rischio di abusi da parte di operatori o volontari, impostando meccanismi sicuri per le denunce. “Sono aspetti chiave”, spiega Faith. “Qui in Siria collaboriamo soprattutto con professionisti, personale preparato. Ma ricordo la mia prima esperienza umanitaria, in Grecia: dovevo occuparmi di piccole cliniche dentistiche mobili. Trovai volontari giovanissimi, entusiasti, che arrivavano da tutto il mondo, con una passione straordinaria”. Ma non sempre con le conoscenze appropriate. “Mentre è decisivo, soprattutto in campo sanitario, che gli interventi non siano mai improvvisati, sia per gli assistiti che per gli operatori”, continua Faith. “Gestire traumi, emergenze gravi e improvvise, contesti isolati, è difficile, bisogna avere gli strumenti per affrontarne il peso. Non si può partire pensando di annullarsi personalmente e di essere supereroi. Per questo, uno dei miei obbiettivi maggiori è portare i principi e le conoscenze che ho da medico del mondo del volontariato”. L’altra difficoltà è mantenere l’equilibrio: “Anche se stiamo moltissimo in ufficio, a risolvere problemi via Excel, qui ti confronti quotidianamente con il dolore, con la scarsità, sapendo che tu avrai il lusso di poter andare via. Che tornerai in Occidente ogni due tre mesi, come facciamo noi per policy”. Ogni volta superando un salto quantico. “Prendi tre aerei, stai sveglia 24 ore, scendi, e vedi Londra con quelle luci troppo accese, i negozi con troppa scelta, i supermarket con troppo cibo. Lo shock culturale lo vivi. Per mantenere l’equilibrio devi ricordarti sempre di una cosa: i risultati”.

 

L'ospedale di Raqqa è operativo. Novembre 2018. Foto di Linda Dorigo.

L’ospedale di Raqqa. Foto di Linda Dorigo.

 

I risultati. Nella stanza affacciata al cortile ci sono tre incubatrici, nuove, due ospitano dei piccolissimi. E’ tutto un colore, dentro, le pareti sono rosa, i pavimenti tirati a lucido. E’ Darna, ovvero “la nostra casa”, i l reparto di maternità e pediatria dell’ex ospedale pubblico di Raqqa, riaperto da Un Ponte Per… grazie ai finanziamenti dell’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo. E’ il più importante intervento di ricostruzione del sistema sanitario nella città simbolo della distruzione militare in Siria. Al piano superiore, chiuso, il tetto ha una voragine per una bomba; le pareti, fuori, sono un foro continuo di proiettili; dal balcone l’affaccio è sulle macerie. Ma dentro, dentro si cura. Inaugurato il 16 settembre del 2018, Darna offre servizi gratuiti tutta a settimana a 300 persone in media la giorno. Gestisce anche una clinica mobile e due ambulanze per l’assistenza nei villaggi rurali: unità mobili che hanno fatto nascere 3 bambini a mattina, garantito visite a 80 piccoli al giorno, anche distribuendo kit igienici con saponi, detersivi, assorbenti a 8.500 famiglie. Fanno 42.500 persone in totale ovvero circa il 40 % della popolazione nella città in quel periodo. “Negli studi privati, che sono stati aperti ovunque qui in Siria”, racconta un gruppo di infermieri in corridoio, “ci avrebbero pagati di più; ma qui aiutiamo le persone. Diamo una mano alla nostra gente e questo è più importante”.

 

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