Il Libano, tra bancarotta e pandemia

9 giugno 2020, 16:43

Crisi economica, pandemia, proteste, bancarotta: dall’inizio di ottobre il Libano è attraversato da un movimento di protesta antigovernativo che chiede la destituzione dell’establishment politico accusato di corruzione e clientelismo, la formazione di un governo tecnico che possa attuare riforme significative per lo Stato e gestire la crisi economica che lo attanaglia. In coincidenza con l’inizio del Ramadan, a maggio, le proteste sono state rilanciate soprattutto a causa dell’aggravarsi di questa crisi, che il paese sta affrontando insieme al tentativo di contenere la pandemia da Covid-19.

A causa dell’inattività politica del dimissionario governo Hariri II e delle difficoltà del nuovo governo Diab, sostenuto principalmente dalla coalizione Amal-Hezbollah-CPL, ma osteggiato da quasi tutte le forze politiche del paese, la crisi economica è infatti peggiorata in maniera significativa. Il xxx marzo, pochi giorni prima dell’entrata in vigore del lockdown anche in Libano, il paese aveva infine dichiarato ufficialmente la bancarotta.

L’inasprirsi della crisi economica è stata segnata da alcune tappe importanti; dopo alcuni giorni dall’inizio delle proteste, il 17 ottobre 2019, le banche, a causa della recrudescenza delle manifestazioni, hanno deciso di chiudere le loro filiali nel paese. Alla loro riapertura si è verificata una consistente crisi di liquidità: il sospetto diffuso è che nei giorni di chiusura a discapito dei medi e piccoli correntisti, diversi appartenenti alla classe politica e non, siano riusciti ad eludere le misure portando all’estero ingenti somme di denaro svuotando i depositi delle banche.

Essendo il potere giudiziario estremamente dipendente da quello politico, ad oggi, purtroppo non si riesce a verificare la veridicità del fatto attraverso un’inchiesta indipendente né tanto meno ad alleggerire il segreto bancario sui conti correnti per scovare eventuali responsabili.

Essendo il Libano uno Stato a “doppia moneta”, con la possibilità di utilizzare la moneta locale, la lira libanese (LBP), e/o il dollaro, le banche, per rispondere alla mancanza di liquidità, alla riapertura nel novembre 2019 e nei mesi successivi, hanno imposto forti limitazioni alla libertà di accesso ai conti correnti da parte dei propri clienti: è stata bloccata la possibilità di eseguire bonifici verso paesi esteri e sono stati stabiliti dei tetti mensili di ritiro in dollari che poi lentamente hanno portato all’introduzione di misure restrittive settimanali, concedendo alle persone di ritirare somme in dollari sempre più esigue, finendo per permettere il solo ritiro di lira libanese.

Proprio sul tasso di cambio passa un’ulteriore fase della crisi economica: dalla nomina di Diab come Primo ministro, infatti, il tasso di cambio della moneta locale rispetto al dollaro, nei negozi di cambi autorizzati, ha iniziato a fluttuare diventando con il passare delle settimane estremamente volatile. Né il governo Diab né il Presidente della Banca Centrale libanese sono riusciti ad imporre al sindacato dei negozi di cambio autorizzati il rispetto di un tasso calmierato sostenibile per la popolazione, scatenando la collera delle persone che si sono riversate in strada.

Il Libano è inoltre un paese che importa la quasi totalità del suo fabbisogno energetico e alimentare, pagando tutte le importazioni in dollari.

La combinazione di questi elementi ha provocato una caduta del potere di acquisto della popolazione: i prezzi dei prodotti sono aumentati tra il 30% e il 55%, e fonti statali confermano che quasi il 45% della popolazione locale è attualmente al di sotto della soglia di povertà.

Una percentuale che non tiene in considerazione né la comunità palestinese rifugiata, né quella siriana e più in generale migrante, perché loro, al limite della soglia di povertà e della sopravvivenza, in un limbo sospeso tra razzismo e discriminazione, ci vivono quotidianamente.  Crisi economica o meno.

La reazione, più che scontata, della popolazione locale alla situazione in caduta libera è stata di scendere in piazza nonostante le restrizioni contro la diffusione del Covid-19, provocando una nuova fiammata di manifestazioni e proteste che hanno avuto come epicentro la città di Tripoli.

Non è un caso che sia proprio Tripoli la città la più rabbiosa verso la classe dirigente: seconda città del paese e porto commerciale, è stata abbandonata a se stessa dalla classe politica e comunitaria di riferimento. Qui la disoccupazione tocca picchi del 60%, e alcuni quartieri della banlieu (Bab el-Tebbaneh-Jebal Mohsen) dopo gli ultimi scontri del 2014 vivono una tregua permanente di un conflitto mai spento.

