Siria. L’inferno di Al Hol

8 luglio 2019, 16:55

La fine dell’Isis come entità territoriale in Siria ha portato con sé l’aumento del numero di sfollati, che si sono riversati nel campo di Al Hol, dove si sta fronteggiando una nuova emergenza umanitaria. L’intervista di Futura D’Aprile per InsideOver a Domenico Chirico, Direttore dei Programmi di Un Ponte Per…. , unica Ong italiana presente nel campo insieme alla Mezzaluna Rossa Curda.

Il 22 marzo 2019 le Forze democratiche siriane (Sdf) hanno conquistato Baghouz, ultima roccaforte di Daesh in Siria, mettendo così fine alla guerra contro lo Stato Islamico.
La fine dell’Isis come entità territoriale, però, ha portato con sé anche l’aumento del numero di sfollati, riversatisi in poco tempo nel campo profughi di Al Hol, nel nord est della Siria.
Come spiega Domenico Chirico, direttore dei Programmi della Ong “Un Ponte Per…“, nel giro di quattro mesi il campo è passato dai circa 20mila sfollati agli 80mila, mettendo a dura prova le capacità di gestione della struttura. “Il numero di persone presenti ad Al Hol è troppo elevato, i servizi non sono adeguati e a rispondere all’emergenza sono solo le Ong”, continua Chirico, appena tornato dalla Siria.

“Uno dei problemi che affliggono il campo è l’alto tasso di mortalità causato da patologie curabili e che in condizioni normali non mieterebbero così tante vittime: basti pensare che in un solo mese hanno perso la vita circa 200 persone”.

Ad incidere sul peggioramento della situazione nel campo non è stato solo la battaglia di Baghouz, ma anche l’annuncio del ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria arrivato a fine dicembre 2018. La decisione del presidente Donald Trump di far tornare a casa i soldati dispiegati nel Paese mediorientale, spiega Chirico, ha portato i donatori a fare marcia indietro e a finanziare la Ong per soli tre o quattro mesi.

Un ritiro annunciato ma mai effettuato quello delle truppe Usa che di recente ha determinato un ritorno dei finanziatori e portato un lieve miglioramento nella gestione del campo di Al Hol.

Le difficoltà certamente restano “immani, ma la Comunità internazionale è tornata ad essere attiva, sta finanziando le attività di emergenza, sono arrivati molti attori. La situazione tuttavia resta critica perché parliamo di un campo sproporzionato rispetto ai bisogni di chi vi vive. In estate si raggiungono i 50 gradi e ciò favorisce le colture batteriche e il diffondersi di patologie legate alle alte temperature”.

“I morti si sono ridotti drasticamente rispetto ad alcuni mesi fa, ma ce ne sono ancora. Noi e la Mezzaluna Rossa Curda non siamo gli unici ad essere responsabili della sanità nel campo, ma comunque non possiamo risponde a tutti i bisogni degli sfollati presenti ad Al Hol”.

Il destino incerto dei familiari di Daesh

Ad una situazione già tragica dal punto di vista sanitario si aggiungono i problemi legati alla presenza nel campo di una sezione chiamata Annex in cui sono presenti circa 10mila stranieri, ossia le donne e bambini legati a Daesh. “Sono guardati a vista, non possono lasciare quella parte del campo e sono in una situazione di vera e propria detenzione. La speranza è che i familiari dei miliziani siano rilocati in altri campi, ma dovrebbero essere riportati nei loro paesi di origine”.

I Governi stranieri, salvo rare eccezioni, non hanno però intenzione di far tornare in patria i loro connazionali che si sono uniti allo Stato islamico, preferendo lasciarli nei campi siriani. Le donne e i loro figli si trovano così in un limbo, senza sapere cosa sarà di loro.

“Si spera che presto gli sfollati possano tornare nelle loro città, ma la ricostruzione non è ancora iniziata ed è anche necessario garantire un minimo di sicurezza e di stabilità socio-economica”. “Si è lasciato un fardello enorme ai curdi nell’affrontare i problemi legati al campo. Noi Ong siamo di supporto, ma serve un solido intervento della Comunità internazionale”.

Tratto da “InsideOver”, 5 luglio 2019. Fonte originale: https://it.insideover.com/societa/campo-profughi-al-hol-emergenza.html.

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