“NON ENTRA”: le nuove rotte coatte sulla pelle dei migranti

12 aprile 2017, 10:00

Sono circa 10 giorni che attivisti/e e volontari/e di S.T.A.M.P., progetto portato avanti da Un ponte per… e dalla rete Resistenze Meticce, sono presenti in Puglia, assieme alla Campagna Welcome Taranto, con una staffetta che si è data due obiettivi centrali: portare il proprio sostegno solidale nei luoghi del transito adiacenti all’hotspot e avviare un lavoro di monitoraggio e di inchiesta sull’approccio hotspot in generale, sulla scia delle recenti analisi di Amnesty International e sulla funzione specifica del centro di Taranto, che si configura come luogo di identificazione, selezione e smistamento potenzialmente lesivo di diritti fondamentali.

Si intende qui riportare i primi risultati del lavoro svolto, accompagnati da estrema preoccupazione.

Nella prime due settimane di aprile sono arrivati all’hotspot di Taranto circa 200 persone provenienti da Ventimiglia: si tratta, nelle maggior parte dei casi, di migranti già identificati in precedenza agli sbarchi o presso altre questure che vengono caricati con la forza su dei pullman a Ventimiglia e a Como (in alcuni casi a Milano e Chiasso) e portati all’hotspot di Taranto, senza che sia effettuata, prima del trasferimento coatto, un’adeguata valutazione della loro posizione giuridica.

Una volta arrivati a destinazione e completate le procedure di identificazione, i migranti subiscono un trattamento differenziale, in ragione dei rispettivi status.

Chi ha già presentato la domanda di asilo viene condotto fuori dall’hotspot con un foglio – esclusivamente in italiano, quindi incomprensibile dalla quasi totalità delle persone che lo ricevono – che reca i dati del trasferimento a Taranto, ed un secondo foglio con l’invito a recarsi , entro le successive 48 ore, presso le varie questure per avviare le procedure di regolarizzazione della presenza sul territorio nazionale.

Già questo dato ci mostra l’illogicità di queste deportazioni. Viene da chiedersi: perché le procedure di accertamento degli status non vengono effettuate nelle questure vicine ai luoghi nei quali i migranti vengono fermati? Perché trasportare centinaia e in previsione migliaia di migranti a Taranto per un’ulteriore identificazione che potrebbe essere fatta  direttamente dove le persone vengono intercettate dalla polizia?

La ragione non è né di carattere logistico, né di ordine pubblico, ma esclusivamente politica: alleggerire le frontiere con l’Europa per impedirne l’attraversamento e “ripulire” i luoghi considerati sensibili.

S.T.A.M.P. ha costruito, in questi giorni, un presidio fisso in stazione per fornire ai migranti in transito possibilità di connessione e comunicazione con i paesi d’origine e di destinazione, assistenza linguistica e legale. Un presidio che in poche ore è divenuto un punto di riferimento affollato, necessario.

La maggior parte delle persone che ci hanno raggiunto erano proprio quelle provenienti da Ventimiglia e formalmente richiedenti asilo, che portavano con sé la lettera d’invito a recarsi in altre questure: Milano, Roma, Cremona, Bologna, Crotone o addirittura la stessa città dalla quale erano stati prelevati.

Queste comunicazioni sono quasi tutte corredate da un’annotazione scritta a penna: NON ENTRA, che sta ad indicare l’impossibilità ad accedere e risiedere nell’hotspot e l’indicazione di allontanamento immediato.

Quest’espressione, minacciosa e irresponsabile, è utilizzata in diversi casi: per coloro che non vogliono  o non possono fare domanda di protezione, per chi riceve un decreto di espulsione ed è quindi costretto a lasciare il territorio entro 7 giorni; per chi deve essere trasferito in un CIE o è in attesa di rimpatrio; per chi ha fatto richiesta d’asilo in altre questure, ed in seguito si è allontanato dal centro, perdendo di conseguenza il diritto all’accoglienza; per chi ha ricorsi pendenti in seguito ad un’espulsione o al diniego in commissione.

non entra

L’hotspot di Taranto è, in sintesi, al centro di un meccanismo complessivo che ha obiettivi tra loro interdipendenti: scoraggiare il viaggio di chi migra divenendo dunque complementare agli accordi bilaterali con paesi terzi ritenuti sicuri, alleggerire le frontiere tra l’Italia e il resto d’Europa e mettere a sistema la privazione di diritti fondamentali quali la libertà personale.

Tornando alle questioni rilevate sul campo, si è reso evidente il fatto che lo spostamento coatto di persone da Nord a Sud ha attivato un ennesimo business sulla pelle dei migranti, molto articolato e dispendioso. Il sistematico trasferimento dalle città di frontiera – Ventimiglia e Como – verso Sud è cominciato nel maggio scorso, quando vennero utilizzati degli aerei di Poste Italiane per traslare le persone fermate dal confine francese verso Trapani e Bari.

È dal mese di luglio e agosto che questa pratica è diventata una prassi generalizzata. Si tratta, a nostro avviso, di misure inumane che non fanno altro che ledere i diritti di quanti vengono coinvolti in questa giostra senza fine e comportano uno spreco di risorse pubbliche che potrebbero essere impiegate per una gestione efficiente dell’accoglienza.

Alla prefettura di Imperia e Como è stata affidata l’organizzazione dei trasferimenti verso l’hotspot di Taranto, con successiva concessione dell’appalto del servizio tramite bando alla Rampinini Ernesto srl e alla Riviera Trasporti spa. La spesa a carico dello Stato è di circa 5.000 euro a tratta, senza contare i costi sostenuti per la scorta e il personale delle forze dell’ordine impiegato.

È sufficiente dunque una scritta a penna su carta – NON ENTRA – a configurare una condanna discrezionale e illecita sulle condizioni di vita, materiali ed esistenziali, di centinaia di persone.

Noi, che queste persone le abbiamo incontrate, abbiamo sostenuto la loro necessità di mettersi in comunicazione con le proprie famiglie, abbiamo cercato di tradurgli e rendergli comprensibile la loro situazione, e crediamo che questa prassi non possa passare sotto silenzio.

I soggetti che “non entrano” vengono messi alla porta senza ricevere adeguata assistenza, senza che gli sia assicurato il viaggio di ritorno, che dovranno affrontare a proprie spese, senza un posto per dormire o cibo per affrontare i giorni seguenti, nel mezzo del nulla che circonda l’hotspot, collocato tra l’Ilva, Cementir, la raffineria dell’Eni e la banchina del porto mercantile, con in mano una busta di cartone con dentro i pochi effetti personali.

Stiamo assistendo al rodaggio di un meccanismo che apre la strada a tragiche conseguenze, creando delle soggettività sempre più vulnerabili, esposte a rischi come la tratta e lo sfruttamento lavorativo.

Il meccanismo di selezione degli ingressi nell’hotspot di Taranto, racchiuso in un tratto di inchiostro, è specchio di una doppia esclusione. È, nell’immediato, sinonimo di esclusione dalla possibilità di accedere alla struttura e trovare una prima accoglienza.

Più in generale, ci sembra il paradigma di un’esclusione più ampia e generalizzata: dai dispositivi di protezione, dai servizi, dal welfare, dal circuito dell’accoglienza.

Crediamo sia necessario fare fronte comune, mettere in campo pratiche concrete di solidarietà, di denuncia, di lotta. Per la libertà di movimento e per la dignità di tutti e tutte.

Attivisi/e e volontari/e di Stamp, Campagna Welcome, Un ponte per…