Proprio qui, tra la fine di aprile e i primi giorni di maggio, nelle strade della città ribattezzata “la sposa della rivoluzione” nei primi mesi della rivolta di ottobre, si sono riversati migliaia di giovani in collera e affamati dalla crisi. Il bersaglio principale dei/lle manifestanti sono state le filiali delle banche locali, espressione fisica di un potere e di un benestare che gli viene sistematicamente negato. Molte sono state quelle assaltate e date alle fiamme.

In altre città del paese sono stati attaccati a colpi di molotov i bancomat, ed in particolare a Saida, dove i tentativi incendiari hanno avuto per bersaglio la filiale della Banca Centrale libanese per 4 notti consecutive.

L’Esercito libanese, incaricato di mantenere l’ordine pubblico senza averne né i mezzi né le capacità gestionali, ha represso con la forza le proteste, lasciando intravedere un cambiamento nell’attitudine tenuta fino a quel momento nei confronti dei/lle manifestanti. Il 28 aprile, a Tripoli, i manifestanti sono stati affrontati utilizzando anche proiettili veri, e lasciando sull’asfalto di piazza al-Nour una vittima e diversi feriti. Dall’inizio della thawra di ottobre 2019 è la quarta ufficiale.

Nelle molteplici manifestazioni organizzate nei giorni successivi alla morte del ragazzo, diversi/e attivisti/e sono stati/ arrestati/e e trattenuti per ore nei commissariati. Al momento del rilascio alcuni/e di loro si sono dovuti/e recare in ospedale e hanno denunciato violenze sistematiche e torture, in particolare con la pratica dell’elettroshock.

Alla richiesta di supporto da parte della popolazione libanese, fa fronte una mancanza di risposta politica concreta da parte delle istituzioni del paese: mentre la reazione popolare ha cercato di farsi largo nelle strade anche con metodi duri, il governo presieduto dal Primo Ministro Diab ha continuato infatti portato avanti la redazione del piano di salvataggio e riforme economiche da approvare e implementare.

Il governo ha quindi presentato e approvato un piano di riforma economica annunciando inoltre l’intenzione di presentare formalmente richiesta di aiuto al Fondo Monetario Internazionale già sdoganato nelle scorse settimana da molteplici forze politiche.

Da parte sua il FMI ha confermato il suo interesse per la riforma economica del governo e la sua intenzione di voler sostenere il paese in questa difficile fase della vita economica dichiarandosi disponibile a staccare un assegno da diversi miliardi di dollari.

Attualmente questa sembra l’unica soluzione percorribile, ossia iniettare denaro contante nelle vene del sistema bancario e finanziario nazionale ormai allo stremo dopo l’abbandono dei vari alleati regionali, con una riforma al sapore di austerity, specialità del FMI.

In questo quadro già complesso, mediamente positiva è stata la capacità di risposta del governo riguardo alla diffusione del coronavirus.

Essendo uno Stato ultra-liberista, le risorse a disposizione erano scarse ma grazie al sostegno di alcuni paesi – come Francia e Cina, che hanno inviato diverse tonnellate di aiuti – e grazie alla capacità di coordinamento con la sezione regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono state applicate sin da subito misure restrittive progressive come la chiusura delle scuole, dei luoghi pubblici e di aggregazione fino ad arrivare a stabilire un lockdown con tanto di coprifuoco, recentemente rinnovato, limitando la diffusione del virus sul territorio e flettendo la curva dei contagi.

Vista la situazione economica attuale, tuttavia, la crisi economica che farà seguito a questa pandemia potrebbe essere peggiore del virus stesso.

Per un paese che il 9 marzo scorso ha dichiarato il default, con un sistema economico ultra-liberista basato sulla finanza piuttosto che sulla produzione, sarà difficilissimo alleviare le difficoltà a cui andrà incontro la popolazione.

In questa situazione è scontato affermare che le prospettive future non sono rosee al momento, a maggior ragione se mentre la crisi sta devastando la popolazione locale, rifugiata e migrante, la classe politica persa tra equilibrismi dettati da accordi anacronistici, ed impreparata ad affrontare una crisi politica, economica e sanitaria di queste dimensioni.

Sarà come sempre la popolazione a pagare la crisi, e in molti attendono già la chiamata al famoso “ulteriore sforzo” per risollevare la situazione. Una popolazione che, però, ha sempre dimostrato grane forza e capacità di resistenza di fronte alle difficoltà.

David Ruggini – Capo Ufficio di Un Ponte Per a Beirut. La foto pubblicata è di Eleonora Gatto (tutti i diritti riservati).